Ma a che serve continuare a fare così tanti dischi?

Qui a Rockol riceviamo quotidianamente, in media e contando tutti i nostri indirizzi di redazione e personali, circa 200 comunicati stampa. Nell’ultima settimana di luglio, quella dal 25 al 31, ho contato quanti di questi erano relativi all’annuncio dell’uscita di nuovi album prodotti in Italia. Risultato: una trentina. Ora, considerando che l’ultima settimana di luglio è già un periodo di rallentamento di attività, e anche stando bassi, questo significa che in un anno, in Italia, e contando solo quelli di cui riceviamo comunicati, vengono pubblicati all’incirca 1.500 nuovi album di artisti italiani (almeno il triplo se consideriamo anche gli album di artisti internazionali – ma non è di questo che parliamo oggi).

E’ vero che si tratta di uscite in digitale, e che quindi – rispetto a cinque anni fa – lo spreco di plastica metallo e carta connesso alla pubblicazione di un CD “fisico” è notevolmente diminuito. Ma c’è qualcuno che pensa davvero che abbia senso che in un mercato ristretto come quello italiano vengano pubblicati ogni anno 1.500 nuovi album di artisti italiani? (E c’è qualcuno che pensa davvero che un giornalista che si occupa di musica possa ascoltare quattro/cinque nuovi dischi al giorno, contando solo quelli di artisti italiani? Capisco che la prossima considerazione riguarda solo i rapporti di un giornalista con gli uffici stampa: ma avete idea di cosa significhi ricevere almeno un paio di sollecitazioni al giorno della serie “ti ho mandato il link per ascoltare questo album, l’hai ascoltato? che ne pensi? lo recensirai?” Ma amico mio, lo capisci o no che nella giornata media di un giornalista musicale – che prevede anche la scrittura di notizie, una trentina di telefonate al giorno, la presenza a conferenze stampa, la realizzazione e la trascrizione di interviste, e magari ogni tanto anche mangiare qualcosa e andare in bagno – proprio non c’è spazio per l’ascolto – e esagero – di più di un disco al giorno?).

E lasciamo pur perdere questo punto; che però è importante, perché chi fa un disco e incarica un ufficio stampa di promuoverlo si aspetta che qualcuno lo ascolti e ne scriva (o lo ascolti e lo programmi in radio); ma quale può essere lo spazio di mercato di un nuovo album italiano che se la deve vedere con altri 29 album italiani che escono nella stessa settimana?

Ora: ognuno è libero di spendere tempo e denaro come più gli aggrada, ed è normale (e anche giusto) che ogni artista consideri il suo lavoro meritevole di attenzione, e anzi più meritevole di attenzione degli altri dischi che escono contemporaneamente al suo (ci mancherebbe!). Ma bisognerebbe anche cominciare a rendersi conto che nella presente situazione di mercato non è proprio possibile che, di quei 1.500 nuovi dischi italiani, più del due per cento (che significa 30 dischi l’anno – e sono generosamente ottimista) possa ricevere quel minimo di attenzione sufficiente a giustificarne l’esistenza.

Non sto facendo, attenzione, un discorso di qualità; perché se badassimo alla qualità, purtroppo quei trenta dischi l’anno di cui dicevo prima diventerebbero la metà, e forse anche meno. E’ proprio una questione di spazio e di tempo: di spazio nella programmazione radiofonica, di spazio nelle pagine (di carta o elettroniche) dei giornali, di tempo per un ascolto sufficientemente attento e ragionato da poter permettere di farsi un’idea del contenuto di un nuovo album.

Quando lavoravo per una casa discografica, all’inzio degli anni Ottanta, e facevo l’ufficio stampa, avevo a che fare con la pubblicazione di una dozzina di nuovi album e di altrettanti 45 giri ogni mese (considerando sia quelli di produzione italiana sia quelli di produzione internazionale). Allora le case discografiche in attività erano una decina, considerando solo le più importanti. E i conti sono presto fatti: stiamo parlando di 1.500 nuovi album l’anno (italiani e internazionali), pubblicati in vinile, e di un periodo storico in cui ognuno di questi album, anche quello di minore successo, vendeva comunque una media di cinquemila copie. E stiamo parlando di 35 anni fa.

A questo ci hanno portati l’evoluzione della tecnologia e l’involuzione delle dimensioni del mercato. Un tempo chi riusciva a pubblicare un album era una frazione minima di tutti quelli che avrebbero voluto farlo; perché c’erano un filtro severo, una selezione spietata, e perché per pubblicare un disco dovevi necessariamente passare dall’intermediazione di una casa discografica, che poteva provvedere – anche dal punto di vista economico – a finanziare la registrazione, la stampa, la distribuzione e la promozione di un disco fisico.

Oggi, che grazie alla drastica riduzione dei costi di registrazione e alla possibilità di evitare i costi di produzione del disco fisico, praticamente chiunque può realizzare un album di canzoni e – in qualche modo – metterlo sul mercato in forma digitale, i filtri e le barriere sono saltati, l’intermediazione delle case discografiche non esiste quasi più, e il mercato è soffocato da una produzione quantitativamente enorme e qualitativamente (com’è ovvio) scadente.

Il peggio è, fra l’altro, che nella maggior parte dei casi non si tratta di dischi “brutti”, e scusate se uso un aggettivo così generico; ma si tratta di dischi inutili, dei quali nessuno sente il bisogno, perché non sono più l’esito di un faticoso percorso di selezione, ma semplicemente la trasposizione in files digitali della convinzione (infondata) di troppa gente di essere in grado di proporre delle canzoni interessanti e pregevoli.

Poi non ci si può lamentare se i giornali non ti recensiscono, se le radio non ti trasmettono, se i promoter non riescono a promuoverti e se le agenzie di booking non riescono a procurati serate.

E’ la solita, eterna questione della domanda e dell’offerta: troppa gente vorrebbe far sentire la musica che fa, poca gente è disposta a spendere tempo (e figuriamoci denaro...) per ascoltare quella musica con attenzione e curiosità. E per quanti discorsi si facciano sulle “quote obbligatorie” di musica italiana, particolarmente di artisti emergenti – una richiesta che personalmente trovo irragionevole, perché non è imponendo una quota che si può convincere la gente ad ascoltare canzoni che non è interessata ad ascoltare – la considerazione fondamentale, per come la penso io, è che finché non si tornerà ad una feroce selezione qualitativa preventiva questa situazione non migliorerà, e anzi è destinata a peggiorare.

Qual è il vostro parere?

 

Franco Zanetti

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