Battiato e Alice, le canzoni e i dischi che nessuno ha capito

Battiato e Alice, le canzoni e i dischi che nessuno ha capito

Se esistesse un Paul Ricoeur della musica italiana, Franco Battiato sarebbe senza dubbio uno dei suoi tre "maestri del sospetto" (sugli altri due possiamo discuterne quanto volete). Al cantautore siciliano spetterebbe di diritto un posto nella triade per aver smascherato la banalità di certa pop music e l'eccessiva semplificazione dei testi e delle musiche delle canzoni pop: l'album "La voce del padrone" sarebbe da considerarsi, a questo proposito, il suo "Così parlò Zarathustra". Il disco uscì nel 1981 e fu il frutto di una scelta precisa: Battiato, che aveva alle spalle una carriera abbastanza lunga, decise di voler fare un album pop, che fosse in grado di vendere e di arrivare a chiunque. Questa operazione di demistificazione del linguaggio della musica pop aveva caratterizzato già i precedenti "L'era del cinghiale bianco" (1979) e "Patriots" (1980), ma ne "La voce del padrone" raggiunse la sua massima espressione. L'obiettivo di Battiato era quello di arrivare al grande pubblico e per fare questo il cantautore dovette confrontarsi con la forma-canzone. Non potendo intervenire sulla forma, Battiato intervenne sul contenuto. Cambiò le regole del pop dall'interno: cimentandosi con il linguaggio delle canzoni pop, ne amplificò le componenti fondamentali (ritornelli incisivi, melodie iper-orecchiabili) e costruì delle vere e proprie caricature delle canzoni. "La voce del padrone" è un disco ironico, attraverso il quale il cantautore siciliano si beffa delle popstar e delle hit scalaclassifiche e nel fare questo se ne distanzia, quasi a voler dimostrare che lui con quella roba non c'entra proprio niente. Quando uscì, il disco ottenne un successo incredibile: inizialmente accolto timidamente dal pubblico, nel marzo del 1982 conquistò la prima posizione della classifica, dove restò per ben 18 settimane consecutive, divenendo il primo album italiano a vendere un milione di copie. Ma alla base del successo di quel disco ci fu un misunderstanding generale, un malinteso: il messaggio di fondo che il cantautore siciliano voleva diffondere con quel disco non fu compreso. La gente canticchiava frasi come "Lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco, la lotta pornografica dei greci e dei latini", oppure "Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming", senza capirne il senso, lasciandosi prendere solamente dalle melodie orecchiabili e accattivanti.

E ancora oggi, il Battiato di quel periodo lì continua a non essere capito. Te ne accorgi quando, verso la fine della seconda data del tour estivo "Battiato e Alice", ospitata dalla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, la band attacca "Cuccurucucu". È un attimo: gli spettatori più fortunati, quelli della platea, si alzano e si accalcano sotto il palco, quelli della "galleria" superiore provano a scendere sotto ma vengono fermati dalle hostess e dalla sicurezza. La gente balla, si diverte, canta frasi come "L'ira funesta dei profughi afghani che dal confine si spostarono nell'Iran" con un sorriso ebete stampato sulla faccia come se stesse cantando la canzoncina stupida di qualche pubblicità. È uno strazio che continua anche in "Centro di gravità permanente" e "Voglio vederti danzare": ti guardi intorno e capisci che davvero nessuno ha compreso il senso di quelle canzoni. Gli obiettivi delle fotocamere degli smartphone guardano il palco, gli occhi guardano gli schermi degli smartphone.

Che poi, pensi, il concerto ti era pure piaciuto: con una scaletta leggermente diversa dalla branca primaverile, era partito in pieno stile Battiato-Alice, con la cantante di Forlì da sola sul palco a cantare "Nomadi" (una perla firmata da Juri Camisasca), e poi "Orientamento", "Da lontano", "Dammi la mano amore", offrendo una dietro l'altra alcune magistrali interpretazioni. Poi erano arrivate le prime hit pop, "Il vento caldo dell'estate" e "Per Elisa", che avevano fatto entrare il pubblico nel vivo del concerto. L'ingresso di Battiato, a circa quaranta minuti dall'inizio, era stato accolto con l'entusiasmo con cui si accolgono artisti del suo spessore, caloroso, con fastidiosi ma tollerabili cori da stadio: "Daje maestro! Vai Franco!". I colpi alla batteria di "L'era del cinghiale bianco" e il ritmo di "Up patriots to arms" avevano risvegliato la platea un po' addormentata, mentre con "Le nostre anime" era cominciata la parentesi più spirituale e mistica del set del cantautore, portata avanti con "Io chi sono" e "Sui giardini della preesistenza".

La toccante interpretazione di "Povera patria", con i versi della canzone sottolineati dagli applausi del pubblico, aveva fatto riflettere. E poi le canzoni "di stampo francese", "L'animale", "La canzone dei vecchi amanti" e "La stagione dell'amore", e l'immancabile "La cura". Sarebbe potuto finire così e saresti tornato a casa felice per aver visto un bel concerto.

E invece no: con "Cuccurucucu" la Cavea si trasforma in una festa popolare, una sagra in cui tutti ballano e cantano, spegnendo i cervelli. Che poi pensi: la gente va ai concerti anche per divertirsi. Sì, ok, è vero, ma diamine: è pur sempre il concerto di Franco Battiato e Alice, il cantautore filosofo e mistico della musica italiana e la cantante che ad un certo punto della sua carriera è fuggita dal successo pop. Battiato, dal palco, guarda la calca sotto il palco e sembra come disorientato: non capisci se è divertito o in preda allo sconforto più totale. E così anche Alice, quando lo raggiunge nel bis finale: in "Prospettiva Nevski", "I treni di Tozeur" e "E ti vengo a cercare" le atmosfere si placano e per un attimo quel senso di spaesamento sembra scomparire. Ma è davvero un attimo: quando parte "Bandiera bianca" è di nuovo delirio collettivo sotto il palco. "Uh! Come è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore...", cantava qualcuno: quanto aveva ragione.

di Mattia Marzi

SET ALICE:
"Nomadi"
"Orientamento"
"Da lontano"
"Dammi la mano amore"
"Il contatto"
"Tante belle cose"
"Il vento caldo dell'estate"
"Per Elisa"
"Veleni"
"Il sole nella pioggia"

SET BATTIATO:
"L'era del cinghiale bianco"
"Up patriots to arms"
"No time no space"
"Shock in my town"
"Le nostre anime"
"Io chi sono"
"Sui giardini della preesistenza"
"Povera patria"
"L'animale"
"La canzone dei vecchi amanti"
"La stagione dell'amore"
"La cura"
"Cuccurucucu"
"Centro di gravità permanente"
"Voglio vederti danzare"

BATTIATO + ALICE:
"Prospettiva Nevski"
"I treni di Tozeur"
"E ti vengo a cercare"
"Bandiera bianca/Sentimiento nuevo"

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