Mumford & Sons: la recensione del concerto di Milano (con ospite a sorpresa)

Mumford & Sons: la recensione del concerto di Milano (con ospite a sorpresa)

Finisce con Marcus Mumford che lascia il palco avvolto dalla bandiera italiana e il pubblico dell’Assago Summer Arena appagato dopo un’ora e cinquanta minuti di salti e balli e cori. Nell’ultima data del tour europeo prima del gran finale dell’8 luglio a Hyde Park, i Mumford & Sons hanno mostrato la doppia faccia di rock band elettrica e gruppo folk acustico. Il pubblico ha apprezzato entrambi i lati, ma si è scatenato soprattutto nei pezzi di matrice folk, i più divertenti e attesi. In otto sul palco, con un violinista, un trombettista e trombonista, gli inglesi hanno conquistato con una serie di pezzi dall’energia trattenuta e fatta sfogare in ritmi solidi e ritornelli urlati. Nei momenti migliori, hanno un’energia da bar band festaiola. Una bar band per Millennials.

“We’re having a party tonight”, annuncia Mumford dopo appena un brano e la promessa è subito mantenuta con “Little lion man” con chitarra acustica, contrabbasso, banjo. Il concerto è costruito in un’alternanza fra i pezzi di “Wilder mind”, il chiacchierato album della svolta pop-rock che il pubblico dimostra di conoscere e apprezzare, e le canzoni di “Babel”, più un pugno di estratti da “Sigh no more”. Nei momenti più intensi come “Holland Road”, i crescendo melodrammatici sembrano contenere a stento il pathos espresso dalla musica. Niente divisimi sul palco, tanta energia. Mumford siede alla batteria – ce ne sono due montate sul palco – poi sale sulle spie con in mano il tamburello, incita il pubblico. Accenna a una presa in giro con un “Dovremmo parlare di calcio?” per poi dire, in italiano stentato, qualcosa tipo “i tuoi occhi brillano come la Luna, ma le tue mani sono troppo pelose”. Poi incita a mandare vaffanculo chi non vuole ballare “The cave” e infine durante “Ditmas” scende in platea, la attraversa fino alla tribuna di fonte al palco, continuando a cantare in mezzo al pubblico.

La sorpresa arriva verso la fine del set, prima di “Dust bowl dance”. Il tastierista Ben Lovett annuncia “un nuovo italiano amico” e sul palco sale Ludovico Einaudi (un sito finlandese aveva riportato in maggio di un incontro fra band e pianista, quando entrambi erano a Helsinki). È una doppia sorpresa: primo perché la musica del compositore italiano è decisamente lontana da quella degli inglesi, secondo perché il pubblico accoglie Einaudi come una vera rock star. Siede al pianoforte per una breve esibizione solitaria cui si uniscono Lovett e la band. All’inizio dei bis “Hot gates” e la cover di “I’m on fire” di Bruce Springsteen abbassano il ritmo. La gente – 13.000 paganti secondo l’organizzatore – vuole un ultimo motivo per fare festa e festa è con “Babel” (non prevista in scaletta), “I will wait” e infine “The wolf”, l’ultima botta rock. “I fuckin’ love Italy, man”, aveva detto a inizio concerto Marcus Mumford. È chiaro che il sentimento è reciproco.

(Claudio Todesco)

 

SET LIST

Snake Eyes

Little lion man

White blank page

Wilder mind

Holland Road

Lover of the light

Tompkins Square Park

Believe

Broken crown

Ghosts that we knew

Lover’s eyes

The cave

Roll away your stone

Ditmas

Dust dowl dance (con intro di Ludovico Einaudi)

Hot gates

I’m on fire

Babel

I will wait

The wolf

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