L'Italia non è rock

L'Italia non è rock

Avete presente il gesto del cucchiaio di Pellè ai rigori di Italia-Germania? Il calciatore arriva davanti alla porta, posiziona la palla sul dischetto, guarda con aria di sfida Neuer (più volte definito il portiere più forte del mondo), gli mima il gesto del cucchiaio.... E tira un rigore che neanche Conchita Wurst con le infradito, come ha scritto qualcuno sui social. Il cucchiaio è una delle cose più rock del mondo del calcio: è puro sberleffo, derisione, e preannunciarlo è ancora più rock, ma solo se poi lo metti dentro (il pallone). Il mancato cucchiaio di Pellè è emblematico: l'Italia non è rock.

L'articolo su Vasco Rossi di qualche giorno fa ha suscitato un bel dibattito tra i followers della nostra pagina Facebook ufficiale e si è spinto oltre Vasco. Siamo arrivati ad interrogarci a proposito dell'esistenza o meno del rock italiano. Ma si può davvero parlare di un "rock made in Italy"? E se sì, chi sono i principali esponenti di questo "rock made in Italy"? E ancora: il "rock made in Italy" può reggere il confronto con il rock anglo-americano?

La musica italiana contemporanea, e questa non è una novità, non è altro che un'evoluzione delle arie e delle romanze operistiche filtrata dall'esperienza delle canzoni della tradizione classica napoletana di fine '800. Tradotto: molta melodia, testi di facile comprensione, ritornelli ariosi e cantabili. Tutti elementi che all'estero ci invidiano molto: non a caso, fuori dai confini nazionali la musica italiana è sinonimo di "Volare", Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Il Volo. La musica italiana non è rock anzitutto per ragioni culturali: nel nostro DNA scorrono le arie di Verdi, Puccini, Rossini, Mascagni. Ammettetelo: non vi si riempie il cuore di gioia quando ascoltate da qualche parte il coro del "Va pensiero"? E sotto la doccia non avete mai cantato "La donna è mobile"?




 

È anche per ragioni linguistiche e di metrica che l'Italia non è rock. La musica rock è musica di rivolta e di protesta: questa funzione viene svolta privilegiando come elementi essenziali il suono e il ritmo, con i testi che diventano ancellari rispetto alla musica. In Italia, viceversa, sempre per ragioni culturali, tutto gira intorno al testo, che è l'elemento fondamentale di una canzone: la musica viene dopo. Quello che ci manca è proprio lo sberleffo tipico del rock: proprio come il cucchiaio mancato di Pellè. 

Un altro punto importante è che in Italia manca un pubblico rock: lo vediamo anche nella totale assenza, nel nostro Paese, di festival rock, che invece vanno per la maggiore al'estero (Rock am Ring, Glastonbury, Primavera Sound). In Italia, l'unico festival possibile è il Festival di Sanremo, che è il festival del Bel Canto, dei fiori e delle ballate.

Se ci pensate, i primi rocker italiani sono stati i cosiddetti «urlatori», vale a dire tutti quei cantanti che, alla fine degli anni '50, in un clima di totale rinnovamento per la cultura e la società italiana, cominciarono ad imitare il rock'n'roll e i suoi massimi esponenti internazionali, su tutti Elvis Presley e Little Richard. Non solo Celentano, ma anche Little Tony, Tony Dallara e Mina: ascoltate la versione di "Nessuno" della Tigre di Cremona, dal film "Urlatori alla sbarra", e confrontatela poi con quella originale cantata da Wilma De Angelis e Betty Curtis al Festival di Sanremo nel 1959. Che poi dici: beh, mentre in America impazzava Elvis, da noi Tony Dallara cantava "Romantica"... Sì, è ovvio che noi stavamo comunque un passo indietro, ma andava bene così: se non fosse stato per gli «urlatori», probabilmente a quest'ora staremmo ancora ascoltando Claudio Villa e Nilla Pizzi. Per carità, tanto di cappello eh, ma capite che a un certo punto bisognava pure andare avanti...

Il discorso è sempre quello: siamo arrivati sempre dopo rispetto agli altri, che abbiamo potuto solo tentare di imitare in qualche modo. Mentre in Inghilterra, nel 1967, i Beatles avevano già scalato le classifiche con sette album e si apprestavano a consegnare al mercato un album rivoluzionario come "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", contemporaneamente in Italia si facevano strada i primi gruppi beat come i Camaleonti, i Corvi e i Pooh, Mentre nel 1969, nel Regno Unito, i King Crimson pubblicavano "In the court of the Crimson King", considerato il manifesto del progressive rock, i gruppi prog italiani erano ancora agli albori: Le Orme, contemporaneamente all'uscita del capolavoro dei King Crimson, spedivano nei negozi il loro primo disco; gli Area e la PFM non si erano ancora formati; il Banco del Mutuo Soccorso e i New Trolls erano attivi solamente da un anno. Solo nel 1972, con una canzone come "Gioco di bimba" delle Orme, il prog rock cominciò a macinare successi di pubblico in Italia... Ma era un vero miracolo che neanche cinquant'anni dopo la prima rappresentazione della "Turandot" di Puccini, nel Paese del Bel Canto si potesse ascoltare un pezzo come quello. 

C'è stato un momento in particolare in cui ci siamo illusi di poter fare vero rock anche in Italia e quel momento è arrivato tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 grazie a gente come Massimo Priviero, gli Afterhours, i Marlene Kuntz, i CCCP (e dintorni), i Litfiba, i Diaframma, i Bluvertigo (che portarono in Italia l'elettrorock dieci anni dopo il boom dei Duran Duran, dei Depeche Mode e dei New Order). Ma sono rimasti dei casi isolati, delle mosche bianche. Album come - solo per citarne alcuni - "Epica Etica Etnica Pathos", "Terremoto" e "Diaframma" sono (oggi come trent'anni fa, anno più anno meno) più appannaggio di un'élite di intenditori che altro. Tra la fine degli anni '90 e i primi anni 2000 c'è stata una sorta di revival di quel periodo, si pensi a formazioni come i Verdena o gli Zen Circus, comunque appannaggio di una cerchia ristretta di appassionati. 
Ma se già prima fare rock in Italia era un miracolo, oggi è quanto mai impossibile. Un caso emblematico è quello dei Giuda, band romana che recentemente si è fatta molto apprezzare all'estero, riuscendo a vendere qualche migliaio di copie in Inghilterra e negli Stati Uniti e ad ottenere recensioni sulle pagine di riviste come Rolling Stone: la chiave del successo dei Giuda sul mercato discografico anglo-americano è dovuta al fatto che il genere che propongono, il rock puro, costituisce la base della cultura musicale di quei paesi lì, mentre è distante anni luce dalla cultura musicale italiana. E infatti in Italia i Giuda sono pressoché sconosciuti. 

Attenzione, però: il caso dei Giuda non dimostra che in Italia non è possibile fare rock, ma - al contrario - che si può fare rock. Più precisamente: in Italia si può fare rock e ottenere ampi successi di pubblico se si mitigano le sonorità e se si propone un rock un po' più temperato. Perché il rock, nel nostro Paese, se vuole esistere, deve presentarsi sotto forma di prodotto assolutamente pop. È paradossale, perché il rock è il rock e va fatto come si deve, ma bisogna essere anche un po' comprensivi. Per dire: in Italia non avremo mai un Bob Dylan. Abbiamo De Gregori, che ci si avvicina, ma non è proprio la stessa cosa. Non avremo mai un Bruce Springsteen: abbiamo Massimo Priviero per i puristi del rock e per il pubblico più pop Ligabue, ma non sono proprio la stessa identica cosa.

Insomma, se vi aspettate di vedere in Italia, un giorno, gruppi come gli Who, i Black Sabbath, gli AC/DC, i Led Zeppelin, i Kiss, i Nirvana, beh, siete fuori strada amici.
Della serie: guardiamo al nostro orticello e accontentiamoci di quello che abbiamo. Che è già tanto...

di Mattia Marzi

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