"Fate schifo", "Vi siete svenduti", "Avete perso la faccia"... Il direttore di Rockol - "l'Alfonso Signorini delle fanzine", secondo un lettore - risponde alle "critiche ben argomentate" ricevute su Facebook

"Fate schifo", "Vi siete svenduti", "Avete perso la faccia"... Il direttore di Rockol - "l'Alfonso Signorini delle fanzine", secondo un lettore - risponde alle "critiche ben argomentate" ricevute su Facebook

Qui a Rockol, nel nostro piccolo, non ci facciamo mancare niente. Pensate che abbiamo perfino un social media manager (se anche voi come me non sapete precisamente chi sia e cosa faccia un social media manager, leggete qui).
Il nostro social media manager è un ragazzo simpatico con il quale vado d’accordo solo quando parliamo di argomenti non connessi al nostro lavoro. Non che quando parliamo del nostro lavoro litighiamo: sarebbe impossibile, dato che io non capisco quello che lui dice, anche perché usa un linguaggio tecnico per me totalmente incomprensibile. Ma, insomma, anche quando lo capisco non sono quasi mai d’accordo con lui. Siamo troppo differenti: io sono un vecchio giornalista vicino ai 63 anni che ha iniziato a lavorare con la macchina per scrivere, lui è un giovanotto che non ha nemmeno la metà dei miei anni e rappresenta perfettamente la figura del “nativo digitale”. Ovvio che siamo destinati a un dialogo fra sordi.
Dopo che ho scritto e pubblicato questo articolo sul perché Rockol si chiama così e perché non cambierà nome, il nostro social media manager – del quale non farò il nome perché è una persona discreta, e non un esibizionista come me – non era contento del fatto che avessi risposto pubblicamente ad alcuni dei commenti che quell’articolo ha ricevuto sulla pagina Facebook di Rockol. Lui sostiene, e avrà le sue buone ragioni, che dovrei rispondere solo ai commenti costruttivi, e che dovrei ignorare del tutto i commenti provocatori.
A me questa regola suona incomprensibile, ma soprattutto impossibile da rispettare. Gli ho detto che l’unico modo per ottenere che io faccia come lui mi chiede sarebbe che mi vietasse di rispondere, punto e basta. Perché a me non disturbano i commenti critici, figuriamoci. Mi disturba, semmai, che chi commenta lo faccia spesso nascondendosi dietro uno pseudonimo (il nostro social media manager li chiama ‘nickname’, perché, ve l’ho detto, lui usa quel linguaggio lì), mentre io ci metto il nome, il cognome e la faccia.

    Qui a Rockol, nel nostro piccolo, non ci facciamo mancare niente. Pensate che abbiamo perfino un social media manager (se anche voi come me non sapete precisamente chi sia e cosa faccia un social media manager, leggete qui).
    Il nostro social media manager è un ragazzo simpatico con il quale vado d’accordo solo quando parliamo di argomenti non connessi al nostro lavoro. Non che quando parliamo del nostro lavoro litighiamo: sarebbe impossibile, dato che io non capisco quello che lui dice, anche perché usa un linguaggio tecnico per me totalmente incomprensibile. Ma, insomma, anche quando lo capisco non sono quasi mai d’accordo con lui. Siamo troppo differenti: io sono un vecchio giornalista vicino ai 63 anni che ha iniziato a lavorare con la macchina per scrivere, lui è un giovanotto che non ha nemmeno la metà dei miei anni e rappresenta perfettamente la figura del “nativo digitale”. Ovvio che siamo destinati a un dialogo fra sordi.
    Dopo che ho scritto e pubblicato questo articolo sul perché Rockol si chiama così e perché non cambierà nome, il nostro social media manager – del quale non farò il nome perché è una persona discreta, e non un esibizionista come me – non era contento del fatto che avessi risposto pubblicamente ad alcuni dei commenti che quell’articolo ha ricevuto sulla pagina Facebook di Rockol. Lui sostiene, e avrà le sue buone ragioni, che dovrei rispondere solo ai commenti costruttivi, e che dovrei ignorare del tutto i commenti provocatori.
    A me questa regola suona incomprensibile, ma soprattutto impossibile da rispettare. Gli ho detto che l’unico modo per ottenere che io faccia come lui mi chiede sarebbe che mi vietasse di rispondere, punto e basta. Perché a me non disturbano i commenti critici, figuriamoci. Mi disturba, semmai, che chi commenta lo faccia spesso nascondendosi dietro uno pseudonimo (il nostro social media manager li chiama ‘nickname’, perché, ve l’ho detto, lui usa quel linguaggio lì), mentre io ci metto il nome, il cognome e la faccia.

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