Un albero chiamato Joshua

Un albero chiamato Joshua

Nel marzo del 1987 venne pubblicato il quinto album degli U2, ”The Joshua tree”. Un disco importante, importantissimo, enorme. Che a distanza di quasi trenta anni mantiene intatta tutta la propria forza e il proprio significato. Le undici canzoni incluse nel disco hanno grande qualità ed equilibrio. Il suono della chitarra di The Edge è ispirato ed epico come non mai. I quattro ragazzi irlandesi cantano l’America, la rileggono a modo loro mantenendo un punto di vista europeo affermandosi definitivamente in tutto il globo. Le tre canzoni che aprono “The Joshua tree” rasentano la perfezione, una sequenza micidiale, miracolosa: “Where the streets have no name”, “I still haven’t found what i’m looking for” e “With or without you”.



Un album che tra le perfezioni contenute ha anche il titolo, “The Joshua tree”. Semplice ed evocativo. L’albero di Giosuè (venne così battezzato da alcuni credenti che vedevano nei suoi rami innalzati verso il cielo una similitudine con le braccia del biblico Giosuè levate a pregare il Signore). Il suo nome scientifico è Yucca Brevifolia. Un albero che cresce solitario nel deserto, dove, si sa, l’acqua non abbonda e che può vivere fino a 150 anni. A questo e alla sua forma immediatamente riconoscibile deve la propria aura simbolica. Lo si trova in una zona della California che dal 1994 è diventata un parco nazionale visitato da milioni di visitatori ogni anno. Inutile aggiungere che questo parco è stato chiamato in suo onore Joshua Tree National Park. Il parco comprende il deserto del Mojave, luogo oltre modo mitico per chi ha frequentato o frequenta l’iconografia dell’epopea western. Alle porte di questo parco sorge la cittadina di Indio, oltremodo nota a chi si occupa di faccende che riguardano il rock perché lì si tiene ogni anno uno dei festival musicali più importanti, il Coachella.

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In origine l’album si sarebbe dovuto chiamare “The two Americas” o, in alternativa, “Desert songs”. Ma erano titoli provvisori che per qualche motivo non li convincevano fino in fondo. Poi, con il fotografo Anton Corbjin, i quattro nel dicembre del 1986 girovagarono per qualche giorno nei deserti californiani dove vennero colpiti e rimasero affascinati da questo singolare albero che si trovava un po’ dappertutto in quel nulla e che di quel nulla ne era il simbolo. Il loro album ‘americano’ aveva finalmente trovato un titolo. L’albero di Giosuè divenne, dal giorno alla notte, noto ai molti appassionati del rock. Quel luogo, da allora, grazie alla notorietà avuta con l’uscita dell’album, è meta inclusa nelle vacanze californiane dei milioni di turisti cui si faceva cenno qualche riga più sopra.

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In realtà l’albero immortalato sulla copertina del disco degli U2 non si trova nello Joshua Tree National Park, ma, sempre in California a qualche centinaio di miglia di distanza, in una zona della celeberrima Valle della Morte. Questo albero dalla indiscussa notorietà nel 2000 è purtroppo morto e ora giace lungo e disteso. E’ rimasto comunque meta di pellegrinaggio da parte dei fans che ai suoi piedi hanno deposto simboli di ogni genere. Nel febbraio dello scorso anno qualcuno che potremmo ben definire ‘iconoclasta’, ha avuto l’indegna pensata di tagliare uno dei rami, forse per possedere tutto per sè un pezzetto di storia. Tre mesi più tardi un’anima bella ha posto rimedio allo scempio riparando il ramo mutilato regalandoci così una sorta di lieto fine. Il prossimo anno “The Joshua tree” compie trent’anni ed è facilmente pronosticabile che più di una celebrazione ricorderà questo anniversario. Il mercato verrà raggiunto da pubblicazioni dedicate che proporranno materiale inedito relativo a quel periodo, sia in audio che in video. E si ribadirà una volta di più l’affetto per un albero chiamato Joshua.

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