La polemica sul ‘value gap’: cos’è il Content ID di YouTube e perché se ne parla

La polemica sul ‘value gap’: cos’è il Content ID di YouTube e perché se ne parla

Centrale nel dibattito  sul 'value gap' è il ruolo di un pezzo di tecnologia di YouTube, il Content ID.

Nel report annuale pubblicato da Google How Google Fights Piracy, nella sezione dedicata a YouTube” è spiegato e approfondito il  concetto di “Content ID.

Sviluppato e lanciato nel 2007, il content ID è “un sistema di amministrazione della proprietà sui diritti d’autore che permette agli aventi diritto di gestire in modo efficace i loro contenuti online. Tramite questo sistema, i proprietari di questi diritti possono identificare i video caricati dagli utenti che contengono materiale di loro proprietà e scegliere in anticipo cosa fare di quei video”.

Il content ID è, nella strategia di YouTube, la soluzione alla famigerata problematica del “notice and takedown” contemplata nel DMCA.

Youtube, pertanto, propone ai proprietari dei contenuti (inclusi quelli delle canzoni) essenzialmente quattro alternative:

  1. bloccare i video che contengono loro materiale e non monetizzare da essi, mantenendo online solamente i video “ufficiali” caricati dai proprietari dei diritti sulle canzoni, in modo da convogliare le visualizzazioni su un solo canale;
  2. identificare le tracce di cui sopra ma consentire che YouTube le eroghi, allo scopo di monetizzare ricavi di natura pubblicitaria;
  3. bloccare tramite il content ID tutte le tracce decidendo di non caricare nemmeno video ufficiali dell’artista su YouTube (oppure consentire a YouTube di generare dei video statici con la copertina e il titolo della traccia per ogni canzone di un album);
  4. decidere di mantenere i video generati dagli utenti senza monetizzarli.

Per attivare il funzionamento del content ID gli aventi diritto devono preventivamente fornire a YouTube le informazioni necessarie relative ai propri brani così che possa avvenire il tracciamento essenziale per il compenso del copyright. Questa comunicazione può avvenire sia in modo diretto sia, come spesso accade, tramite aggregatori/distributori che accentrano contratti e relazioni con varie piattaforme di streaming e store digitali affinché i brani siano tracciati e ricevano le royalties spettanti. Questi aggregatori consegnano i file wav delle tracce, i loro metadata e il “fingerprint” utili al riconoscimento dei brani.

 

Secondo case discografiche ed editori il content ID di YouTube non riesce ad identificare correttamente una quota compresa tra il 20% e il 40% delle registrazioni totali. E’ vero che esistono tecniche per eludere l’efficacia del content ID, come la modifica del brano originale cambiando, per esempio, la tonalità della canzone o la compressione (bpm). In caso di tracce sospette, la violazione può venire combattuta praticamente solo tramite la lunga e dispendiosa procedura cosiddetta di takedown notice.

YouTube oppone numeri e motivazioni di segno opposto in merito, rivendicando la precisione del Content ID e specificando che:

-viene utilizzato nel 98% dei casi (ovvero, solo il 2% delle controversie è gestito tramite DMCA)

-quanto alla sola musica, il 99.5% delle rivendicazioni musicali sono automatizzate, ovvero solo lo 0.5% viene rivendicato manualmente

-meno dell’’1% delle rivendicazioni viene contestato

-il Content ID consente ai proprietari di diritti d’autore di segnalare direttamente a YouTube eventuali materiali corrispondenti ai propri anche prima che il materiale protetto sia caricato su YouTube e che, grazie a questa tecnologia, è in grado di bloccare il materiale e impedire che sia pubblicato su YouTube oppure riscontrare quando viene pubblicato così da  monetizzarlo

-il Content ID genera ricavi aggiuntivi, anche perché per le etichette la loro metà proviene da contenuti caricati dai fan

-le etichette scelgono di monetizzare piu del 95% dei claims audio, lasciando i contenuti in piattaforma (ovvero, meno del 4,5% di esse adotta una strategia di blocco).

 

Questo articolo fa parte dello speciale dedicato da Rockol al tema del “value gap”, al centro di una rovente polemica tra il settore tecnologico e quello musicale, e raccoglie contributi di base e didattici arricchiti da dati e elementi di indagine. Gli articoli di questo speciale sono raccolti nella pagina-hub dedicata al Value Gap ed identificabili dalla stessa immagine a corredo di questo articolo. Lo speciale sul value gap è opera della redazione di Rockol. Alla ricerca ha contribuito Tommaso Pavarini

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