'Eight days a week', il documentario di Ron Howard sui Beatles visto da Franco Zanetti

'Eight days a week', il documentario di Ron Howard sui Beatles visto da Franco Zanetti

La mia storia professionale, nel corso della quale sono diventato (anche) uno studioso e uno storico dei Beatles, mi rende al tempo stesso la persona meno adatta e la persona più adatta a riferirvi del film-documentario che Ron “Richie Cunningham” Howard ha realizzato partendo da un’idea poi rispettata solo in parte, cioè quella di raccontare la storia dei Beatles dal vivo, e di cui su Rockol ha già riferito Claudio Todesco. Sono la meno adatta perché quasi nulla di quello che si vede e si sente durante “Eight days a week” mi è nuovo, quindi non riesco a provare la stessa curiosità che, mi auguro, provino coloro che andranno a vederlo per saperne di più dei Beatles. E sono la più adatta perché, da competente, ho la possibilità (e anche, caratterialmente, l’inclinazione) a notare quello che non è stato detto e quello che non è stato mostrato.

Essendo stato realizzato con la collaborazione dei Beatles superstiti e delle mogli di John e George, è pressoché inevitabile che “Eight days a week” abbia le caratteristiche dell’ufficialità e della “versione approvata”. Sicché, non c’è da stupirsi se Ron Howard ha “dimenticato” quella che i testimoni oculari hanno sempre riferito come la connotazione più evidente degli anni di tour dei Beatles (1963-1966): e cioè l’enorme quantità di sesso occasionale che i quattro (e il loro entourage) hanno avuto occasione di praticare nei camerini, nelle stanze d’albergo e nei luoghi in cui sostanzialmente ingannavano il tempo fra un’esibizione e l’altra. “Scene da basso impero romano”, le ebbe a definire una volta John Lennon; e qui, in questo film, non se ne trova non dico traccia, ma nemmeno accenno.

E’ vero, poi, che sono i vincitori a scrivere la storia, e che i funzionari sovietici caduti in disgrazia venivano “cancellati” dalle fotografie ufficiali in cui erano stati raffigurati; ma non si può, semplicemente non si può, trascurare – raccontando la storia dei Beatles su un palcoscenico a partire dai tempi di Amburgo – il fatto che prima di Ringo Starr il gruppo aveva avuto un altro batterista, Pete Best, la cui esistenza è qui semplicemente taciuta (come lo è quella di Stu Sutcliffe, che nei Beatles pre-fama suonava – poco e male, ma lo suonava – il basso). Pete Best non è mai citato, nemmeno di striscio, e le fotografie d’epoca in cui compariva sono state elaborate in maniera da tagliarlo dall’inquadratura. Se non ricordo male non era successo nemmeno nell’”Anthology”, che pure era, con i suoi dieci capitoli video, in sostanza l’intera storia dei Beatles di cui “Eight days a week” rappresenta una specie di riassunto.

Però - vado sempre a memoria, e posso sbagliare (al momento non ho modo di controllare) - nella “Anthology”, e nemmeno in nessun altro dei moltissimi documentari o lavori televisivi sui Beatles che ho visto, non c’era, invece, il momento che personalmente ho trovato più emozionante dell’intero lavoro: i trenta secondi in cui i supporter del Liverpool, nello stadio di Anfield Road, intonano in coro “She loves you”. Curioso che si tratti di un contributo squisitamente britannico, in questo film che - comprensibilmente - adotta un punto di vista molto statunitense (e che giustamente sottolinea l’episodio di Jacksonville di cui potete leggere qui insistendo sul ruolo che ebbero i Beatles per impedire che ci fosse segregazione razziale fra il pubblico – una storia che Larry Kane aveva già raccontato nel suo libro “Ticket to ride”).

Peccato, davvero, che per l’ennesima volta si sia costretti a far rilevare come i sottotitoli italiani non siano esenti da pecche, anzi tutt’altro. Di solito succede, nel film di contenuto musicale, che siano principalmente certi termini tecnici a sfuggire alla comprensione del traduttore; qui, ahimè, ci sono svarioni anche di altro genere, dai “twin beds” che diventano letti matrimoniali a George Martin che diventa “produttore di trasmissioni radiofoniche dei Goons” a “moptops” reso con “bravi ragazzi”: segno che chi è stato incaricato del lavoro non solo non è competente di musica, o di Beatles, ma forse nemmeno troppo di lingua inglese.

Sto a guardare il capello, dite?

Già. Quando il tema sono i Beatles, il capello lo spacco in quattro…

 

Franco Zanetti

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