I Pixies, raccontati dagli artisti italiani: Manuel Agnelli (Afterhours)

I Pixies, raccontati dagli artisti italiani: Manuel Agnelli (Afterhours)

I Pixies pubblicheranno domani,  30 settembre “Head carrier”, il loro nuovo album di inediti, il secondo della reunio dopo una lunga serie di concerti e dopo “Indie Cindy”, il primo con la nuova basista Paz Lenchantin. E, soprattutto, un gran disco, che ci restuisce la band di Frank Black al suo meglio: capaci come nessun altro a giocare con i canoni del rock e del pop.
Inauguriamo una serie di interviste ad artisti italiani, che raccontano il loro amore per la band. Dopo Perturbazione e  Andrea Mirò, abbiamo fatto una chiacchierata con un giudice di X Factor.

“Sono uno dei miei gruppi preferiti e li ho vissuti in diretta”. Raggiungiamo Manuel Agnelli al telefono, in una delle sue rare pause di questo periodo. Gli Afterhours hanno passato l’estate a suonare dopo l’uscita di “Folfiri o folfox”, e nel mezzo Manuel ha iniziato il lavoro come giudice di X Factor, con le selezioni, che hanno iniziato ad andare in onda la scorsa settimana. “Ci proverò ad assegnare una loro canzone”, promette . E’ nel lungo elenco delle cose che voglio fare, ovviamente nel rispetto dei musicisti della mia squadra. Ma se ci sarà l’occasione, sicuramente”

“Ero già grandicello quando uscivano i loro dischi, già andavo in giro a suonare, già esistevano gli Afterhours", ricorda Manuel. "Sono stati importanti per me perché erano l’anello di congiunzione tra le cose che mi erano piaciute prima e quelle che sarebbero piaciute dopo. Mettevano assieme il post punk, l’hard core, con la melodia, il rock ’n’ roll. E poi hanno di fatto inventato il grunge… La strofa vuota e il ritornello esplosivo l’hanno fatto loro prima dei Nirvana e forse anche meglio. Solo che Frank Black non avave il fisico di Kurt Cobain… Ma è ancora vivo e può fare musica”.

Tommaso dei Perturbazione ci diceva che, secondo lui, sono la tipica band che piace ai musicisti: “I Pixies, tra i gruppi di quella categoria, avevano un bel seguito e vendicchiavano. Hanno raccolto, piacevano non solo ai musicisti ma anche al pubblico. Forse dal vivo non son mai stati al livello dei loro album di studio, questo sì. Ma in studio avevano una produzione e suoni spettacolari, e  da questo punto di vista venivano apprezzati molto dai musicisti, questo sì, soprattutto qua  in italia dove erano di nicchia. Anche se è difficile dire quanto c’è, nel rock italiano, dei Pixies, o dei Nirvana o ancora i Pavement, un altro gruppo che ha avuto grande seguito nella mia generazione, pur senza grande successo commerciale”.

Cosa hai porotato dei Pixies, nella musica degli Afterhours? “Più che imparare dai Pixies, in loro ho ritrovato delle cose che già mi piacevano, per esempio nei Velvet Underground, per esempio il gusto per la melodia e per il rumore nello stesso pezzo. Mi piacevano tantissimo le dissonanze, il mettere sempre una nota sghemba, il giocare con il rumore come partitura, non tanto per fare casino. E poi le loro batterie e i loro bassi erano impressionanti tanto quanto le chitarre”.

Il tuo disco preferito? Tutti citano "Surfer rosa", di solito. “No, sono un fan di 'Doolittle'. 'Surfer rosa' mi piace tantissimo, ma non quanto ai puzzoni della scena indie, visto che citano sempre quello. Il suono di Doolittle è stato più avveniristico, ha davvero previsto il grunge".

Il disco nuovo esce a breve. Ma tu cosa ti aspetti dai Pixies, oggi? “Mi aspetto di essere sorpreso: era quello che facevano ai tempi, ed è quello che mi interessava. Non voglio trovarmi le stesse cose nei dischi che già conosco. Non voglio sentirmi rassicurato, vorrei sentire cose creative, magari un po’ diverse. C’è bisogno dei Pixies - è vero che potrebbero anche tranquillamente rifare loro stessi, e avrebbero un senso… ma a loro chiederei di stupirmi"

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