Il flop delle startup musicali? Figlio dell'incompetenza, non dell'industria musicale: l'opinione di Enzo Mazza (CEO FIMI)

Il flop delle startup musicali? Figlio dell'incompetenza, non dell'industria musicale: l'opinione di Enzo Mazza (CEO FIMI)

In risposta al nostro articolo "Startup musicali, che imbarazzante fiasco mondiale. E l’industria? Se ne frega" (di Giampiero Di Carlo) riceviamo e pubblichiamo volentieri questo scritto di Enzo Mazza (CEO di FIMI):

Gianpiero di Carlo su Rockol analizza il problema dei ripetuti flop delle start up musicali e cita anche il recente articolo di David Pakman ma le questioni sono molto più complesse e soprattutto non è stata l'industria musicale a scavare la fossa di molte di queste imprese. Pur condividendo in generale l'assunto che l'industria ha commesso molti errori nella rivoluzione digitale, quello di aver fatto fallire i progetti delle start up musicali non può essere imputato alle case discografiche. E' stata, molto più spesso, l'improbabilità di modelli di business messi a punto da veri incompetenti di come funziona il business dei diritti, con l'unico obiettivo di raggiungere un IPO il più in fretta possibile per scappare con la cassa, a generare dei mostri che si sono schiantati in maniera anche molto prevedibile.

La triste verità è questa e non altro.

Le imprese più accorte perlomeno si sono fatte affiancare nelle negoziazioni con le aziende discografiche da esperti, hanno lavorato su modelli sostenibili sul lungo temine, anche a costo di investire in perdita, e hanno capito che le esigenze delle aziende discografiche vanno oltre l'incasso immediato di advance. Quello che interessa sono le royalty sul lungo periodo, soprattutto ora che la distribuzione di
diritti analitica e trasparente è sempre più necessaria.
Molte start up hanno affrontato le negoziazioni indicando nei diritti un alto costo da ridurre il più possibile per mantenere margini il più possibile elevati. La frase, il contenuto costa troppo per incrementare la nostra customer base è stato abusata.  Business plan, con idee balzane così sono circolati a lungo anche presso FIMI ed SCF. Nessuno, come giustamente ha fatto notare qualche osservatore, ha affrontato altri fornitori, magari di telecomunicazioni, servizi di cloud o agenzie media per chiedere gli stessi sconti richiesti alle etichette. Perché il business plan prevedeva che fosse la musica a sostenere la start up. Ma non hai fatto un start up nel settore musicale ? Lo hai scelto tu questo settore.
Nel mercato del retail per anni le piattaforme distributive tradizionali, ovvero catene e grossisti, hanno convissuto con margini e costi sviluppando il mercato, comprendendo che il business poteva decollare solo lavorando insieme alle etichette. Molte start up, ma più che altro i VC alle spalle, volevano bassi costi ed alti margini con risultati in pochi mesi e questo li ha travolti. Pochi si sono messi nella posizione dell'industria per comprendere che le case discografiche rappresentato anche diritti di artisti e che certi contratti dovevano riflettersi anche in questi accordi. E soprattutto chi investe nello sviluppo dell'artista deve anche garantire una sostenibilità al modello di business.
L'idea più stupida che ho visto passare spesso tra improbabili venture capitalist era che la musica digitale avesse costo zero. Roba da analfabeti del diritto d'autore. Qualcuno disse: ma sul catalogo non avete costi, avete già realizzato tutti i profitti e potete darlo via a praticamente a costo zero ? Ma chi te lo dice ? Hai mai letto i contratti con gli artisti ?
Certo, farsi accompagnare da qualche ex discografico che lavorava nella promozione radio, completamente digiuno di tecnologie, o da improbabili avvocati non ha aiutato, sia a livello locale che a livello internazionale.
La cosa più buffa è che ancora oggi, e su questo cade anche Giampiero, molti pensano di conoscere bene il mercato discografico tanto da ipotizzare che qualsiasi azienda possa andare dagli artisti, dargli una montagna di soldi e farsi una roaster significativa.
Perché non accade o perché non è mai accaduto, nemmeno con Apple che oggi si vuole comprare la Formula Uno o con Vodafone o Microsoft ? Non ci ha mai riflettuto nessuno ?
Perché produrre il contenuto è molto complicato, perché non basta l'artista top, perché non basta il catalogo, perché ci deve confrontare ogni giorno con un flop, perché la creatività non è replicabile a costo zero, tutte cose che a chi interessa solo l'IPO più rapida possibile non comprende.
Milioni di dollari sono stati investiti in start up ma poco o niente è arrivato all'industria e agli artisti, mentre manager di VC sono usciti con il portafoglio pieno di stock options e vogliamo darne la colpa alle case discografiche ? Un po' più di umiltà avrebbe aiutato.

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