Perché i DJ set non hanno rotto (e perché i DJ sono ancora figure fondamentali)

Perché i DJ set non hanno rotto (e perché i DJ sono ancora figure fondamentali)

Il nostro articolo di ieri, "I DJ set hanno rotto" ha generato discussione, soprattutto sui social network, e soprattutto tra i DJ. Accogliamo quindi con molto piacere questo intervento di Marco Danelli,  DJ per eventi e locali milanesi e Music Editor di VH1, Mtv Music ed MTV New Generation - come Babylonite ha curato il DJ set dell'evento milanese di lancio di "A moon shaped pool" dei Radiohead.
Siamo ovviamenti disponibili ad ospitare altri interventi sul tema.

Sicuramente ci sono "Too Many DJ's" (op.cit. Soulwax). Ed io sono tra i troppi. A dir la verità non mi sento in diritto nemmeno a definirmi un DJ.  E so per certo che la stragrande maggioranza dei DJ che sui social ha aggiunto questa sigla nelle sue attività, in realtà non incarna il ruolo di quello che la storia, fino ad ora, ha definito come DJ. Quello “Vero” prima di tutto è capace di mixare con consapevolezza dei brani, spesso da diversi supporti, e crea un flusso musicale continuo, diverso dai singoli brani da cui era partito: tramite la propria cultura musicale e le proprie capacità acquisite in anni di esperienza, costruisce nel momento in cui lo ascolti qualcosa di unico, che prima del suo djing non esisteva; in un certo senso ricompone tracce preesistenti e ne crea di nuove.

Ora, vivo le mondanità della mia città ormai da più di vent’ anni, frequentando eventi, locali, serate di ogni genere con notevole (forse troppa) intensità, e posso assolutamente affermare che i DJ che davvero mixano sono ben pochi se messi in confronto alla quantità di personaggi che si trovano dietro le console sparse in ogni dove. Se una volta il ruolo del DJ era ben definito ed era un trono da conquistare, la tecnologia di cui disponiamo oggi azzera la distanza dalla conquista e mette in apparenza tutti sullo stesso piano, sostituendo l’esperienza con agevolazioni digitali che fanno tutto da sole.

Ma allora cosa fanno queste persone che si definiscono DJ? Per me mettono semplicemente musica, sono selezionatori. Ma rimangono figure fondamentali.  L’articolo li definisce “sfuma-musica”, etichettandoli esclusivamente come un accessorio pressochè inutile, di cui si giustifica la presenza solo perchè portano gente. Ecco su questo punto inizio a divergere dall’ottica di Gianni Sibilla. Sono assolutamente convinto che la presenza di una persona capace di  scegliere e “mettere” musica può fare sempre la differenza, anche senza essere un fenomeno della console. E non solo nei club ma in un qualsiasi evento in cui è presente. La Musica ha sempre un ruolo negli eventi in cui è invitata, sta al DJ definire quale. Se è percepita solo come disturbo, allora il DJ (vero o presunto), non sta facendo bene il lavoro per cui è stato chiamato; non è la figura del DJ ad essere di troppo, è la persona che lo sta incarnando che sta sbagliando tutto. Ed è qui che si apre la voragine tra chi sa leggere l’evento e la musica con cui lo deve vestire, e chi sta mettendo musica per puro esibizionismo o tanto per divertirsi (probabilmente da solo).

La persona che sceglie musica ad un evento deve avere totale consapevolezza di quello che sta facendo, deve avere conoscenza musicale per poter costruire il contesto giusto per le diverse situazioni in cui è chiamato in causa. Sa quando deve essere solo sottofondo, e quando deve diventare protagonista. Perciò sa anche gestire con sensibilità  i volumi. Puó essere un profondo conoscitore di un genere musicale solo, nel quale si è sapientemente specializzato, o può rappresentare una sorta di psicologo-sociale della musica capace di rispondere ai vari contesti con diverse proposte adeguate. E l’obiettivo non è semplicemente creare sottofondo, o fare quattro salti in pista sulle quattro canzoni che tutti si aspettano, ma fare la propria parte per rendere l’evento memorabile. Il silenzio è rischioso, in particolari eventi fa più rumore della musica scelta con cura.  

Lo scenario è ostile anche per chi ambisce ad essere un bravo DJ. La discesa del mondo del Clubbing come era concepito negli anni 90 ha quasi ucciso l’idea dell’andare in un posto perchè c’era quella musica e quel DJ (per fortuna qualcuno che resiste c’è ancora).  

Ora si è azzerata la distanza anche tra il DJ e la sua audience. La app streaming donano onnipotenza. Tutti si sentono in grado di poter scegliere la musica anche per tutti gli altri. Le persone diventano più moleste nelle richieste con il malcapitato che deve accontentarle. Ogni due per tre mostrano la canzone che vogliono sentire dalla playlist che hanno sul display dello smartphone. Non sono più disposte a lasciarsi andare al flusso della musica che non conoscono. Il passo successivo sono gli organizzatori che a questo punto chiamano uno “sfuma-musica” qualsiasi che mette le canzoni che tutti conoscono già. Perciò a questo punto vale prenderne uno a caso, che si accontenta di essere pagato in free-drink. L’asticella si abbassa sempre più verso il basso. E il DJ è sempre più ubriaco. E allora si, forse può anche fingere che tanto nessuno se ne accorgerà. Neanche gli amici.  

Eppure basterebbe essere più sensibili all’argomento. Dare la giusta importanza alla musica e alla persona che la diffonderà. Tutti ci guadagnerebbero di più, anche chi non la vuole sentire. Forse potrà addirittura cambiare idea.              

(Marco Danelli)

P.s. c’è un piccolo parametro tecnologico per capire se il “coraggioso” dj set sta funzionando, consiste nello scovare con lo sguardo quante persone stanno usando Shazam in quel momento. E’ poca roba ma a volte ci si può accontentare di questo piccolo segnale.
P.P.S Il DJ mette i dischi, NON SUONA.

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