Kraftwerk a Verona, 25 luglio: ecco perché ci porterò mio figlio (e una storia di quarant’anni fa). VIDEO

Kraftwerk a Verona, 25 luglio: ecco perché ci porterò mio figlio (e una storia di quarant’anni fa). VIDEO

Fra le storie che racconto volentieri del mio lontano passato da discografico c’è quella di quella volta che ho accompagnato i Kraftwerk a Venezia, dove sarebbero stati ospiti della Gondola D’Oro. Parliamo più o meno dell’immediato dopoguerra – siamo nel 1978, per la precisione, in settembre. La band di Dusseldorf ha appena pubblicato il suo settimo album, “The man machine”, sèguito dell’epocale “Trans Europe Express”. Nel mio programma radiofonico, i Kraftwerk sono una presenza costante; li seguo da “Autobahn”, cioè da quattro anni, e nutro una grande ammirazione per la loro musica e per la loro immagine. Sicché, quando mi dicono che dovrò essere il loro accompagnatore per un’ospitata televisiva, mi stanno assegnando un incarico graditissimo.

Vengo spedito all’aeroporto di Malpensa per accoglierli in arrivo dalla Germania, e lì scopro che Ralf, Florian, Karl e Wolfgang non viaggiano da soli, ma accompagnati dai loro “doppi”: quattro manichini con le giunture snodabili costruiti a loro immagine e somiglianza. Il punto è che i quattro manichini sono contenuti in altrettante casse imbottite da imballaggio che hanno tutto l’aspetto di bare di legno, il che suscita un certo trambusto alla dogana – dove è un po’ difficile spiegare che quei quattro signori in giacca e cravatta e capelli corti sono i componenti di un gruppo rock, e che i loro sosia inanimati fanno parte, come dire, della loro attrezzatura di scena.

Naturalmente mi sono presentato loro con tutti i crismi dell’appassionato: vale a dire, con i loro album – compresi i primi tre, “Kraftwerk”, “Kraftwerk 2” e “Ralf und Florian” – pronti ad essere autografati. I quattro sembrano soddisfatti all’idea che il loro accompagnatore sia anche un loro estimatore, e lo dimostrano con il massimo della loro espressività: un mezzo sorriso e qualche parola di ringraziamento.

All’epoca il mio inglese non era granché sciolto, ma per fortuna, grazie alla pronuncia teutonica che lo rendeva un po’ meccanico, il loro inglese mi era piuttosto comprensibile.

Li informo che l’organizzazione prevede che da Milano si raggiunga Venezia in treno, convinto – non sono forse loro quelli di “Trans Europe Express”? – che la notizia avrebbe fatto loro piacere. Invece chiedono, con cortese fermezza, di fare il viaggio in aereo. Cerco di spiegare loro che il viaggio in aereo fra l’aeroporto di Milano e quello di Venezia durerebbe, tutto compreso, il doppio del viaggio in treno, ma non c’è modo di fargli cambiare idea. E quindi si provvede all’acquisto di nove biglietti d’aereo: quattro per la band, uno per me e quattro per i manichini. Già, perché a quel punto i manichini nelle loro casse non possono essere caricati in stiva sull’aereo di linea del volo interno Alitalia; anche per i “doppi” di Ralf, Florian, Karl e Wolfgang bisogna acquistare un posto da seduti.

Potete immaginare l’espressione incredula degli altri passeggeri del volo quando vedono far salire sul velivolo che li porterà a Venezia Tessera quattro manichini vestiti in pantaloni grigi e camicia rossa, bizzarramente somiglianti ad altri quattro passeggeri in carne ed ossa, e li vedono far sedere su altrettante poltroncine dell’aereo, con le cinture di sicurezza regolarmente allacciate. I quattro Kraftwerk “veri” sembrano perversamente divertiti dalla situazione: sono cordiali, per quanto abbastanza distaccati, non comunicano molto con me ma si scambiano osservazioni in tedesco che sembrano spiritose – almeno l’impressione è questa, perché ogni tanto gli angoli delle loro bocche si sollevano di un paio di millimetri – e si godono il volo (meno di un’ora) in tutta tranquillità.

La Mostra Internazionale di Musica Leggera, quell’anno alla quattordicesima edizione, era una manifestazione musicale in cui si premiavano l’album italiano e internazionale più venduti nei dodici mesi precedenti; una manifestazione piuttosto elegante, ospitata dal Teatro del Casinò, al Lido di Venezia. La connotazione complessiva era decisamente “televisiva”, nel senso che gli ospiti e i partecipanti erano scelti fra i cantanti e musicisti più noti al pubblico italiano adulto: a parte i due vincitori di quell’anno - Renato Zero con “Triangolo” e Julio Iglesias con “Pensami” – fra gli altri partecipanti c’erano Miguel Bosè, Loredana Berté, Nada, i Matia Bazar, la Ritchie Family, Plastic Bertrand, Sheila B.Devotion. Gli unici due elementi “estranei” di quell’anno erano i Kraftwerk e Ian Dury, che era reduce dal suo più grande successo, “Sex and drugs and rock and roll” (ma del mio incontro ravvicinato con Ian Dury vi racconterò un’altra volta).

Tutto andò per il meglio, a Venezia; salvo il fatto che il regista della trasmissione non fu d’accordo con l’idea che i manichini sarebbero dovuti essere sul palco e i “veri” Kraftwerk in platea, ma pretese che sul palco ci stessero i Kraftwerk quelli veri (che comunque non si muovevano in maniera molto più sciolta e naturale dei loro manichini) e che i loro “doppi” fossero seduti in platea.

Incredibilmente, è disponibile su YouTube lo spezzone del programma televisivo italiano di quel settembre del 1978 (ripreso da una televisione russa): guardatelo, e tenete a mente che questa cosa, abbastanza sperimentale e inquietante per i canoni della TV italiana, è stata trasmessa quasi quarant’anni fa, e che il presentatore della manifestazione era Pippo Baudo... (il signore con la barba che vedete alla desta del manichino seduto più all’interno è Danilo Ciotti, allora capo della promozione EMI, che stava seduto lì per impedire che qualche spettatore troppo intraprendente potesse mettere le mani addosso al pupazzo).

 

Ora, a parte il gusto della rievocazione personale, perché proprio adesso vi racconto queste piccole storie di un nemmeno troppo recente passato? Ve le racconto perché il 25 luglio i Kraftwerk saranno in concerto all’Arena di Verona, e io conto di esserci.

Come potete immaginare, ho sempre un po’ cercato di contagiare le persone che mi sono care facendo loro ascoltare la musica che più mi ha appassionato negli anni. E infatti, più di dieci anni fa, il 5 luglio del 2007, ho portato mia moglie – che allora non era ancora mia moglie, ma la mia fidanzata, e dei Kraftwerk non conosceva molto – a un concerto a Bollate, a Villa Arconati. Allora i Kraftwerk non erano già più quelli della formazione classica: Karl Bartos e Wolfgang Flür avevano già lasciato il quartetto, sostituiti da Henning Schmitz e Fritz Hilpert. Ma le canzoni, le musiche, il mood e l’impostazione “grafica” del concerto furono di stretta osservanza Kraftwerk, e l'esperienza mi lasciò decisamente soddisfatto (andai anche a salutare Ralf e Florian, portandomi dietro come lasciapassare una foto che avevo fatto con loro a Venezia trent’anni prima); la sorpresa fu che la mia fidanzata fu entusiasta quanto me del concerto, forse anche di più dato che per lei era stata tutta una sorpresa, e ancora oggi lo ricorda come uno fra i migliori a cui le sia capitato di assistere.

Ecco: il prossimo 25 luglio, all’Arena di Verona, toccherà a mio figlio sperimentare l’incontro dal vivo con i Kraftwerk (oggi anche Florian Schneider non è più in formazione, e c’è invece Falk Grieffenhagen; insomma, dei “vecchi” è rimasto solo Ralf Hütter). Mio figlio Edoardo ha sei anni e mezzo, e la dieta musicale con cui l’ho cresciuto è stata la più variegata possibile: dai Ramones allo Zecchino d’Oro, dai Beatles a Raffaella Carrà a – appunto – i Kraftwerk. Dei quali gli piace molto “Trans Europe Express”, il cui video, quello qui sotto, è nella lista dei suoi preferiti su Youtube.

Sono molto, molto curioso di vedere come andrà. Da padre orgoglioso di un bambino musicalmente onnivoro, mi auguro di riuscire a farlo entusiasmare almeno quanto fu entusiasta la sua mamma dieci anni fa. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi: sarà un’altra esperienza quasi mistica. Non vedo l’ora. Se potete, non perdeteveli.

Franco Zanetti

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