Battiato vs Battiato: ma è meglio 'Centro di gravità permanente' o 'Passacaglia'? E 'La cura' è davvero una canzone d'amore?

Battiato vs Battiato: ma è meglio 'Centro di gravità permanente' o 'Passacaglia'? E 'La cura' è davvero una canzone d'amore?

La carriera di Franco Battiato è forse una delle più multiformi della musica italiana. Ha debuttato negli anni '60 con una serie di canzonette (quelle che poi ha detto che butterebbe nel cesso, se tornasse indietro) e negli anni è arrivato a consacrarsi a un repertorio cerebrale e filosofico di cui l'album "Apriti sesamo" del 2012 e gli inediti della raccolta "Anthology - Le nostre anime" potrebbero rappresentare un buon manifesto (leggete il testo di "Lo spirito degli abissi", se non la conoscete: dentro c'è di tutto, anche Kant). Mi piace interpretare la lunga discografia del cantautore siciliano come una continua dicotomia tra una certa idea di canzone (con la trilogia "Fleurs" ha dimostrato di non disprezzare tanto la forma canzone, quanto il suo mercimonio) e una voglia di sperimentare sia per quanto riguarda la forma che il contenuto dei brani.

Ci sono due fasi della carriera di Battiato che possono essere messe a confronto per descrivere questa dualità della sua personalità artistica: la fase del sodalizio artistico con il musicista Giusto Pio e quella del sodalizio con il filosofo Manlio Sgalambro.

Giusto Pio ha tirato fuori Franco Battiato dal tunnel della musica d'avanguardia che aveva imboccato nel 1972 con la pubblicazione di "Fetus" (il primo degli otto album del periodo "sperimentale"). I due si conobbero alla fine degli anni '70 e il primo frutto della loro collaborazione fu l'album "Juke box". Ma non è tanto "Juke box" il simbolo della collaborazione tra i due (il disco appartiene ancora al periodo sperimentale) quanto piuttosto le canzoni e i dischi che segnarono il ritorno di Battiato alla musica pop, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Sia quelle scritte per altri cantanti (Catherine Spaak, Alfredo Cohen) che quelle contenute nella "trilogia del ritorno al pop" costituita da "L'era del cinghiale bianco", "Patriots" e il best seller "La voce del padrone" (che fu il primo album italiano a superare il milione di copie vendute). Se non ci fosse stato Giusto Pio, probabilmente non ci sarebbe stato il Battiato di quei tre dischi-cult e di canzoni come "Up patriots to arms", "Summer on a solitary beach", "Bandiera bianca", "Cuccuruccucù", "Centro di gravità permanente" e "Voglio vederti danzare". Dopo la lunga parentesi avanguardistica (durata più o meno dal 1972 al 1978), ad un certo punto il cantautore siciliano decise di fare album che fossero in grado di vendere, che fossero "pop". Attenzione, però: "pop" non nel senso di dischi di musica commerciale, ma nel senso di "popular", che fossero in grado di arrivare a chiunque. Quelle che abbiamo citato sono canzoni che si aprono a diverse dimensioni di interpretazione: ci si può lasciar affascinare dai ritornelli orecchiabili e cantabili, ma se si approfondisce il discorso si scopre che nei testi Battiato parla di cose difficili, tipo la cultura asiatica, l'esoterismo, la Conoscenza: "Lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco, il senso del possesso che fu pre-alessandrino". Qualcuno capisce quello che Battiato ci sta dicendo? Le stesse musiche contengono citazioni "colte": l'esempio più immediato è rappresentato dal tema di "Per Elisa" (scritta insieme a Giusto Pio per Alice, che con questa canzone vinse il Festival di Sanremo nel 1981), che cita quello della celebre bagatella di Beethoven.

Con quei dischi, Battiato rivolse una critica alla musica e alla banalità delle canzoni "pop". E lo fece soprattutto con l'ultimo capitolo della trilogia, "La voce del padrone", un album che parla di musica (non a caso si intitola come un'etichetta discografica) e che ironizza sul pop da classifica. La sua è una sorta di denuncia silenziosa: Battiato si cimenta con le stesse rime banali e i testi eccessivamente semplici delle hit scalaclassifiche e nel fare questo ne prende le distanze, quasi a dire che lui con quella roba lì non c'entra proprio niente.
La collaborazione tra Battiato e Giusto Pio durerà fino alla metà degli anni '80, quando il cantautore abbandonerà (nuovamente) la musica pop per darsi alla classica con l'opera in tre atti "Genesi".

Dall'altra parte troviamo la collaborazione con Manlio Sgalambro, conosciuto nel 1994. Se Giusto Pio ha coltivato l'anima "pop" di Battiato, Sgalambro ha invece tirato fuori il suo lato più filosofico e misticheggiante. La collaborazione con Sgalambro vede il cantautore tornare a cimentarsi con canzoni difficili, quasi incomprensibili, i cui testi sono scritti proprio dal filosofo: "La teologia vi invita, anzi vi impone di immaginare una pietra infinita", canta nel finale di "L'esistenza di Dio". O ancora, da "Gesualdo da Venosa": "Io, contemporaneo della fine del mondo non vedo il bagliore, né il buio che segue, né lo schianto, né il piagnisteo ma la verità da miliardi di anni, farsi lampo". Sono canzoni caratterizzate da una certa ermeneutica, da una difficoltà di interpretazione. Difficili anche da ascoltare, se vogliamo. Il sodalizio artistico con Sgalambro produce 7 album di inediti (di cui la trilogia "Fleurs" rappresenta una sorta di intermezzo e di tregua) e tre opere teatrali ("Il cavaliere dell'intelletto", "Campi magnetici" e "Telesio"). Paradossalmente, però, la collaborazione con il filosofo dà vita anche al brano più popolare di Battiato: "La cura", contenuto nell'album "L'imboscata" del 1996. Ma c'è dell'ermeneutica anche qui. Davvero pensate che "La cura" sia una meravigliosa canzone d'amore? Ma lo avete letto bene il testo?

Se mi chiedessero di esprimere una preferenza e di scegliere tra il Battiato del sodalizio artistico con Giusto Pio e quello del sodalizio con Manlio Sgalambro, mi troverei un po' in difficoltà. Esprimere una preferenza, per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile: del Battiato/Pio mi piace moltissimo la provocazione, l'ironia, il suo beffarsi della musica pop da classifica. "Bandiera bianca" e tutte le altre canzoni di quel periodo della carriera di Battiato sembrano canzoni prive di ambizioni o di pretese artistiche. Dico "sembrano" perché in realtà non lo sono e perché di ambizioni e pretese ne hanno eccome: demistificare la canzone "pop", prendersi beffa di una certa forma di canzone. Del Battiato/Sgalambro, da appassionato e da studente di filosofia, non posso non apprezzare le citazioni filosofiche, i richiami agli scritti dei grandi intellettuali. E se è vero che il nostro piacere estetico non è solamente un piacere edonistico, ma anche un piacere che a che fare con il pensiero, allora il bello di canzoni come "Il cammino interminabile", "Io chi sono?", "Testamento" e "Passacaglia" (solo per citarne alcune) sta proprio nella grande quantità di senso che trasmettono e nella richiesta di interpretazione che generano.

Alla fine, però, preferirei la potenza dell'invettiva, l'ironia, l'atteggiamento un po' "punk" (tra molte virgolette) e ribelle del Battiato degli anni '80. Perché con quei dischi, Battiato ci ha fottuti tutti.

di Mattia Marzi

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