Perdo soldi, dunque mi quoto. I conti pesanti dello streaming spingeranno Spotify verso il modello Netflix?

Perdo soldi, dunque mi quoto. I conti pesanti dello streaming spingeranno Spotify verso il modello Netflix?

Spotify è la più popolare piattaforma di streaming musicale del mondo: più brani, più utenti, più abbonati paganti. Ma non genera un centesimo di profitto – anzi: perde sempre più soldi.

Fondata in Svezia nel 2006 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, ha per prima affermato nel panorama dello streaming audio musicale un modello di consumo semplice come quello a suo tempo lanciato da iTunes per il download, offrendo soprattutto una valida alternativa a peer-to-peer, file-sharing e piraterie assortite. Attualmente, in base agli ultimi round di capitale raccolti, la sua valutazione ammonta a circa 8 miliardi di dollari. Ha un miliardo di debiti di recente emissione che dovrà ripagare con gli interessi o accettare che siano convertiti in azioni; conta su circa 2000 impiegati, detiene una quota di mercato pari al 40% su scala globale: il music streaming valeva infatti circa 4,5 miliardi di dollari nel mondo nel 2015 (Spotify è presente in una sessantina di paesi) e, secondo MIdiA Research, crescerà a 8.5 entro il 2020. Spotify, è notizia recente e ricorrente, si appresterebbe finalmente a varare la suo IPO. Se andasse a buon fine, diversamente da quanto accaduto a Deezer lo scorso anno e a Guvera pochi giorni fa, significherebbe che il mercato è pronto a premiare un modello che ad oggi ha manifestato una crescita vertiginosa cui, però, si contrappongono perdite in aumento e debiti giganteschi. Ha senso? E’ possibile? Siamo già nel fatidico territorio del “too big to fal”? Ancora una bolla in agguato?

Partiamo dai numeri - ecco di seguito alcune figure chiave del bilancio 2015 di Spotify:

- un fatturato di circa 2,180 miliardi di dollari

- di questi, l’89,9% derivava dal 31,4% dei suoi utenti (allora circa 89 milioni), quelli iscritti al servizio a pagamento

- quasi il 70% degli utenti di Spotify generava 222 milioni di ricavi da pubblicità, (contro i circa 933 che Pandora ha fatturato con una base di utenti unici mensili comparabili e una penetrazione del mercato internazionale molto inferiore)

- sul fronte dei costi si registra che essi derivavano, per un ammontare superiore all’80% dei ricavi, dai pagamenti dovuti a discografia e artisti

- il risultato è stata una perdita operativa del 10% del fatturato (205,5 milioni di dollari), in aumento di oltre il 20% rispetto all’anno prima (nel 2014 era stata di 165,1 milioni).

Le sfide che l’industria musicale e Spotify si accingono ad affrontare non sono le stesse. L’industria deve dimostrare che lo streaming musicale può essere un business non solo per sé, ma per l’intero ecosistema che genera per la discografia flussi di cassa crescenti messi a rischio da altrettante emorragie. Spotify deve decidere tra continuare a perseguire la crescita o svoltare sui profitti. Se l’industria perdesse la propria sfida, confermerebbe implicitamente la tesi secondo cui, più che un modello di business, lo streaming è solo un’applicazione appannaggio esclusivo di giganti della tecnologia e dell’intrattenimento (Apple, Google, Amazon, Facebook) in grado di competere su scala globale e sostenere senza problemi come “loss leader” la licenza della musica grazie a offerte molto diversificate. Se Spotify propendesse per ritardare ulteriormente l’avvento dei profitti a favore di ulteriore, rapida crescita aggraverebbe la situazione del cash flow in cambio di molti più abbonati paganti per spuntare migliori contratti con la discografia, generando profitti futuri.

Ha senso un mercato in cui si lotta per un decennio solo per il pareggio di bilancio (lontanissimo) ottenibile soltanto a patto di assurgere a dimensioni da monopolio per potere funzionare? E’ veramente di soli 2-3 distributori mondiali di musica che industria e consumatori hanno bisogno, o sarebbe preferibile una pluralità di opzioni per ambo le parti?

Secondo un’analisi condotta da Music Business Worldwide, il ricavo medio mensile per utente pagante di Spotify è passato da $6,06 a $ 5,78 (un calo del 4,5% contro una crescita del 6,5% del tasso di conversione). Significa che (1) il servizio perdeva circa 18 centesimi di dollaro al mese per utente, che (2) perdeva circa 58 centesimi di dollaro al mese per utente pagante, che (3) aumentando il numero dei paganti alle stesse condizioni di acquisto e di vendita attuali aumenterebbe sia ricavi che perdite, che (4) aumentando di 58 centesimi al mese (pari al 10%) la spesa dei paganti attuali senza aumentarli in numero diventerebbe profittevole. Fattibile?

Io, basandomi su 30 anni di frequentazione del settore, dico di no.

Vedremo se Spotify si quoterà e cosa farà del capitale raccolto. Tra le ipotesi forti e gli obiettivi prioritari direi che si staglia ineluttabile quello di ridurre la dipendenza dalle major introducendo fonti di ricavo alternative, tra le quali il contenuto proprietario.

 

Netflix potrebbe in parte rappresentare un benchmark a cui guardare. Indipendente e non diversificata come Spotify, ha utilizzato le risorse della quotazione virando sulla produzione di contenuti propri per ridurre la dipendenza dagli studios e mietere nuovi abbonati a prezzi molto competitivi. Potrebbe Spotify imitarne il modello, considerando le differenza tra cinema e musica? Soprattutto, c’è ancora margine per scalare? E’ molto probabile che sia così: i 75 milioni di utenti del 2015, passati a 100 proprio in questi giorni, sono infatti addirittura pochi rispetto al bacino potenziale (che, grosso modo, equivale a quello formato dai consumatori del mondo in possesso di uno smartphone). Ed il tasso di crescita di Spotify è comunque di quelli impressionanti: a fine 2015 il 31% dei suoi utenti (ovvero 28 milioni su 89 circa) risultava a pagamento, contro il 25% dell’anno prima (ovvero 15 milioni su 60). Significa che il tasso di conversione da free a pagante segna una crescita dell’87% in un anno. Alla faccia delle critiche al modello freemium.

Spotify crescerà e prolifererà virando da una filosofia da piattaforma a un approccio media, nel quale utenti e abbonati saranno categorie fluide di clienti, la cui fidelizzazione dipenderà dall’utilizzo della tecnologia acquisita inglobando due anni fa The Echo Nest e in cui i ricavi cesseranno di essere abbonamenti + pubblicità per diventare “monetizzazione del pubblico”, al quale offrire prodotti e servizi ancillari come biglietti dei concerti, video e programmi proprietari. Una svolta media che Spotify ha già cominciato senza dichiararla con la sua nuova strategia sulle playlist…

(gdc)

Questo articolo fa parte della rassegna Music Economy

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