Peter Hook ed io: un amico, un libro, un'opinione tranchant sui talent

Peter Hook ed io: un amico, un libro, un'opinione tranchant sui talent

Un vecchio amico – che non sa di essere mio amico, ma che con alcuni suoi dischi mi accompagna dai primissimi anni Ottanta, per cui lo considero tale e morta lì – mi ha suggerito, tramite le pagine di un libro che ha scritto, un pensiero. Che vi trasmetto seccamente, senza troppi commenti.

Hooky (sì, parliamo di Peter Hook e del suo volume “Joy Division, tutta la storia”, pubblicato da Tsunami in edizione italiana) ha il gusto della provocazione e ha la fortuna di avere vissuto un’epoca speciale – ebbene sì, i tempi sono molto cambiati, me ne rendo conto. Ma seppur coi dovuti distinguo e aggiustamenti, nella sua intransigenza coglie un punto non secondario, né trascurabile.

Per cui vogliate perdonare qualche parolaccia ornamentale e un filo di arroganza (ampiamente controbilanciata da una carriera che non ha bisogno di essere spiegata) dell’amico immaginario Hooky: concentratevi sul nucleo fondamentale di queste parole. E magari, la prossima volta che pensate di andare a una “battaglia delle band” (che deliziosa terminologia demodè, ammettetelo, suvvia) in tv, rileggetevi questo frammento. Anche se non siete d’accordo. Rileggete e riflettete solo un attimo.
Poi continuate a sognare un “Per me è sì” della giuria di turno. È un vostro diritto sacrosanto sognare. È un nostro diritto, anzi.

Una volta ho visto questo programma, una specie di “Battaglia delle band”. C’erano Alex James dei Blur e Lauren Laverne, e qualche idiota di una casa discografica, e se ne stavano lì seduti a dire cosa ne pensavano delle band: “Il vostro bassista fa schifo e il vostro look ha bisogno di una sistemata; sbarazzatevi di quello che suona l’armonica”.

E tutti i gruppi se ne stavano lì in piedi a sentire quelle cose e dicevano: “Grazie amico, faremo esattamente così”.

Non ci potevo credere. Io sono entrato a far parte di una band per mandare tutti affanculo e se qualcuno mi avesse detto: “La tua immagine fa schifo”, gli avrei risposto: “Vaffanculo, testa di cazzo!”. E se qualcuno mi avesse detto: “La tua musica fa schifo”, gli avrei dato una testata. A mio avviso ai gruppi manca proprio questo. Si sono persi la fase di crescita in cui sono belli incazzosi e non sanno un cazzo di niente. Bisogna credere totalmente in se stessi. Fin dai primi passi devi essere convinto che sei eccezionale e che il resto del mondo deve venirti dietro. Di tutti noi, Ian era il migliore in questo senso. Credeva completamente nei Joy Division. Se uno di noi si perdeva d’animo, era sempre lui che ci dava la spinta per andare avanti. Ci rimetteva in carreggiata.

(brano tratto da Peter Hook, “Joy Division, tutta la storia”, Tsunami, Milano, 2014, pag. 66-67)

[a.v.]

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