“Mettiamo in musica la psiche collettiva”: i Bastille raccontano il nuovo album ‘Wild world’ – INTERVISTA

“Mettiamo in musica la psiche collettiva”: i Bastille raccontano il nuovo album ‘Wild world’ – INTERVISTA

Hanno venduto quattro milioni di copie del disco d’esordio “Bad blood” e per un certo periodo sono stati la band più ascoltata su Spotify nel Regno Unito, eppure i Bastille continuano a fare le cose a modo loro. Per registrare il secondo album “Wild world”, in uscita il 9 settembre in due versioni da 14 e 19 pezzi, i quattro inglesi non ha chiesto aiuto a produttori di grido, né ha puntato su featuring clamorosi, sebbene il disco sia stato mixato da gente come Rich Costey e Mark “Spike” Stent. “Non ci piace l’idea di un gruppo che ha successo e che nel disco successivo collabora con produttori di grido”, spiega il cantante Dan Smith. “Era importante che fossimo noi a tagliare certi traguardi. Volevamo che questo disco fosse sì diverso, ma in tutto e per tutto nostro”.

Lanciato dal singolo “Good grief”, una canzone sulla perdita di una persona cara accompagnata da un video diretto da NYSU che è “come un cubo di Rubik: mette insieme differenti archetipi narrativi, li aggroviglia e li fa scontrare”, l’album è più vario del precedente. “Siamo stati influenzati da un sacco di cose. Dal modo in cui Frank Ocean mischia i generi. Dall’album dei Flaming Lips ‘Yoshimi battles the pink robots’ per come passa da un’atmosfera all’altra. Dalla produzione di Kanye West di ‘My beautiful dark twisted fantasy’. Dall’abilità con cui i Gorillaz passano dall’essere un progetto in studio a una band dal vivo. Dalle colonne sonore di Hollywood, dal vecchio hip-hop e da tutto quel che c’è di mezzo. I Bastille non sono una cosa sola. Abbiamo gusti vari, ci concediamo la libertà di provare sound differenti. Volevamo che l’album suonasse come un mixtape, come un viaggio attraverso i generi. Non ci sono regole dentro i tre minuti di una canzone”.

Lo spirito autarchico li ha portati a tornare nel loro piccolo studio londinese con l’amico Mark Crew nel ruolo di produttore. “Violino e violoncello li hanno registrati due ragazze che sono venute in studio e nel giro di una giornata hanno messo giù l’equivalente di una sezione d’archi. Lo stesso per gli ottoni: li ha registrati un mio amico dei tempi dell’università con due suoi collaboratori. Ai tempi del primo album c’erano quei grandi ritornelli perché non avevamo molto altro e perciò registrammo strati su strati di suoni per fare l’impressione di un bel sound, e in fondo le cose non sono cambiate. Ci piace che i nostri dischi siano nostri fino in fondo”.

Quando fecero il primo disco, la musica era un hobby per i Bastille. Avevano il suo lavoro e perciò le basi del disco furono poste nella stanza da letto di Smith, nel tempo libero, con un laptop. “Anche questa volta” spiega il cantante “abbiamo cercato di replicare quel modus operandi, registrando idee mentre eravamo in giro per concerti, sul tour bus, nelle stanze d’hotel, nei backstage. Poi all’inizio di quest’anno siamo tornati nel nostro studio a Londra. È come una seconda casa per noi, ci andiamo a piedi o in bici, se piove in autobus. È un posto che non ti intimidisce come certi studi enormi, però è deprimente, è uno scantinato piccolo così, senza finestre, né climatizzazione. Quando gli altri musicisti vengono a trovarci ci chiedono: ok, ma lo studio vero dov’è?”.

Il disco, spiega Smith, parla del modo in cui cerchiamo di dare un senso alle cose e della visione del mondo tetra e allarmante offerta dai mass media. “Parla della sensazione di panico e di perdita del controllo che proviamo guardando le notizie in tv. Parla anche di relazioni, dei compromessi che sei costretto a fare. È una specie di patchwork che cerca di mettere in musica la psiche collettiva. Dentro c’è di tutto: dalle uscite il venerdì sera al dolore per la perdita di una persona cara”. In una canzone ispirata al romanzo di Truman Capote “A sangue freddo”, Smith prende posizione contro la pena di morte. In “The currents” punta il dito contro il populismo che ha preso piede su entrambe le sponde dell’Atlantico. È un pezzo su Donald Trump e Nigel Farage? “Qualcuno l’ha interpretato così, ma potrebbe essere su un uomo di Stato tanto quanto su un tizio al pub che ha opinioni offensive o oltraggiose”. Se nel singolo “Good grief” compare il campionamento della voce dell’attrice Kelly LeBrock nel film del 1985 “La donna esplosiva”, in tutto l’album sono distribuite voci e brevi parti recitate a legare le canzoni come “Two evils”, “Snakes”, Send them off!”, “Blame”, “Fake it”.

Passati molto velocemente dall’essere il progetto di Dan Smith al diventare uno dei gruppi rock di maggiore successo del Regno Unito, i Bastille non si aspettavano che stare in una band di successo significasse passare il 90% del proprio tempo sulla strada. “È stato uno shock quando le tournée hanno assorbito completamente la nostra vita. È una cosa a cui non eravamo preparati. I miei amici mi dicono: ma hai la possibilità di girare il mondo?! E io rispondo: ma voi avete la fortuna di andare al pub sotto casa!”. Degli ultimi anni ricordano i momenti più stupidi, “come ubriacarci ai Grammy: scusate, non avevamo capito che era un evento sobrio, siamo inglesi”, e l’opportunità di visitare Paesi dove altrimenti non sarebbero mai stati. Dopo il concerto dell’11 luglio a Pistoia, la band ha annunciato una nuova data italiana, il 7 febbraio 2017 al Forum di Assago (MI). Ma ora che l’anfiteatro è stato aperto ai concerti rock, loro già si immaginano a Pompei a far cantare a migliaia di persone il loro “Eh-o ehuh eh-o ehuh”.

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