Un consiglio a chi vuole suonare canzoni proprie nei locali: "Togliti il dito dal culo"

Un consiglio a chi vuole suonare canzoni proprie nei locali: "Togliti il dito dal culo"

Anni fa collaboravo con un signore piuttosto esigente, che mi ha insegnato parecchie cose (la più importante è che i componenti di una società devono essere sempre in numero dispari, e inferiore a tre). Era un tipo impaziente e sbrigativo, che quando vedeva qualcuno dei suoi battere la fiacca lo apostrofava bruscamente: “Togliti il dito dal culo!”. La metafora non era il massimo dell’eleganza: ma in quella frase c’era l’esplicito invito a darsi da fare e a non aspettare che qualcun altro facesse al posto dell'apostrofato.
Senza offesa, lo stesso invito a togliersi il dito dal culo lo rivolgo spesso a quelli, e sono tanti, che si lagnano perché il mondo non va come farebbe comodo a loro. E in questo caso lo rivolgo a quelli che si lagnano perché non riescono a suonare pezzi propri nei locali.
Le lamentazioni le conosco tutte: i locali fanno suonare solo le cover band, non ci sono locali disponibili a darci spazio, quelli che lo sono ci chiedono di portare noi il pubblico, e via piagnucolando.
Spesso ricordo ai miei interlocutori – che sono poi gli stessi che si lamentano perché le radio non passano i loro pezzi – che quando ero giovane e la radio, l’unica che c’era allora, Radio Rai, non trasmetteva la musica che piaceva a me, io e qualche pazzo scriteriato come me ci siamo inventati le radio pirata (era il 1974). Perché, spiego anche, se fossimo rimasti ad aspettare che qualcuno risolvesse il nostro problema forse staremmo ancora ascoltando Radio Rai e basta.
A quelli che vorrebbero che i locali aprissero le porte ai gruppi che suonano pezzi propri, dopo aver loro detto altre cose (quelle che ho scritto qui) chiedo sempre cosa fanno, in concreto, per risolvere il loro problema.
Di solito mi guardano con occhio spento.
E allora comincio con la mia tirata sulla necessità di organizzarsi, di consorziarsi, di unire le forze, di pensare ad aprire in proprio un locale in cui suonare e far suonare i gruppi come loro (fondare una cooperativa, un’associazione culturale, trovare uno spazio in affitto a prezzo abbordabile, utilizzarlo di pomeriggio affittandolo come sala prove, e suonarci la sera accordandosi con un bar della zona che possa trasferire provvisoriamente la licenza per poter somministrare bevande anche alcoliche, promuovere l’esistenza del locale tramite social network, giornali e radio locali, il passaparola, i volantini nei negozi di dischi e nelle scuole... insomma, come dicevo, togliersi il dito dal culo e faticare, perché nessuno ti regala niente e se vuoi qualcosa devi guadagnartelo).
Ma c’è un altro modo, meno impegnativo eppure altrettanto in grado di contribuire a risolvere il problema di quei cattivoni dei gestori dei locali che non fanno suonare gruppi con pezzi propri.
Ed è semplice: bisogna fare in modo che quei cattivoni cambino atteggiamento. E per farglielo cambiare bisogna dimostrare loro che anche un gruppo che suona pezzi propri può far arrivare gente nel suo locale. Attenzione: non sto dicendo che dovete convincere i vostri amici a venirvi a sentire – quello può funzionare una sera, non serve a invertire una tendenza.
Mi spiego meglio. In ogni città, o in ogni territorio, vive e opera un certo numero di gruppi, di band. Diciamo, per comodità, che stiamo parlando di cinquanta band? Benissimo. Cinquanta band fanno duecento persone, e sto basso. Se una volta la settimana ognuna di queste duecento persone va ad ascoltare un gruppo che suona pezzi propri, il locale potenzialmente dispone di 200 spettatori paganti. E duecento spettatori paganti a un locale fanno piacere. Anche senza esagerare, ogni band avrebbe la possibilità di suonare una volta l’anno in quel locale. Poco, dite, eh? Beh, intanto sarebbe un inizio. E magari di locali se ne trova un altro, nella zona, e magari si riesce a suonare anche lì – e già siamo a due concerti l’anno.
Ma, soprattutto, si attiva un circolo virtuoso di conoscenza, collaborazione, aiuto reciproco: e si impara, anche, perché ascoltando cosa e come suonano altre band come voi avete solo da imparare, e capirete meglio a che livello si colloca la vostra band nella scena locale, quante delle altre sono più brave di voi, quante suonano canzoni migliori, quante sono possibili concorrenti nella vostra scalata alla notorietà o alla professione. Senza contare che magari, in quel locale, potrebbe cominciare a venirci anche altra gente, e allora si capirebbe quali sono le band che sono in grado di farsi ascoltare anche da un pubblico “normale”, e non solo da un pubblico di colleghi aspiranti musicisti.
Insomma, date retta: cominciate a togliervi il dito dal culo. E se volete commentare questo articolo, abbiate l’originalità di non scrivere che il dito devo mettermelo nel culo io. Io la mia parte per cercare di cambiare il mondo l’ho già fatta quand’ero giovane: adesso è il vostro turno.
Franco Zanetti

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