Stasera a Milano comincia il lungo addio dei Pooh. Tutti questi anni insieme...

Stasera a Milano comincia il lungo addio dei Pooh. Tutti questi anni insieme...

Questa sera, venerdì 10 giugno, prende il via allo stadio di San Siro a Milano il tour “L’ultima notte insieme” dei Pooh nell’inedita formazione a cinque (i “sempre presenti”, o quasi, Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian, più il vecchio compagno dei primi tempi Riccardo Fogli, più Stefano D’Orazio, che aveva lasciato la band per stanchezza nel 2009).

E’ una buona occasione, e anche un po’ un pretesto, per scrivere qualche parola su un gruppo che – lo si voglia o no: io ne sono serenamente convinto – non solo appartiene alla storia della musica italiana, ma quella storia ha anche contribuito a scriverla, e in maniera significativa.

Partiamo dal fondo: il tour 2016 dei Pooh, che inizia stasera – mi risulta, posso sbagliare, ma credo di no – è già adesso, che non è ancora cominciato, uno fra i più economicamente rilevanti dell’anno per quanto riguarda un artista italiano. Se ci pensate, è un risultato pazzesco per un gruppo che è in giro da cinquant’anni. Segno che la popolarità dei Pooh ha superato indenne gli alti e bassi delle loro fortune discografiche (che pure di bassi ne hanno avuti pochi) e che è stato concreto il modo in cui hanno saputo affrontare l’uscita di formazione del batterista Stefano D’Orazio, coraggioso quello in cui hanno saputo superare la scomparsa di Valerio Negrini e geniale quello in cui hanno poi saputo sviluppare e gestire l’idea – che si è rivelata vincente – del rientro del transfuga Riccardo Fogli e di D’Orazio per salutare definitivamente le scene live come band.

Cose così non succedono per caso. Succedono quando dietro un progetto ci sono un pensiero coerente, una strategia non improvvisata, una professionalità d’acciaio.

C’è dietro, e conta, anche la musica, naturalmente: una musica che – piaccia o no, e alla gente è sempre piaciuta – ha preso forma in canzoni magari non rivoluzionarie, magari non all’avanguardia, ma comunque al passo con il gusto di un pubblico popolare sì, ma non incline alla banalità e alla volgarità del facile successo. E si è espressa attraverso testi – principalmente, ma non solo, quelli di Valerio Negrini – che hanno raccontato la storia (le storie) degli italiani con occhio coinvolto e compassionevole, e con una partecipazione capace di diventare, da giovane che era, poi adulta e infine matura rispecchiando nel tempo gli entusiasmi e i sogni, le delusioni e  le disillusioni, le speranze e le sconfitte dell’italiano medio.

Ecco: se c’è un merito che riconosco volentieri pubblicamente ai Pooh è quello di non essersi mai vergognati di piacere all’italiano medio, di non aver tentato fughe in avanti o improbabili sperimentalismi, di non essersi mai finti diversi o migliori nel tentativo di intercettare un pubblico diverso e – ipoteticamente – “più alto”. Sono stati – lo si dice spesso, ma forse non è mai stato così vero per nessuno, più che per loro – la colonna sonora dell’Italia “normale”, dell’Italia di provincia, dell’Italia profonda e autentica.

Con le loro canzoni, nelle loro canzoni hanno raccontato le vicende delle persone come me e come molti di noi. Senza pontificare, senza pretendere di dare lezioni di vita, ma mettendo in musica quello che la vita ci ha insegnato a nostre spese. Gli innamoramenti, le passioni, i tradimenti, gli abbandoni e i ritrovamenti, le gioie le difficoltà le stanchezze e i dolori: le cose della vita, insomma.

E, sì, direi queste stesse cose anche se non conoscessi i Pooh da almeno quarant’anni (anzi, le dico proprio perché conosco i Pooh da quando ne avevo venti). Li ho conosciuti prima da estimatore (andavo alle loro serate da spettatore pagante all’epoca di “Alessandra”, “Parsifal” e “Un po’ del nostro tempo migliore”, 1972-1975), poi da giornalista (la prima intervista che ho fatto loro è stata pubblicata ai tempi di “Poohlover”, 1976), poi da ufficio stampa della loro casa discografica (1980-1985), infine di nuovo da giornalista. Anzi: fu proprio al mio debutto come ufficio stampa della CGD, appunto l'organizzazione di una cena/conferenza stampa per un disco dei Pooh, che rischiai di essere licenziato dopo pochi giorni dall’assunzione, quand’ero ancora in periodo di prova (la storia l’ho raccontata in un libro curato dall’amico Oderso Rubini sulla storia dell’etichetta Italian Records https://www.amazon.it/output-italian-records-1980-1985-italiana/dp/8890609346?ie=UTF8&*Version*=1&*entries*=0: se avete tempo da perdere potete leggerla qui).

E sono sempre, in seguito, rimasto con i Pooh in ottimi rapporti professionali, così ottimi da potersi quasi definire un’amicizia – che non sbandiero perché detesto chi si pavoneggia per la sua frequentazione dei cantanti.

L’anno scorso, quando mi è stato chiesto di scrivere un testo per il libretto di uno dei CD dei Pooh allegati a “Sorrisi e Canzoni”, avevo buttato giù una paginetta che, credo, spieghi bene il mio rapporto personale e professionale con i Pooh. La riporto qui, se volete leggerla, giusto per evitare che qualcuno di voi pensi che l’articolo che state leggendo sia ignobilmente di parte: nel senso che lo è, di parte, ma, credo, abbastanza nobilmente, cioè sinceramente e senza piaggeria.

Non andrò al concerto di stasera a Milano: in generale non mi piacciono le cerimonie degli addii, specie se rischiano di commuovermi. Magari andrò a settembre all’Arena di Verona - ma non ne sono sicuro. So già che l’idea che i Pooh stiano per chiudere la loro storia mi risulterà molto faticosa da accettare: perché con la loro storia finirà anche un bel pezzo della mia. Grazie ragazzi, davvero, per tutti questi anni insieme.

 

Franco Zanetti

 

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