Value gap: non tutti gli stream sono uguali. Come cambia la composizione delle royalties in base alle tipologie di servizio.

Value gap: non tutti gli stream sono uguali. Come cambia la composizione delle royalties in base alle tipologie di servizio.

Per una migliore comprensione del dibattito sul value gap è utile fare luce sulle differenze tra tipologie di stream e sulle royalties connesse: dalla loro composizione e sommatoria scaturiscono infatti stream rate e compensi finali differenti.

Una prima importante distinzione è quella tra servizio di streaming “interattivo” e “non interattivo”. Nel primo caso ricadono servizi come Spotify ed Apple Music, che offrono all’utente la possibilità di scegliere il brano da ascoltare; nel secondo ricadono servizi come quelli di Pandora o delle web radio, che funzionano sulla base di playlist e rotazioni non modificabili.

Una seconda fondamentale ripartizione è quella tra servizi a pagamento (subscription based) e gratuiti (ad-funded). Ebbene, una prima parziale conclusione ci offre una informazione basilare: gli stream rate riconosciuti agli aventi diritto sono sempre superiori nei casi di servizi interattivi e di servizi a pagamento. I valori degli stream sono stabiliti dal Copyright Royalty Board; per il 2016 essi sono stati fissati a $ 0.0022 per le web radio e per la versione a pagamento di servizi come Pandora e a $ 0.0017 per le versioni gratuite.

Tuttavia a questo scenario iniziale si sommano ulteriori complessità, prime tra tutte quelle derivanti dalla diversità geografica, dalla contrattualistica e dai canali di distribuzione di cataloghi. Ogni servizio di streaming, infatti, applica diversi rates a seconda del Paese in cui le canzoni vengono riprodotte (e quindi in base al bacino di utenza, generale e del singolo Paese) nonché diversi rates a seconda della percentuale di utenti free e di utenti premium sulla sua piattaforma. Bisogna inoltre tenere conto che i contratti che gli artisti stipulano con le etichette a cui fanno riferimento implicano percentuali diverse e, quindi, ricavi finali diversi (dando poi per scontato che qualsiasi brano genera due principali tipologie di royalties, quella legata alla registrazione che spetta al suo proprietario e quella legata alla composizione che spetta all’autore della canzone). Occorre infine considerare che sia le case discografiche che gli artisti indipendenti usano ricorrere ad aggregatori o distributori che ne “licenziano” cataloghi e brani ai diversi servizi di streaming - i distributori ricevono una percentuale prestabilita sulle royalties, che viene quindi detratta dall’effettivo ricavo dell’artista.

Pertanto, nella conduzione di un’analisi comparativa tra le varie remunerazioni garantite dalle piattaforme di streaming musicali a case discografiche e ad artisti, è opportuno considerare che a uno scenario di base si mescolano e si aggiungono numerose variabili soggettive dalla cui composizione e inter-relazione scaturisce il valore medio dello stream. E’ forte, quindi, il rischio di applicare medie inappropriate o di interpretare valori fuori contesto. Da queste comparazioni indebite sorge la maggior parte delle diverse prese di posizione che alimentano il dibattito sul value gap.

Questo articolo fa parte dello speciale dedicato da Rockol al tema del “value gap”, al centro di una rovente polemica tra il settore tecnologico e quello musicale, e raccoglie contributi di base e didattici arricchiti da dati e elementi di indagine. Gli articoli di questo speciale sono raccolti nella pagina-hub dedicata al Value Gap ed identificabili dalla stessa immagine a corredo di questo articolo. Lo speciale sul value gap è opera della redazione di Rockol. Alla ricerca ha contribuito Tommaso Pavarini.

 

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