A spasso per la storia: Robert Plant ad Assago, la recensione del concerto

A spasso per la storia: Robert Plant ad Assago, la recensione del concerto

Al giudice che dovrà pronunciarsi sulla prossima causa di plagio a danno dei Led Zeppelin farei ascoltare un concerto di Robert Plant con i Sensational Space Shifters, come quello di ieri sera alla Summer Arena di Assago (MI). Capirebbe nel giro di poche canzoni che il rock, per lo meno quello strettamente legato alle radici blues e folk, non è un esperimento che avviene nel vuoto, ma è un processo. È materia che si rinnova di continuo, in un dialogo ininterrotto col passato. Il cantante inglese mischia pezzi tradizionali, classici dei Led Zeppelin e brani originali come se non ci fosse poi una gran differenza fra gli uni e gli altri. E in un certo senso non c’è: trasformando le esecuzioni in una sorta di morphing sonoro, Plant mette le canzoni in prospettiva.

Il concerto dei Sensational Space Shifters lo farei sentire anche a chi pensa che l’epoca delle contaminazioni sia finita, a chi è convinto che la visione di una musica che attraversa stili e culture sia antistorica. Grazie a musicisti dal background diversissimo, dalla musica etnica a quella elettronica, Plant tira fili invisibili fra il Sud degli Stati Uniti e l’Africa occidentale, nel tentativo di dimostrare che esiste un terreno comune alle musiche di matrice folk. Lo si capisce subito, quando pochi minuti dopo le ore 21 – dopo il set del pianista boogie-woogie Mike Sanchez – Plant sale sul palco con i sei elementi della band e attacca “Poor Howard”. Il gruppo mischia sonorità acustiche, elettriche, elettroniche. Il chitarrista Justin Adams è l’anima blues, il gambiano Juldeh Camara cava fuori suoni ancestrali dal goje, una sorta di rudimentale violino dell’Africa occidentale. L’amalgama è favoloso.

La gente è qui anche per il mito dei Led Zeppelin, lo si capisce dal numero di t-shirt del gruppo che si vedono in giro. E Plant non delude: con questa band e senza Jimmy Page “Black dog” è più sinuosa e sexy, “What is and what should never be” è ricca di sfumature. L’impatto hard di riff iconici viene evocato, ma mai sfruttato fino in fondo. Si preferisce condurre il pubblico in una sorta di esplorazione alle fonti degli Zeppelin: prima si ascolta “No place to go” dei Fleetwood Mac, fra le fonti di ispirazione di “How many more times” degli Zep via “How many more years” di Howlin’ Wolf, che confluisce nell’esecuzione di “Dazed and confused”. Se con gli Zeppelin, Page suonava la chitarra con l’archetto, stasera Camara fa la stessa cosa con il goje, regalando al pezzo – preso dal repertorio di Jake Holmes, una cover a tutti gli effetti – un significato inedito.

Nell’intervallo semi-acustico Billy Fuller suona il contrabbasso, Liam “Skin” Tyson, sempre più simile a un santone indiano, si siede e imbraccia la chitarra acustica, la band cava dagli strumenti un grande groove per “Fixin’ to die”. Plant è in forma. Aiutato da alcuni effetti – come sempre, del resto – non tenta cose impossibili per la sua voce e per la sua età, e risulta carismatico e convincente. È di buonumore, allegro, balla e gesticola, suona il bendir. Attacca “I just want to make love to you”, poi chiede «Do we need love?» e il pezzo di Willie Dixon si trasforma in “Whole lotta love”, che del resto prendeva parti da un altro brano di Dixon, “You need love”. Il classico degli Zeppelin a sua volta confluisce in “Hey! Bo Diddley” in un continuo gioco di rimandi. Sta in queste sovrapposizioni, nel dialogo fra passato e presente, a volte fra passato remoto e passato prossimo, nel vagare fra varie tradizioni e culture, sta nella voglia di chiudere un cerchio il senso del progetto e la natura musicale di Plant oggi. Lontano dai Led Zeppelin, ma vicino alla loro essenza culturale.

«Grazie mille, arrivederci», dice in italiano dopo appena un’ora e dieci minuti di concerto, lasciando il palco. Vi torna per due bis: la cover di “Bluebirds over the mountain”, nota nella versione di Ritchie Valens, diventa a sorpresa “Rock and roll” degli Zeppelin, con Camara al goje. E infine arriva “Going to California” con Tyson alla chitarra acustica e Adams al mandolino, bella e struggente, un gran finale per un viaggio musicale avvincente. Unico neo della serata è la brevità della performance: solo un’ora e mezza. Ma di fronte a un tale spettacolo, è tutto perdonato. È raro trovare un artista che, a fronte di una storia tanto importante, ha la voglia e il talento di costruire una nuova identità lontano da nostalgie e revivalismi, e di farlo con tale convinzione e bravura. Una lezione: di storia del rock, e di classe.

(Claudio Todesco)

 

SETLIST

“Poor Howard”

“Turn it up”

“Black dog”

“Rainbow”

“What is and what should never be”

“No place to go” / “Dazed and confused”

“All the king’s horses”

“Babe I’m gonna leave you”

“Little Maggie”

“Fixin’ to die”

“I just want to make love to you” / “Whole lotta love” / “Hey! Bo Diddley”

“Bluebirds over the mountain”/ “Rock and roll”

“Going to California”

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