Quanto pagheresti per far ascoltare le tue canzoni a un professionista dell'industria musicale?

Quanto pagheresti per far ascoltare le tue canzoni a un professionista dell'industria musicale?

Non sono riuscito a ritrovare il commento originale; ma qualche settimana fa un lettore rievocava, in tono fortemente risentito, un’occasione in cui ci incontrammo, lui mi chiese di ascoltare certe sue canzoni e io risposi, più o meno, “la mia religione non me lo consente”.

Ora: non ricordo di preciso l’episodio (come potrei?), ma, ammesso che abbia usato precisamente quelle parole (che ovviamente, nel caso, avevano un tono paradossale) non rinnego nemmeno una virgola della motivazione che me le aveva dettate.

Esiste un’attitudine singolare, e ampiamente diffusa, secondo la quale all’aspirante artista tutto è dovuto, e gratuitamente. Ebbene, a questa attitudine mi sono sempre rifiutato di sottostare, e credo di averne il diritto.

Quando spiego le motivazioni che sostengono il mio punto di vista cito sempre lo stesso esempio. Se hai un rubinetto che perde, e chiami l’idraulico, quello solo per venire a casa tua ti chiede dei soldi, il cosiddetto “diritto di uscita”, e poi ti chiede altri soldi per la riparazione. Eventuali ruberie a parte, non ci trovo niente di scandaloso: hai bisogno di un professionista, ti rivolgi a lui, quello ti presta il servizio richiesto e ti chiede un compenso per il servizio che ti ha reso.

Ora: se tu, aspirante autore/cantautore/cantante, desideri la mia opinione professionale sulle tue creazioni, per quale ragione io dovrei fornirtela gratuitamente? e dico “io” intendendo chiunque – per esperienza, competenza e credibilità – possa essere accreditato a fornire un’opinione professionale su una creazione musicale.

Intendiamoci: quando sono io ad aver sollecitato te, aspirante artista, a farmi ascoltare le tue opere (come avviene nel caso di un concorso, tipo i miei “Radar”, “AscoltAutori” o “Genova per Voi”); o quando il nostro incontro avviene nell’ambito di un progetto in cui è previsto che ci siano dei professionisti in veste di consulenti o di tutor (come nei mai troppo rimpianti “Music Village” di Vittorio Sassudelli), è ovvio che la mia consulenza sarà gratuita, perché è implicita nel fatto che sono stato io a chiederti di inviare le tue opere per partecipare a un’iniziativa, o perché l’organizzatore di un’iniziativa ha chiesto e ottenuto (e remunerato) la mia presenza comprensiva della mia prestazione professionale.

Ma se tu, artista emergente che io non conosco, mi chiedi di dedicare del tempo all’ascolto delle tue opere e desideri avere da me un parere, un consiglio, un’opinione e dei suggerimenti, io mi sento libero di risponderti che non ho intenzione di farlo (“la mia religione non me lo consente”), perché per farlo dovrei chiederti di pagarmi – e non solo io faccio un altro lavoro, faccio il giornalista, ma so bene che se ti presentassi un tariffario per la mia prestazione tu reagiresti scandalizzato.

Qualche anno fa, Rockol mise in atto una sorta di esperimento-provocazione: informò i lettori che sarebbe stato possibile richiedere una consulenza a un professionista dell’industria musicale (un produttore musicale, un discografico, un arrangiatore) inviando tre proprie canzoni, e ricevendo in cambio un dettagliato esame critico delle canzoni stesse corredato di consigli e suggerimenti. Chiedemmo ai lettori quale fosse, a loro avviso, il giusto compenso per quella consulenza. La maggior parte delle risposte fu inorridita: ma come, bisogna pagare? è un furto, è uno schifo, qui si specula sui “sogni dei ragazzi”...

No, amici miei. Qui si trattava (o si sarebbe trattato: giacché, come dicevo, quel sondaggio era un test ideato per suscitare reazioni) semplicemente di una fornitura di servizi - da parte del produttore, del discografico, dell’arrangiatore - a qualcuno che quei servizi li richiedeva esplicitamente e volontariamente. E non c’era ragione alcuna per la quale quei servizi dovessero essere prestati gratuitamente. Come scrivevo prima, l’idraulico l’avete chiamato voi: e a meno che non sia un vostro amico, quando viene a casa vostra con la chiave inglese in mano vi chiede, e giustamente, di essere remunerato.

Sono perfettamente consapevole dell’impopolarità di queste mie asserzioni. Ai tempi di quel “sondaggio”, Facebook non esisteva; adesso esiste, e sono preparato ad essere inondato di improperi e male parole nei commenti a questo articolo. Cercherò di fare fronte, ed eventualmente risponderò alle critiche argomentando. Del resto, sull’argomento ho già scritto in passato e credo di aver spiegato abbondantemente le ragioni per le quali lo scouting di “nuovi talenti” nella musica non è più un’attività potenzialmente remunerativa.

Ricordo di aver scritto cose analoghe cinque anni fa nella mia recensione di “Dietrologia”, il libro di Fabri Fibra, commentando positivamente la sua asserzione che “per guadagnare dalla musica devi far guadagnare chi lavora nella musica”. Non mi rimangio nemmeno una parola: anzi, ribadisco il concetto.

Il punto è che, piaccia o no (e a me non piace, intendiamoci: ma non è nelle mie possibilità né nella mia posizione, né nella mia “missione”, darmi da fare perché la situazione cambi), coloro che sarebbero preposti, per professione, ed essendo già remunerati per farlo, ad ascoltare e valutare le opere degli “artisti” emergenti – e cioè i direttori artistici delle case discografiche e degli editori musicali – non hanno tempo o voglia di ascoltare tutta la massa di merce che gli viene recapitata. E, scusate, ma hanno – se non la mia approvazione, anzi! – tutta la mia comprensione; perché si tratta, nel 999 per mille dei casi, di roba scadente e senza prospettive commerciali (unico criterio con il quale oggi vengono valutate le canzoni e le interpretazioni. Non vi piace che sia così? Beh, neanche a me: ma così è, anche se non ci pare).

Ci sarebbe ancora da aggiungere una considerazione che suonerà generica, ma (vi assicuro) è corroborata dalla mia esperienza personale. Quando qualche aspirante “artista” riesce a farsi ascoltare da un professionista dell’industria, e riceve delle critiche circostanziate, rarissimamente – ripeto: rarissimamente – è in grado di accettarle e farne tesoro. Perché la presunzione, infondata e immotivata, è la merce più diffusa, fra gli aspiranti “artisti”. Non parlo della convinzione nelle proprie doti, ché quella è indispensabile che ci sia. Parlo proprio della presunzione di essere non dico semplicemente dotati, ma di essere dei geni incompresi, che di solito procede di pari passo con la sindrome del “vanno avanti solo i raccomandati”. Il vittimismo e la lamentazione sono la regola, non l’eccezione, fra gli aspiranti “artisti”. E finché questo atteggiamento persisterà, sarà sempre meno probabile che qualcuno si dia disponibile a regalare tempo e attenzione gratuitamente. Se devo rischiare di essere sfanculato, almeno mi paghino per accettarlo.

Franco Zanetti

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