Eric Clapton perchè è soprannominato 'Slowhand'? E quella volta che scrissero 'Clapton is God'...

Eric Clapton perchè è soprannominato 'Slowhand'? E quella volta che scrissero 'Clapton is God'...

Qualche tempo fa, leggendo l’autobiografia di Eric Clapton mi sono imbattuto in un passaggio del libro in cui il chitarrista inglese ricorda la genesi del suo secondo album solista del 1974 “461 Ocean Boulevard” e cita la celeberrima canzone dei Led Zeppelin "Stairway to Heaven. Ecco cosa ha scritto:

“Uno dei pezzi che avevo cominciato stava venendo molto bene, ed ero orgoglioso del testo. Era “Let it grow”, ma ci misi parecchi anni a capire che avevo saccheggiato “Stairway to heaven”, il famoso classico dei Led Zeppelin: una lezione crudele, visto quanto ero critico nei loro confronti".




Rimanendo in tema Clapton, facendo sempre ricorso alle sue parole, forse può essere di un qualche interesse come racconta due aneddoti che lo riguardano molto da vicino: vale a dire, l’origine del soprannome ‘Slowhand’ e quello della scritta ‘Clapton is god’, che ornava i muri della città di Londra alla metà degli anni sessanta. Procediamo in ordine cronologico.

Era il 1964, Eric Clapton aveva diciannove anni e militava negli Yardbirds che erano composti, oltre che da lui, anche da Keith Relf (voce), Chris Dreja (chitarra ritmica), Paul Samwell-Smith (basso) e Kim McCarty (batteria). Il manager e produttore degli Yardbirds era Giorgio Gomelski. Di natali georgiani, nel 1962 aprì a Londra il Crawdaddy, locale dove, per un buon periodo ebbe come resident band, niente meno che i Rolling Stones. Quando Jagger e compagni si legarono a Andrew Loog Oldham, lasciarono Gomelski nello sconforto più completo. Lui però, talent scout sopraffino, mise gli occhi, senza sbagliarsi, sugli Yardbirds. Quasi tutte le band all’epoca facevano pezzi da tre minuti, gli Yardbirds li dilatavano dal vivo fino a cinque, sei minuti e il pubblico mostrava di gradire molto ballando a più non posso. Ricorda Clapton:

“Avevo montato sulla chitarra corde ‘light-gauge’, cioè morbide, la prima delle quali molto sottile, per facilitare il ‘note bending’ (tecnica di diteggiatura per creare delle legature sonore tra una nota e l’altra) e capitava spesso che, nei momenti più concitati dell’esecuzione, rompessi almeno una corda. Nelle pause, mentre sostituivo la corda, il pubblico in delirio scoppiava in un lento applauso, ispirando a Giorgio il soprannome ‘slowhand’ Clapton”.

Da oltre cinquant’anni a questa parte Clapton viene identificato con quel nome. A quel nomignolo Clapton si è affezionato a tal punto che nel 1977 il suo quinto album, il primo prodotto per lui da Glyn Johns, lo ha proprio intitolato così. Ricorda:

“Nel corso degli anni, il nomignolo 'Slowhand' mi si era appiccicato addosso, ed era particolarmente popolare fra i musicisti americani, forse perché aveva un sapore western”. 'Slowhand' è un nome che evidentemente porta fortuna, nell’album sono infatti inclusi grandi classici della discografia di Clapton come “Cocaine”, “Wonderful Tonight” e “Lay Down Sally”.


Eric Clapton, vero integralista del blues, abbandonò Gomelski e gli Yardbirds perché li riteneva troppo commerciali. Qualche mese più tardi entra in contatto con John Mayall e nell’aprile del 1965 diventa un Bluesbreakers. La band si esibisce tutte le sere, a volte anche due volte nella stessa sera. Il nome di Clapton è sempre più conosciuto. Una sera gli viene chiesto di andare in studio a provare con i leggendati bluesman di colore Muddy Waters e Otis Spann, i suoi sogni di adolescente superano la realtà. Scrive Clapton:

“Da quel momento la gente cominciò a parlare di me come se fossi un genio e mi fu riferito che qualcuno aveva scritto ‘Clapton is God’ sul muro della stazione della metropolitana di Islington. Poi la scritta apparve in tutta Londra, come i graffiti. Ero perplesso, e in un certo senso dispiaciuto. Non volevo quel tipo di notorietà. Sapevo che mi avrebbe procurato guai. Ma a un’altra parte di me quell’idea piaceva, era il segno che ciò che avevo coltivato per tutti quegli anni mi veniva in qualche modo riconosciuto.”

(Paolo Panzeri)


 

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