Music Economy: i numeri dello streaming che contano

Music Economy: i numeri dello streaming che contano

Inauguriamo questa settimana una rassegna di approfondimenti su conti, dinamiche, modelli e tendenze dell’economia e dell’industria musicale, aggregati sotto il tag Music Economy. A partire da alcune cifre significative riportate in questo pezzo di lancio, ne pubblicheremo altri che tenteranno di analizzare le questioni cruciali per l’intera filiera del music business.

 

I numeri dello streaming che contano

A quanto equivalgono 49,990 rupie? A $ 3,80. Ovvero, il prezzo mensile con cui Spotify ha lanciato in Indonesia il proprio servizio a pagamento.

A quanto equivalgono 10 Yuan? A $ 1,50. Ovvero, il prezzo mensile con cui Apple Music ha lanciato in Cina il proprio servizio a pagamento.

Queste cifre, alle quali si affiancano quelle delle offerte speciali periodiche e temporanee dei maggiori provider di streaming musicale del pianeta (come quella trimestrale che Spotify ha promosso negli Stati Uniti: un dollaro al mese, da convertirsi poi – se confermato – al prezzo ordinario), contribuiscono a determinare il ricavo medio mensile per utente generato nel mondo dallo streaming musicale.

Rifacendosi ai numeri pubblicati dall’IFPI si apprende che l’ARPU (Average Revenue per User, ricavo medio per utente) mensile della musica digitale in abbonamento equivale per l’industria a circa $ 2,45. Questa cifra si desume partendo dai circa 2 miliardi di dollari che lo streaming a pagamento ha generato nel 2015 per etichette e artisti in 68 paesi del mondo, diviso per il numero dei paganti risultante a fine anno, diviso a sua volta per 12 (i mesi dell’anno). Sommandovi poi una marginalità media del 30% in capo ai provider, quell’ARPU diventa lordo, esprime cioè il ricavo complessivo generato dall’utente per l’intera filiera (e non solo quello appannaggio della discografia): parliamo, in questo caso, di $ 3,50 per utente.

Ricaviamo qui una prima, banale conclusione: i 9,90 al mese che tutti abbiamo in mente come prezzo mensile di un abbonamento di streaming musicale (siano essi espressi in dollari, euro, sterline o altro) sono una chimera, o meglio: sono solo il prezzo sul cartellino.

Ma sono anche la cifra applicando alla lettera la quale anche i music provider, oltre alle label, genererebbero profitti.

E sono, quindi, la causa per la quale l'orizzonte della profittabilità per le piattaforme musicali, come vedremo, resta ancora distante nel tempo e molto ma molto incerto.

E dovrebbero essere, infine, una fonte di preoccupazione seria non solo per quelle società che continuano ad accumulare perdite e debiti nel tentativo di crescere (meglio: “scalare”) per  sostenere finalmente una struttura dei costi fissi che, ad oggi, si è dimostrata storicamente insostenibile, ma anche per una ex-discografia che pare invece appassionarsi quasi esclusivamente al dibattito Youtube-safe harbour.

 

Questa prima cifra unitaria, però, non rappresenta la metà della torta come ci si aspetterebbe da un modello di business basato su due fonti di ricavi – abbonamenti e pubblicità. La parte di pubblicità, infatti, valeva nel 2015 complessivamente 634 milioni di dollari, pari a quasi un terzo dei ricavi da abbonamento. Né poco né tanto in sé, ma obiettivamente poco se la si considera spalmata sui circa 900 milioni di utenti che l’hanno generata ascoltando/guardando musica gratuitamente e legalmente nel 2015.

Questo estremo della filiera va esplorato con attenzione prima di affermare frettolosamente che “la pubblicità non funziona”, o che non genera abbastanza: 634 milioni di ricavi netti per l’industria musicale si dilatano, infatti, a dismisura se li si rende lordi, come fatto poco sopra: vi si devono sommare le quote di raccolta spettanti ai provider per il revenue sharing e, ancora più a monte, le commissioni e gli infami diritti di negoziazione che spettano ad agenzie e centri media.

Da questo lato, più che una prima conclusione traiamo parecchie domande e curiosità. Tra queste, non necessariamente in ordine di importanza ma certamente materia di approfondimenti prossimi venturi:

- i ricavi pubblicitari sono effettivamente insoddisfacenti per l’industria musicale o sono, invece, una monetizzazione aggiuntiva che prima non esisteva e che per decenni, come dimostrano le annose querelle con il mondo della radiofonia, hanno forse rappresentato un mancato ricavo?

- il modello freemium alla Spotify è effettivamente dannoso perché frena l’affermazione del modello esclusivo a pagamento, o è una componente valida e sana perché genera affiliazione e conversione?

- il modello free è la madre di tutte le disgrazie oppure, oltre a fare la sua parte nel contrastare la pirateria, porta denari che invece andrebbero perduti?

- Spotify, Deezer, Pandora, Tidal...: le piattaforme di streaming musicale dovrebbero continuare a dare priorità alla crescita o orientarsi ai profitti per il bene dell’industria? E se sì, esattamente come?

- Youtube e Safe Harbour: la questione è così semplice come me la descrivono o è parecchio complessa come pare a me?

(gdc)

(segue…)

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