Rick Astley vuole che lo prendiate sul serio – INTERVISTA

Rick Astley vuole che lo prendiate sul serio – INTERVISTA

Per chi ha fra i 40 e 50 anni, Rick Astley è la faccia pulita del dance-pop inglese dei tardi anni ’80, il cantante di “Never gonna give you up”, “Whenever you need somebody” e “Together forever”, tutti entrati nella top 10 italiana. Per chi ne ha 30, è il protagonista involontario del Rickrolling, uno dei primi grandi fenomeni virali di Internet. Per chi ha meno di 20 anni, è un perfetto sconosciuto. Ora, con l’album “50”, il cantante inglese vorrebbe cambiare le cose e sfuggire al destino d’essere ricordato come un reduce del kitsch anni ’80 o, peggio, un meme. A quanto pare sta funzionando: lanciato da i singoli “Keep singing” e “Angels on my side”, “50” ha toccato il primo posto della classifica di vendita del Regno Unito. È giunto il momento di prendere sul serio Rick Astley?

Astley non pubblicava un disco d’inediti da quindici anni. Non che non ci abbia provato, in passato. Un paio di pezzi di “50” provengono dalle session di “My red book”, un album inciso fra il 2008 e il 2013 e mai pubblicato. “Non ero pronto”, dice. “Non so come spiegarlo, ma per fare un disco devi avere il giusto feeling”. E allora perché adesso? “Intanto perché ho compiuto 50 anni e volevo celebrare l’evento, piuttosto che viverlo come un fatto negativo. E poi, da quando ho ripreso a fare concerti il pubblico ha cominciato a chiedermi nuove canzoni. La cosa mi ha dato la fiducia necessaria per lavorare a un album. Perché una cosa è fare musica per te stesso, un’altra è dire al mondo: guardate, ho un fatto un disco nuovo”.

A dispetto della fama di cantante pop leggero, Astley è un musicista completo e lo dimostra in “50” che ha scritto e suonato interamente da solo. “Sì, ho fatto tutto io… tranne i cori femminili, per quelli non sono ancora attrezzato [ride]. Sai, ho uno studio casalingo, sul retro di casa mia, vicino alla cucina. Mi piace farmi un espresso, andare in studio e chiudermi nel mio piccolo mondo. Quando avevo quattro o cinque canzoni pronte, le ho portate alla casa discografica: il disco sarà così, lo volete pubblicare? Volevo che l’album fosse interamente mio, che mi somigliasse”. Il risultato è pop vecchia scuola con forti venature soul e gospel. “Sai che musica mi piace? Quella tipo Adele. Le sue canzoni hanno melodie anni ’60, ’70 o’80, eppure gli arrangiamenti sono contemporanei, è roba che può essere passata in radio nel 2016. È il modello che ho seguito. In quanto al gospel, sta alla base della musica afroamericana che tanto amo. Senza il gospel, niente soul, niente R&B, niente Beyoncé”.

Gli echi gospel-soul s’accordano perfettamente ai testi dai risvolti spirituali nei quali Astley oppone la luce all’oscurità, la speranza alla disperazione. “La ricerca della felicità è il motivo per cui faccio musica e se questo disco ha uno spirito positivo è perché mi reputo un tipo fortunato, ho vissuto una bella vita grazie alla musica. ‘50’ è una celebrazione della vita, ma non credo in Dio. Anzi, no. Dire che non credo in Dio è troppo facile. Diciamo che non credo in un’entità che controlla le nostre vite. Né credo nella religione organizzata. Però penso che esista un’energia incredibilmente potente che si sprigiona quando gli individui si uniscono. Credo nell’esistenza di un noi”.

Astley aveva 27 anni quando si ritirò dalle scene. “Amavo fare musica, non mi piaceva quello che ci girava attorno. C’era troppa routine. Come quando fai interviste, dopo quattro o cinque anni ti rendi conto di non avere più niente da dire, tanto vale smettere di parlare”. Pochi notano il suo suo doppio ritorno nel 2001 con l’album di inediti “Keep it turned on” e nel 2005 col disco di cover “Portrait”. Poi, nel 2007, è al centro del cosiddetto Rickrolling, una burla on line che da piccola palla di neve digitale diventa una valanga: 200 milioni di persone al mondo finiscono per cliccare su collegamenti Internet fuorvianti che portano a sorpresa al video di “Never gonna give you up”. Eppure Astley non monetizza pubblicando un disco nuovo. “Era uno scherzo di chissà chi, non la sentivo come una cosa mia, non è parte della mia storia. Ma sono contento che sia accaduto, ha fatto sì che i più giovani mi scoprissero. È vero che non ci ho guadagnato granché, ma non importa: ho già avuto tanto e oggi sono un boxeur che sale sul ring per la voglia di battersi, non per soldi”.

Oggi Astley gira il Regno Unito in concerti con la band, da solista e all’interno di retrofestival con gente come Human League e Kim Wilde. “Gran parte del mio pubblico è formato da persone che avevano 14, 18, 20 anni nel 1987 e da chi mi ha scoperto ai tempi del Rickrolling. E ci sono dei giovani perché non sono più come quelli degli anni ’80, certe barriere sono state abbattute: se amano una musica, la ascoltano indipendentemente dal fatto che il cantante sia giovane, vecchio o morto”. Prima della fine della conversazione, Astley promette di tornare in Italia tra il 2016 e il 2017. “Negli ultimi anni ho girato più volte Australia, Giappone, Sud America e non sono venuto a Milano o Roma, è pazzesco. L’ho detto ai miei collaboratori: voglio fare concerti nell’Europa continentale. Anche in perdita, ma li voglio fare. Voglio che la gente torni a pensare a me come a un performer, non solo come quello del video di ‘Never gonna give you up’”.

(Claudio Todesco)

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