I Pooh all’Arena di Verona: considerazioni sparse (e il concerto d’addio del 31 dicembre in Piazza San Pietro?)

I Pooh all’Arena di Verona: considerazioni sparse (e il concerto d’addio del 31 dicembre in Piazza San Pietro?)

Ho assistito, poche ore fa (sto scrivendo intorno alle tre di notte) al primo dell’ultima serie di concerti dei Pooh, quello tenuto la sera di ieri giovedì 8 settembre in un’Arena di Verona gremita. Non ci sono andato per recensirlo (Rockol ha già pubblicato la recensione del concerto di San Siro a Milano nel giugno scorso,  e la trovo del tutto condivisibile) ma proprio perché, come avevo già anticipato qui, pur temendo la commozione – che infatti mi ha assalito più volte – sentivo di non poter mancare all’appuntamento, perché i Pooh sono stati una parte importante della mia vita, anche professionale, e non rivederli dal vivo in questo che sarà il loro ultimo spettacolo mi sarebbe troppo dispiaciuto.
Credo di averne visti almeno cinquanta, di concerti dei Pooh. Il primo, a memoria, direi che è stato intorno al 1973, più o meno dopo l’uscita di “Parsifal”, e ci andai da quell’estimatore convinto che sono poi sempre rimasto: dev’essere stato in una discoteca nei dintorni di Brescia (o di Mantova?). Poi ci sono tornato qualche volta da giovane giornalista di “Bresciaoggi”, negli anni seguenti; e quando mi sono ritrovato a lavorare come ufficio stampa alla EMI ho seguito quasi per intero un tour dei Pooh nel quale avevano come supporto il cantautore sardo Piero Marras, che per la EMI incideva (direi che è successo più o meno fra il 1979 e il 1980). Poi sono passato a un’altra casa discografica, la CGD, trovandomi ad essere stavolta l’ufficio stampa proprio dei Pooh, e quindi a seguire altri concerti ancora; e negli anni dal 1985 a oggi, di nuovo da giornalista, mi è capitato spesso (e volentieri) di assistere agli spettacoli dei quattro.
Ma questo è diverso: non solo perché sarà l’ultimo, ma anche perché con il rientro di Riccardo Fogli – da cui il titolo del tour: “Reunion” – è diverso da tutti i precedenti.
E’ diverso anche perché il repertorio è stato costruito in maniera da rappresentare più o meno proporzionalmente tutte le fasi della lunga carriera del gruppo, che tocca nel 2016 i cinquant’anni di attività.
Ricordo che vent’anni fa, quando si approssimava il trentennale dei Pooh, avevo suggerito loro, scherzando ma non troppo, di organizzare una “Poohstock” di tre giorni, in cui avrebbero potuto presentare tutti i loro brani migliori, cambiando repertorio ogni sera. Vent’anni dopo, tre giorni non basterebbero; né, del resto, il pubblico che ha fatto registrare (e farà registrare nei prossimi mesi) una serie invidiabile di sold out potrebbe accettare l’esclusione di canzoni che hanno fatto la storia dei Pooh. Sicché, dei cinquanta titoli in scaletta, molti sono stati accorpati in medley. Scelta inevitabile, a volte dolorosa, come dolorose devono essere state le esclusioni di alcuni brani significativi della sterminata discografia del gruppo.
Ma quelli che ci “dovevano” essere ci sono stati, e sono stati salutati dal pubblico con tutto il calore che meritano. A parte due canzoni alle quali sono particolarmente legato per motivi affettivi, perché sono a loro volta legate a due significative vicende personali (non dirò quali, ma farò i titoli: “Dammi solo un minuto” e “Io e te per altri giorni”), e a parte l’immensa a prescindere “Tanta voglia di lei”, una delle dieci canzoni più importanti della storia della canzone italiana (OK, spernacchiatemi pure), mi ha fatto molto piacere riascoltare “Alessandra”: un altro dei molti testi epocali di Valerio Negrini che, senza tirarsela mai da sociologo, ha saputo trattare tematiche inusuali per la canzone leggera italiana (è la storia di una ragazza che rimane incinta per sbaglio e decide di tenere il bambino: siamo nel 1972, quando roba del genere avrebbe fatto scandalo, se qualcuno se ne fosse accorto, e comunque era riservata ai cantautori “impegnati” – a proposito: lo sapete, sì, che “Pensiero” è la lettera di un carcerato?). Anche “Quando una lei va via” è stata una riscoperta interessante, come pure “Per te qualcosa ancora”. Mi ha fatto molto piacere trovare in scaletta “Cinquanta primavere”: è una canzone di Dodi Battaglia con testo di Stefano D’Orazio, che dopo la sua uscita (nel 1992) è stata “adottata” dalle orchestre da ballo che ne hanno fatto un caposaldo del loro repertorio (non voglio tediarvi con le mie convinzioni sulle possibili e fruttuose interazioni fra musica leggera e canzoni da ballo: magari lo farò un’altra volta). E colgo l’occasione per far notare, come riscriveremo la prossima settimana parlando del nuovo disco dei Pooh in uscita, che i tre testi inediti delle nuove canzoni (una quarta è strumentale) sono tutti firmati da Stefano: il quale sarebbe davvero l’unico erede possibile di Valerio Negrini – e farebbe bene a pensarci.
E’ stato buffo, a un certo punto, vedere la batteria di D’Orazio ruotare di 180 gradi per rivelare la strumentazione del periodo “prog” dei Pooh, con i timpani e le campane tubolari; ed è stato divertente vedere Roby Facchinetti in versione Rick Wakeman durante l’esecuzione di “Viva” (a mio avviso uno dei momenti migliori dello spettacolo, mentre “Parsifal”, sempre a parer mio, non avrebbe sofferto di una sforbiciatina nella durata).
A proposito di quello che non mi ha del tutto convinto, in una serata che però mi ha fatto divertire, emozionare e anche commuovere: sarà anche scenografico, ma il fatto che sul maxischermo a sinistra, guardando il palco, le immagini dei musicisti fossero rovesciate specularmente mi ha lasciato un po’ perplesso (tutti mancini...). E se posso, pur con tutta l’ammirazione per “Pierre”, che considero un po’ la “Eleanor Rigby” dei Pooh, non mi dispiacerebbe sentirla cantata da Roby con meno enfasi (detto, peraltro, che comunque impressiona sentire un settantaduenne cacciare fuori tutta quella voce).
Sono uscito dal concerto riflettendo su un fatto che non mi pare altri abbiano rilevato. Al di là del colpo di genio del rientro nel gruppo, per l’occasione del giro d’addio dei Pooh, di Riccardo Fogli, questo tour potrebbe portare a casa un risultato importante anche se forse non previsto, e forse nemmeno prevedibile. Ed è l’aver rimesso in circolazione, l’aver riportato alla ribalta una gran bella voce della canzone italiana, appunto quella di Fogli: al quale qualcuno dovrebbe fare subito un contratto da solista, trovandogli canzoni all’altezza (a meno che non gliele scrivano i suoi “amici per sempre”...).
Un’ultima cosa: arrivando in Arena ho incontrato Riccardo Vitanza, responsabile della comunicazione dei Pooh, al quale, per fare lo spiritoso, ho detto a voce alta: “Ho saputo che l’ultimo concerto del tour, quello del 31 dicembre, lo faranno in Piazza San Pietro”. Riccardo mi ha guardato in tralice: “Come l’hai saputo?” mi ha chiesto, preoccupato che fossi a conoscenza di una notizia della quale lui non era informato. Io me l’ero inventata lì per lì, era una boutade: ma vuoi vedere che potrebbe diventare un’idea?

Franco Zanetti

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