L'importanza di chiamarsi Premiata Forneria Marconi, storia di un nome

L'importanza di chiamarsi Premiata Forneria Marconi, storia di un nome

Parecchi anni fa iniziai a seguire la PFM e il loro nome mi incuriosì immediatamente. Sui loro vinili però non campeggiava l’acronimo con il quale la conosciamo ora, bensì un più esteso (e affascinante, se mi si permette) Premiata Forneria Marconi. Ai tempi non esistevano ancora i motori di ricerca che nel breve lasso di qualche secondo una qualche risposta te la danno. Esistevano solo gli articoli di giornale. Io avrei voluto sapere perché quel gruppo si chiamava Premiata Forneria Marconi. Tra quanti conoscevo nessuno me lo sapeva dire e, capitava a volte, un articolo/recensione che parlava di loro iniziava in questo modo: “La Premiata Forneria Marconi, non stiamo qui a ricordare per l’ennesima volta l’origine del loro nome, bla bla bla”. Insomma, oltre il danno anche la beffa. A distanza di qualche decennio voglio togliermi la soddisfazione di scrivere qui l’origine del nome della band di Franz Di Cioccio e Patrick Djivas. Lo scrivo io ma prendendo in prestito le parole di Franz Di Cioccio per come le ha dipanate nel volume uscito nel 1996 “PFM – due volte nella vita”.

Era il 1970, il genere musicale che la formazione voleva seguire era quello che veniva definito come progressive music, si doveva solamente trovare un nome alla band. Di Cioccio dice che vennero scartati subito animali e pronomi. Trascorse qualche giorno in cui se ne dissero di tutte e di più, poi il campo venne piano piano ristretto. “La scelta si restrinse a due nomi che suonavano più come un marchio di fabbrica che come il nome di un gruppo musicale: Isotta-Fraschini – una famosa marca di automobili d’epoca – e Forneria Marconi. Il secondo ci sembrava più affascinante perché era inedito e non si riferiva a nessuna realtà conosciuta. Era stato proposto da Mauro (Pagani) perché così si chiamava un gruppo in cui aveva suonato anni prima, ma in realtà era il nome del negozio di un fornaio di Chiari, in provincia di Brescia. Quel nome non era male tuttavia mancava ancora qualcosa. Colombini, il nostro direttore artistico, suggerì l’idea di anteporre Premiata, che con il suo tocco old fashion sottolineava la qualità artigianale della nostra musica. La scelta era molto originale, al punto da creare di lì a poco una moda che contagiò l’Italia musicale per tutti gli anni settanta. Qualcuno della nostra casa discografica – la Numero Uno – obiettò che Premiata Forneria Marconi era un nome troppo lungo, ma la nostra filosofia era ben precisa: più il nome era difficile da ricordare e più sarebbe stato difficile da dimenticare.”

Legato al nome Premiata Forneria Marconi e alla storia della band vale la pena ricordare questo episodio. Si era a Bologna nell’aprile del 1971 - periodo socialmente caldissimo tanto che qualche mese più tardi al live dei Led Zeppelin a Milano accadde quel che accadde – e Di Cioccio e compagni erano chiamati ad aprire il concerto dei Deep Purple. Il promoter della serata Francesco Sanavio, di origini venete, era chiamato a presentare sul palco la band ma non se la sentì: “Io non esco ad annunciarve, ciò. Prima dei Purple!...Con quel nome ridicolo! Cosa digo ciò, ecco la Premiata Forneria Marconi? Prima dei Deep Purple…me masano, ciò…io non esco. Andate fori così, i’è afari vostri.” Ad annunciarli allora fu un tecnico e il concerto andò benissimo. Tanto che a fine set Sanavio salì sul palco con fare guascone per dire: “Questi sono la Premiata Forneria Marconi e sentirete ancora parlare di loro”.

Nel dicembre 1972 Greg Lake di Emerson Lake & Palmer li vide in concerto a Roma, ne rimase entusiasta e li invitò a Londra, alla Manticore Records, l’etichetta di EL&P. Nel gennaio del 1973 il nome ebbe un fondamentale ritocco. Promotore di questa iniziativa fu Pete Sinfield, figura di prima importanza del prog per le sue numerose collaborazioni con, tra gli altri, i King Crimson, che collaborò con la PFM per i testi di “Photos of ghosts”, versione in inglese dell’album “Per un amico” e di “The world became the world”, l’italiano “L’isola di niente”. Ogni intervista in Gran Bretagna portava a grottesche e spassose storpiature del nome della band, fu allora che Sinfield propose: “Meglio la sigla P.F.M., più facile e internazionale”.

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Nel luglio del 1974 la P.F.M. corona un sogno e sbarca negli Stati Uniti per la prima volta. Anche negli Stati Uniti, inevitabilmente, il nome suscita più di una curiosità. Quello riportato di seguito è un esempio del dialogo che intercorreva tra musicisti e giornalisti americani. “How is the name of the band?”– “The band is called PFM” – “Oh, wow, what is it standing for?”. Sulle prime i volenterosi ragazzi cercarono di spiegare l’arcano sul perché della forneria e di Marconi, ma poi, resisi conto che era una battaglia persa in partenza, si rassegnarono. “PFM? Is standing for pasta, fettuccine and maccheroni” – “Oh, that’s fantastic”. Il problema in qualche modo era risolto, ma aveva una connotazione troppo italiana, si cadeva nello stereotipo più bieco. E allora si cercarono delle varianti e l’acronimo prendeva il significato il cui unico limite era posto da quanto la fantasia suggeriva di volta in volta. Per fare un esempio molto pratico, quando il gruppo veniva a contatto con le groupies, sempre al seguito di ogni rock band degna di questo nome, alla classica e inevitabile domanda “What’s PFM standing for?” la altrettanto classica risposta (data anche e soprattutto per saggiare il campo) era “Please Fuck Me”, se veniva accolta con un “Wow!!!”, il più era fatto.

(Paolo Panzeri)

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