Si producono troppi dischi, sì o no? I commenti dei lettori su Facebook, le risposte del direttore di Rockol

Si producono troppi dischi, sì o no? I commenti dei lettori su Facebook, le risposte del direttore di Rockol

“Se scrivi un articolo e la gente che lo legge non capisce quello che volevi dire, è colpa tua”. Me lo ha insegnato Renzo Bresciani, il mio primo caporedattore al quotidiano “Bresciaoggi” più di quarant'anni fa, quando ho cominciato a fare il giornalista
Di conseguenza, se questo mio articolo non è stato capito da chi l'ha letto, è colpa mia, e me la prendo tutta.
Però, a giudicare dai commenti che ha ricevuto il mio articolo, e anche da altri articoli che sono stati scritti partendo dal mio, come questo e questo, mi pare che la maggior parte di chi l'ha letto (ammesso che tutti quelli che l'hanno commentato l'abbiano anche letto: cosa della quale francamente dubito) l'abbia letto, beh, un po' di fretta, o distrattamente. Altrimenti non mi spiego come mai la maggior parte delle reazioni - riflessioni, obiezioni, considerazioni, e latrati di illetterati incapaci anche di scrivere, oltre che di leggere - si siano concentrate su una piccola parte di quell'articolo (900 battute su 6500) che, peraltro, era chiaramente indicata come accessoria e collaterale, e infatti era posta fra parentesi; è questa:


(E c’è qualcuno che pensa davvero che un giornalista che si occupa di musica possa ascoltare quattro/cinque nuovi dischi al giorno, contando solo quelli di artisti italiani? Capisco che la prossima considerazione riguarda solo i rapporti di un giornalista con gli uffici stampa: ma avete idea di cosa significhi ricevere almeno un paio di sollecitazioni al giorno della serie “ti ho mandato il link per ascoltare questo album, l’hai ascoltato? che ne pensi? lo recensirai?” Ma amico mio, lo capisci o no che nella giornata media di un giornalista musicale – che prevede anche la scrittura di notizie, una trentina di telefonate al giorno, la presenza a conferenze stampa, la realizzazione e la trascrizione di interviste, e magari ogni tanto anche mangiare qualcosa e andare in bagno – proprio non c’è spazio per l’ascolto – e esagero – di più di un disco al giorno?).


Colpa mia, dunque: avrei dovuto risparmiarmi questa parentesi. Ma anche così, non credo che avrei ottenuto un’attenzione più costruttiva (quella che ottimisticamente ho sollecitato alla fine dell’articolo scrivendo “E voi, cosa ne pensate?”).
Mi sono dimenticato, appunto, che i commenti su Facebook sono in gran parte eruzioni verbali non dettate dal pensiero. Ci sono, e per fortuna, delle eccezioni: come quella di Giacomo Premoli, che esprime concetti originali e lo fa con garbo e buona educazione:


“Penso che la musica sia nata prima del mercato musicale e sicuramente gli sopravviverà. Tu fai un discorso totalmente incentrato sul mercato, la promozione, la vendita. Ma la selezione che invochi è nei fatti. Alcuni dischi non saranno mai ascoltati, oppure andranno subito nel dimenticatoio. E se qualcuno si sente lo stesso di farli, anche solo per la sua soddisfazione personale, che male c'è? Se poi per fare musica sente di aver bisogno di un riscontro di media e di mercato, non ricevendolo smetterà. Se di tutto questo non gli importa nulla, andrà avanti a discapito di tutto. Art for art's sake. D'altra parte la critica musicale (lei sì davvero in pericolo, perché senza un mercato discografico nessuno ti pagherà per leggere delle opinabili recensioni) si è spesso fatta trovare impreparata verso la qualità e la novità artistica. Penso a Jon Laundau che stroncò il primo album di Jimi Hendrix e ‘Blood on the tracks’ di Bob Dylan e vide il futuro del rock'n'roll in Bruce Springsteen. Ma gli esempi sarebbero innumerevoli. La selezione oggi non è più quella dell'etichetta discografica, avviene in modo più naturale. E con la progressiva trasformazione (o forse scomparsa) del mercato musicale probabilmente fare il musicista sarà sempre meno un lavoro. Ci saranno meno Elvis Presley e più Woody Guthrie. Pazienza. Anche a me piacerebbe essere Elvis. Ma Woody aveva le palle”


e come Fabrizio Cinico Brocchieri, che porta la sua esperienza personale:


“Dal mio punto di vista quello che scrivi è solo in parte condivisibile. Nasco in radio, ho scritto di musica, ho lavorato in un ufficio stampa e da 15 anni produco dischi. Quindi una vaga idea di come stiano le cose me la sono fatta in questi 30 anni. È vero che non c'è più un filtro a monte. Le case discografiche (major) hanno da tempo rinunciato al proprio ruolo "artistico", limitandosi a provare a gestire qualcosa scelto da altri. Pensa al paradosso di chi mette in palio contratti discografici per i vincitori dei talent a prescindere dalla certezza di avere tra le mani un artista degno di questo nome. Lo scorso anno, mi sono permesso di suggerire a chi di dovere di mettere un semplice paletto nel regolamento di Sanremo giovani: max 2 proposte per casa discografia. Ovviamente niente da fare. È più semplice proporne 10 e lasciare che la selezione la facciano altri piuttosto che scegliere a monte su chi investire. Ma questo rende l'idea dello stato delle cose. Oggi le testate musicali hanno un ruolo importante proprio perché sono diventate quel filtro che a monte non c'è più. Un tempo lo erano le radio. Ma è evidente che non è più così ed è per questo che servirebbero le quote imposte di musica italiana. Perché non obbligherebbero il pubblico ad ascoltare musica che non piace ma obbligherebbero le radio a dare spazio ad altro oltre i top 40. Se poi credi che di spazio in radio non ce ne sia, magari si potrebbe tornare ai tempi in cui il concetto di "alta rotazione" non esisteva. Se invece di passare un pezzo 6 volte al giorno (facendomi venire a nausea anche il mio artista preferito) ne passi 3 x 2 volte, gli spazi restano gli stessi ma passano 3 artisti e magari il pubblico, che ascolta la musica in modo passivo e con scarsa curiosità, scopre qualcosa di nuovo. Ultima cosa: a volte per un cantautore realizzare un album è un modo per esprimersi. Altrimenti diamo ragione a Conti che fa a pezzi radio 2 e la sua musica e che impone l'edit dei brani di Sanremo giovani a 2 minuti e mezzo. Poi però non ci lamentiamo dello stato misero delle produzioni italiane e della qualità scarsa che c'è in giro. Oggi ascoltare quello che esce e suggerirlo a chi ascolta è un ruolo importante. Poi se vuoi sono disponibile ad approfondire l'argomento”.


E mi scuso se non cito altri che pure hanno fornito un contributo ragionato e pacato, pur non essendo d’accordo o essendo in totale disaccordo con me (che è il bello di poter esprimere il proprio parere).
D’altra parte, c’è gentaglia che scrive (oddio, “scrive”...):


“bell'articolo di merda.....invece che promuovere disfi.....non sei altro che un giornalaio e non ti meriti il lusso di scrivere di musica, vai pure a recensire emma marrone vai......”


e altra gente che blatera senza avere la minima esperienza di ciò che dice:


“È una rottura spulciare i promo dei gruppi mai sentiti quando dovete passare la velina delle major per fare soldi coi click vero?”.


Tuttavia, mi armo di santa pazienza e provo a (ri)spiegarmi.


Intanto si ha la sensazione che molti pensino che il lavoro del giornalista che scrive di musica consista esclusivamente nell’ascoltare dischi e nell’andare ai concerti.
Spiacente di darvi una brutta notizia, ma non è così. Chi fa il giornalista di mestiere, e non perché si diverte a tempo perso a scrivere su una fanzine/webzine o su un blog, fa un lavoro vero, il che comporta un bel po’ di altri impegni redazionali, molti dei quali per nulla divertenti.
Poi: distinguiamo bene, magari una volta per tutte, la definizione “giornalista” da quella di “critico”. A Rockol facciamo i giornalisti, non i critici. Se volete leggere solo recensioni, dovete andare da un’altra parte. I giornalisti cercano informazioni, selezionano argomenti, scrivono notizie. Il giornalista non è un missionario, come sembra credere Donato Fusco:


“Trovo davvero triste che un giornalista si ponga in questo modo di fronte ad un argomento del genere. Dovrebbe essere proprio il contrario di quanto scrivi. promuovere, scoprire, cercare, emozionarsi e poi scrivere per condividere e far emozionare altre persone. Non lamentarsi della quantità di album che arrivano sulla posta. Nel tempo che ci hai messo per scrivere questo articolo avresti già ascoltato almeno un disco e chissà magari sarebbe anche stato interessante. Perché prima di lamentarti pubblicamente non ti fai un esame di coscienza sul ruolo di chi scrive recensioni nel 2016?”.


Donato, tutte le belle cose che dici tu cerchiamo anche noi di farle, come no. Se avessimo più tempo lo faremmo più spesso.Ma è difficile farle quando si è sommersi di richieste di attenzione da parte di troppe persone che chiedono, quando non esigono, quando non pretendono, di avere spazio sul nostro giornale.
E a proposito dell’esame di coscienza a cui mi inviti, ti spiego come intendo io la scrittura di una recensione; e lo spiego anche a chi ha sostenuto, in un suo commento, che si possono ascoltare ben più di tre dischi al giorno. Si possono certamente sentire anche più di tre dischi al giorno, ma ascoltare professionalmente non ha niente a che vedere col sentire superficialmente e magari mentre si fa altro.
Scrivere una recensione esige un ascolto attento, non distratto, finalizzato a farsi un'opinione precisa e motivata; il che, per come ragiono io, significa ascoltare un album almeno tre volte per intero, e poi riascoltare le canzoni sulle quali si vuole approfondire il discorso. Personalmente, fra l'altro, scrivo pochissime recensioni: perché il lavoro che faccio per Rockol prevede che mi occupi anche di molte altre cose, pure troppe, e non desidero mettere la mia firma sotto una recensione fatta in fretta.
Il critico musicale fa un altro lavoro. E in Italia, nell’ambito della musica non classica e non jazz, di critici musicali che abbiano ottenuto questa qualifica ce ne sono solo due: il tanto vituperato Mario Luzzatto Fegiz (piaccia o no) e Cesare G: Romana.
A me, personalmente, non è mai interessato fare il critico musicale. Non mi ritengo sufficientemente qualificato per poterlo fare in maniera credibile. Né mi piacerebbe esserlo: io faccio il giornalista perché mi piace fare il giornalista, e mi piacerebbe anche se mi occupassi di sport o di cinema o di politica o di economia. Per questo scrivo articoli che propongono riflessioni o discussioni su argomenti più generali, collegati all’industria discografica e alla scena musicale nel suo complesso, e non su un singolo artista/album/canzone.


Un tale che si firma Supergay scrive, dopo un po’ di altre espressioni poco riguardose:


“Per quanto siano brutti i lavori proposti è un diritto del lettore sapere che esistono e non é tenuto a stare ai comodi dell'ennesimo giornalista pigro”.


Ah sì? “E’ un diritto del lettore”? E perché, se è lecito chiederlo? E' un servizio che paga?

Seguendo il tuo sragionamento, egregio Supergay, chiunque scriva una canzone o un racconto o dipinga un quadro o realizzi un video dovrebbe trovare spazio sui mezzi di comunicazione per il semplice fatto di esistere, e per rispettare un inesistente diritto del lettore ad essere messo al corrente dell’esistenza di chiunque pensi di essere un musicista o un artista o uno scrittore. Ma in che mondo?
Nell’editoria libraria, ci sono autori che – avendo convinto un editore delle proprie doti e delle proprie potenzialità commerciali – vedono pubblicati ufficialmente e distribuiti nelle librerie i loro lavori; e altri autori che, non avendo trovato un editore, decidono di stamparsi i propri libri da sé. E’ del tutto legittimo, come no. Ed è anche un’abitudine redditizia per quelli che si occupano di stampare (a pagamento) i libri di questi autori. Ma questi autori mica si lamentano del fatto che il supplemento letterario del “Corriere della Sera” non recensisce le loro opere. E nemmeno pretendono che questo accada. Si accontentano di farne stampare un centinaio di copie e di regalarle agli amici.
Il punto è che, invece, quelli che si fanno il loro disco poi molto spesso pretendono che qualcuno ne scriva sui giornali o lo trasmetta per radio. Ed è questo l’argomento che sollevavo nel mio articolo: rispetto alla possibilità di trovare spazio sul mercato, o sui media, c’è troppa gente che vorrebbe godere di questo privilegio. Non è un diritto, Supergay: è un privilegio, poter godere dell’attenzione di chi può contribuire a farti conoscere. E per ottenerlo, questo privilegio, devi non solo produrre lavori meritevoli; devi anche spendere tempo denaro e fatica per far sì che qualcuno si accorga di te.
Poi, certo, ci sono blog e webzine che pubblicano solo recensioni. Benissimo: hanno tutto il diritto di esserci. E allora si vada da quelli, a chiedere una recensione al proprio disco. Oltretutto, su molti di questi blog e webzine scrive gente assai competente e preparata: sono io il primo a dirlo, e sono io il primo a leggerli, alcuni di questi blog e webzine. Ma fanno un lavoro diverso da quello di Rockol. Fanno (alcuni di questi) un lavoro rispettabile, ammirevole, meritevole di elogi: ma un lavoro diverso da quello di Rockol e dal mio.
(A proposito, e dico a Simone Vattelapesca – non è che non mi ricordo il suo cognome, è lui che si firma così - che scrive.

“Sarebbe meglio chiedere ai propri uffici stampa di non inviare materiale a Rockol, ci si risparmia i costi di spedizione”

La spedizione non costa quasi nulla, se mandi un link o un file. Ma ti costa pagare qualcuno che insista con una redazione affinché dedichi tempo e attenzione a un disco che dura quaranta minuti di tempo. Perché, Simone, in una redazione non ci sono duemila persone: a Rockol siamo una decina in tutto).

(E poi: se Rockol fa così schifo, come mai sono così in tanti a chiederci di scrivere di loro?)


A proposito: Rockol non è Rockit, e lo dico con il massimo rispetto per i colleghi di Rockit. Rockit si occupa di musica italiana emergente, Rockol si occupa di musica emersa. Lo trovate brutto? Vi fa schifo? Beh, peccato. Ma è così. Noi non recensiamo demo di gruppi senza contratto. Non è il nostro ambito, non è il nostro mestiere, non siamo in grado di farlo. Per ora, almeno.


Finisco rispondendo a Andrea Cittadini, che con finissima eleganza lessicale scrive:


“Ti lamenti del numero delle pubblicazioni attuali? Cambia mestiere se non hai la sbatta di sentirti cinque dischi al giorno boh.
Pps il mestiere del giornalista musicale tralaltro nasce perlappunto per quelle persone, che non hanno tempo di sentirsi 4/5 dischi al giorno e cercano ‘scorciatoie’.”


Supponendo che “la sbatta” debba intendersi come “la voglia di far fatica”, vorrei spiegare a Andrea Cittadini che il mestiere del giornalista musicale, in effetti, un tempo assomigliava abbastanza a quello che descrive lui. Era il tempo in cui i giornalisti che si occupavano di musica ricevevano i dischi prima che uscissero nei negozi, in modo da aver tempo di ascoltarli per poterne scrivere e quindi informare i potenziali acquirenti sulle loro caratteristiche, in maniera da orientare i lettori nell’eventuale acquisto. Parliamo di un tempo in cui c’era chi spendeva soldi per acquistare i dischi, e quindi spendeva soldi per acquistare riviste musicali che gli permettessero di spendere meglio i soldi che spendeva per acquistare dischi. Siccome oggi chiunque ha la possibilità di ascoltare i dischi gratuitamente, non serve più che qualcuno ascolti i dischi in tua vece, perché tanto tu non spenderesti soldi per acquistarli. Se hai tempo e “sbatta”, Andrea Cittadini, ascoltateli tu, i dischi. Che bisogno hai che qualcuno li ascolti per te? Non sei in grado di decidere cosa ti piace e cosa non ti piace?
Hai bisogno di qualcuno che te lo dica, quali dischi ti devono piacere? Allora: sai cosa devi fare? Paga qualcuno di tasca tua, qualcuno di cui ti fidi, per dirti per quali dischi vale la pena che tu spenda il tuo tempo d’ascolto. Perché qualcuno dovrebbe farlo gratis al tuo servizio? Per poi sentirsi spiegare dall’alto della tua eloquenza che dovrebbe cambiare mestiere?
Andrea Cittadini, vieni tu a fare il mio mestiere. Poi ne riparliamo, magari, dopo che ci hai provato.

Franco Zanetti

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