Eric Clapton, viaggio all'inferno e ritorno: "Considero una gran cosa essere ancora vivo"

Eric Clapton, viaggio all'inferno e ritorno: "Considero una gran cosa essere ancora vivo"

Eric Clapton il prossimo 30 marzo brinderà ai suoi 71 anni. Il leggendario chitarrista, poco più di un mese fa, il 20 maggio, ha pubblicato l’album ”I still do”. Il mero ascolto delle canzoni contenute nel disco farebbe pensare che il musicista inglese sia in splendida forma. Quanto meno quella artistica. Dal punto di vista fisico invece alcune crepe paiono esserci, e anche profonde. Lo ha dichiarato egli stesso nel ciclo di interviste a presentazione di “I still do”: “Sono affetto da quella che viene chiamata neuropatia periferica, sembra di avere scariche elettriche che vanno giù per la gamba. E’ dura suonare la chitarra. E purtroppo la situazione non migliorerà con il tempo”. Poi svela anche un’altra cruda e disarmante verità: “Ho recuperato dall’alcolismo e dalla tossicodipendenza, considero una gran cosa essere ancora vivo. Avrei potuto tirare le cuoia molto tempo fa.”

Nulla di più vero, nulla di più banale, nulla di più sincero della semplice verità. Eric Clapton non si è proprio risparmiato a partire dagli anni sessanta fino alla metà degli ottanta. A un certo punto della sua vita questi ‘vizi’ che a quei tempi – ma non solo – erano parte integrante della ‘way of life’ della quasi totalità degli artisti lo avevano quasi sopraffatto. Anzi, si può togliere il quasi. Questo è il motivo per cui ora il consapevole ‘Slowhand’ si ritiene fortunato ad essere vivo. Ma quando iniziò la vita dissipata del musicista inglese? Ed è poi stata così dissipata? Per rispondere a questi quesiti ho pensato di far rispondere lo stesso Eric Clapton consultando la sua autobiografia pubblicata nel 2007. Una buona parte del volume è dedicata alle sue dipendenze che inevitabilmente lo hanno segnato in profondità.

Per il giovane Eric la chitarra e la musica sono una vera e propria ossessione. La sua è la carriera di un predestinato, inizia giovanissimo. E giovanissimo inizia da subito con collaborazioni di assoluto prestigio. La prima parte del suo libro di memorie si focalizza soprattutto sulla sua insaziabile fame di musica. Il primo episodio da lui riportato legato a un’esperienza ‘stupefacente’ è datato 1967. A Londra il 22enne Eric all’epoca militava nei Cream frequentava lo Speakeasy dove ‘mi feci il mio primo trip di LSD’. Tanto per respirare l’aria che c’era la sera del suo battesimo con l’acido allo Speakeasy riassumiamo il suo ricordo. “Arrivarono i Beatles con un acetato del loro nuovo album “Sgt. Pepper’s lonely hearts club band”. Poi arrivarono i Monkees e uno di loro, Mickey Dolenz, distribuì delle pillole, disse che si chiamavano STP. Mi dissero che era un acido fortissimo il cui effetto durava parecchi giorni. Lo presi…poi George (Harrison) diede l’acetato al Dj…si diceva che il disco fosse stato scritto sotto acido, fu un’esperienza incredibile ascoltarlo in quelle condizioni…mi emozionai parecchio. Rimasi in acido altri tre giorni. Non riuscivo a dormire e vedevo le immagini più straordinarie. Non riuscivo a mangiare carne perché mi sembrava di vedere l’intero animale. Temetti che gli effetti non sarebbero mai svaniti.

Quella ‘prima volta’, per quanto tremenda, non lo ha scoraggiato se, solo qualche mese più tardi, immerso nella San Francisco dell’epoca: “Stavo al Sausalito Inn frequentando musicisti come Mike Bloomfield e David Crosby. Fumando erba e calandomi un sacco di acidi. A volte suonavo in acido. Non so bene come facessi, perché non mi rendevo conto se le mie mani funzionassero, che chitarra stessi suonando, né di cosa fosse fatta. Durante un trip mi ero messo in testa di poter trasformare gli spettatori in angeli o diavoli a seconda della nota che suonavo”. Tanto per rendere l’idea.

L’eroina entro a far parte della vita di Eric Clapton qualche tempo dopo. Si era nel 1970. George Harrison – caro amico di Eric – era alle prese con la lavorazione dell’album “All things must pass” e gli chiese se volesse partecipare al progetto. Il produttore era l’eccentrico ma geniale Phil Spector. Negli studi circolava un sacco di droga. Un pusher offriva quanta cocaina si volesse purchè si comprasse anche un quantitativo di eroina.
Nel 1970 Eric militava nei Derek and the Dominos e per il periodo che servì a incidere “Layla” visse a Miami.”Stavamo in un alberghetto malandato di Miami Beach, dove si poteva comprare la droga nel negozio di souvenir vicino alla reception. Bastava passare l’ordine alla commessa, tornare il giorno dopo e ritirare la roba in un sacchetto di carta marrone. Ormai ci facevamo di tutto: ero e coca, oltre a un sacco di altra roba pazzesca, come l’Angel Dust”. La droga minò i rapporti all’interno della band e fu la causa della fine dei Derek and the Dominos.

Il capitolo è intitolato ‘Anni perduti’. Per l’appunto. Eric è fidanzato con Alice Ormsby-Gore. Tutti i luoghi comuni sulla tossicodipendenza sono evidenti. L’escalation temporale. Il farsi ogni due settimane, poi ogni settimana, poi una volta al giorno, poi…sempre più “Si impossessò della mia vita senza che me ne accorgessi”. ‘Per tutto il tempo che mi feci pensavo di sapere esattamente cosa stava succedendo’. George Harrison lo invitò al concerto per il Bangladesh al Madison Square Garden di New York per tirarlo fuori dal tunnel. Clapton accettò a patto che ci fosse un rifornimento costante di eroina. Allora ci provò Pete Townshend, altro caro amico, a cercare di scuoterlo organizzando un concerto al Rainbow Theatre di Londra il 13 gennaio 1973 (il concerto celebrava l’ingresso della Gran Bretagna nell’Unione Europea…). Eric arrivò strafatto al concerto, fece del suo meglio ma non era ancora ora di tornare sulle scene. Con Alice nella loro villa nella campagna inglese sprofondava sempre più. “Sopravvivevamo a cioccolata, cibi pronti, tutta l’eroina che ci si poteva fare e vodka. Non facevamo più sesso ed ero stitico.” Poi la presa di coscienza che si era imboccata una strada senza ritorno. Le cure in clinica e, agli inizi del 1974, un periodo di riabilitazione in una fattoria gestita dal fratello di Alice. Eric e Alice si lasciarono. Lui riuscì a vincere la dipendenza dall’eroina che venne sostituita dall’alcool. Una dipendenza altrettanto insidiosa e pericolosa.

Necessaria nota a margine: l’aver vinto a metà degli anni settanta la dipendenza dall’eroina non ha di certo esentato Eric Clapton dall’aver continuato a fare uso di quella che per comodità definiamo droga, più o meno pesante. Ma veniamo all’alcool. Il lavoro in fattoria lo rimise in sesto fisicamente ma proprio in quel periodo le puntate al pub, da buon inglese, divennero una costante. La frase riportata di seguito è emblematica – se sostituite il brandy con qualsiasi altro tipo di alcolico che vi viene in mente – dello stato in cui ha versato Clapton per una decina di anni. “Il brandy divenne la mia bevanda preferita, ma non riuscivo a berlo puro. Bevevo a tutte le ore, senza curarmi se la sera ci fosse un concerto, perché ero convinto di potermela cavare sempre.” Fino a che a fine 1981 l’ultima di una lunghissima serie di situazioni imbarazzanti lo portò a chiedere aiuto. Chiamò il suo manager Roger Forrester e gli disse: “Hai ragione. Sono nei guai. Ho bisogno d’aiuto”. Nel gennaio 1982 si fece ricoverare nel migliore centro al mondo per disintossicarsi dall’alcool vicino a Minneapolis. La cura funzionò per un paio di anni, ma poi, nel 1984, la ricaduta. Clapton era nuovamente un alcolizzato. Durante il tour in Australia dell’autunno 1987 raggiunse l’apice. “Ero talmente malridotto che non riuscivo a smettere di tremare. Ero arrivato al punto di non poter vivere senza bere, ma di rischiare di morire se non smettevo”. Nel novembre 1987, spinto anche dal pensiero di riuscire ad essere un padre presentabile per il figlio Conor nato l’anno precedente dalla relazione con Lory Del Santo, tornò nella clinica di Minneapolis per la seconda volta. E questa volta funzionò. Eric Clapton a 43 anni riuscì a chiudere la sua vita di eccessi.

Quelli dal 1965 fino al 1987 sono stati anni ‘vissuti pericolosamente’ che lo hanno esentato dal pagare il conto per intero. Oggi, a 71 anni, ‘Slowhand’ può ben dire di essere fortunato ad essere ancora vivo. E se “I still do” sarà il suo ultimo album forse sarà un problema, ma di certo non più grande di quelli affrontati in una vita vissuta al massimo.

(Paolo Panzeri)

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”Catch the blues” dall’album “I still do” (2016)

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Derek and the Dominos - ”Layla” (1970)

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