Unaltrofestival: Editors e Ministri in concerto al Magnolia di Segrate – RECENSIONE e SETLIST

Unaltrofestival: Editors e Ministri in concerto al Magnolia di Segrate – RECENSIONE e SETLIST

In questi giorni il chitarrista Justin Lockey sta postando su Twitter foto dal tour degli Editors. Non folle festanti e nemmeno scene di vita nel backstage, ma immagini in bianco e nero rappresentanti gli aeroporti visitati, corredate dalle sigle delle tratte, tipo AMS-CGE. Ecco, a volte la musica della band inglese ha quel sapore freddo e impersonale, offre la sensazione d’essere smarriti in un non-luogo. Ed è stato così all’inizio del concerto di ieri sera al Magnolia di Segrate (MI), all’interno della seconda serata di Unaltrofestival. Poi, canzone dopo canzone, lo show si è trasformato in una grande danza celebrativa, dai tratti quasi epici. Quello degli Editors sarà anche un ballo dark, ma ha qualcosa di sexy.

Prima di ascoltare gli Editors, Unaltrofestival offre altre due ore e mezza di musica. Comincia l’italiana Birthh alle 19.30 sul palco piccolo mentre i fan degli Editors e dei Ministri già occupano le prime file di quello principale, pochi metri più in là. Poi alle 20, chitarra a tracolla e lungo vestito verde, la folksinger inglese Flo Morrissey, 22 anni, un album all’attivo e una carriera ancora tutta da inventare, attacca “Show me”. Il suo punto di forza è la voce delicata, sinuosa, duttile, dalle inflessioni jazz nel registro alto. Piazza una cover di “In a manner of speaking” dei Tuxedomoon, roba di trent’anni fa. Peccato che parte del pubblico se ne freghi altamente: persino nelle prime file fanno selfie, raccontano a mammà che stamani hanno comprato Panorama e Internazionale, commentano lo sfidanzamento dell’amichetta. E più il posto si riempie e più aumenta il chiacchiericcio. La musica merita ben altra attenzione. Come recita il titolo dell’ultima canzone suonata da Morrissey, dopo mezz’ora, “If you can’t love this all goes away”.

Altri 30 minuti, questa volta sul palco piccolo, li offre Fil Bo Riva, italiano trapiantato da Berlino. L’atmosfera è più raccolta, chi è interessato a Ministri ed Editors è rimasto sotto il palco principale, e il cantautore accompagnato da un secondo chitarrista mette in fila il suo repertorio ricevendo più attenzione. Ha una voce profonda, cui fa eco la chitarra semiacustica effettata della sua spalla. «Tra un mese esce un cd», dice riferendosi all’ep “If you’re right, it’s alright”. Aggiunge che spera che venda perché per ora non hanno un soldo, ecco perché suonano in due. In prima fila, tre ventenni usano la transenna come bancone del bar: parlano e scherzano amabilmente fra di loro, ridacchiano commentando le foto della carta d’identità, si scompigliano vicendevolmente i capelli. Fortunatamente l’ultima canzone è la più vigorosa e appassionata e la più nota di Fil Bo Riva, “Like eye did”.

Intanto il fronte del palco principale si è riempito per i Ministri, che giocano in casa. Attaccano con “Cronometrare la polvere” e danno l’impressione di essere dei restauratori del vecchio rock: sono tutto impatto ed energia, più testi che scivolano verso lo slogan. I due chitarristi imbracciano Gibson e suonano con le camicie aperte sui petti sudati. Federico Dragogna, in particolare, offre una posa dietro l’altra. Dedicano “Idioti” a quelli che Enrico Mentana ha recentemente chiamato webeti, fanno cantare, saltare, urlare. Proseguono con gli staccati violenti per “Diritto al tetto” che nel finale incorpora il riff di “Eye of the tiger”, tamarrata di gran successo dei Survivor nel 1982. «E con questa», dice ironicamente il cantante Davide “Divi” Autelitano, «vi porterete a casa il ricordo dei raffinatissimi Ministri». Finisce dopo 50 minuti col frontman che fa crowdsurfing durante “Abituarsi alla fine”.

Alle 22:30 grandi ventole posto sul fondo del palco comunicano a girare. Luci bianche e gelide vengono sparate verso il pubblico. Uno alla volta salgono sul palco i cinque Editors, tutti vestiti di nero tranne Tom Smith, che indossa una camicia bianca. In mezzo al palco, un piano crea un certo contrasto con i suoni di tastiera e con le basi programmate che si ascoltano, in abbondanza. Si inizia con le atmosfere minacciose e i falsetti di “No harm” e si passano in rassegna new wave dei ’70 e pop degli ’80. Alla fine di ogni canzone, o quasi, il cantante e il bassista Russell Leetch alzano i pollici in segno di gradimento verso il pubblico. Frontman espressivo, Smith canta con il corpo, accompagna le parole con la mimica – roba alla Chris Martin, da stadi mica da Factory. Dagli «oh oh oh oh» di “Formaldehyde” in poi è un boato dietro l’altro, con il «desire» di “A ton of love” gridato a squarciagola, il delirio per “Papillon”, la frase «tryin’ to get more» della conclusiva “Marching orders” che si trasforma un mantra ripetuto per interi minuti prima di chiudere lo show, a un’ora e mezza dall’inizio. Un successo. Escono un po’ meno felici solo quelli che dietro alla musica vorrebbero sentire musicisti dalle personalità più marcate.

(Claudio Todesco)

 

SETLIST MINISTRI:

Cronometrare la polvere

Comunque

Idioti

Spingere

Non mi conviene puntare in alto

Tempi bui

Una palude

Diritto al tetto

Abituarsi alla fine

 

SETLIST EDITORS:

No harm

Sugar

Smokers outside the hospital doors

Life is a fear

The racing rats

Forgiveness

Eat raw meat = blood drool

Formaldehyde

Munich

All sparks

All the kings

Open your arms

The pulse

Ocean of night

A ton of love

Papillon

Marching orders

 

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