Metal Tales: Bullet For My Valentine

Metal Tales: Bullet For My Valentine

“Eravamo quattro amici in garage, che suonavano cover dei nostri gruppi preferiti”... questo potrebbe essere l’incipit della storia dei Bullet For My Valentine, che fra il 2005 e il 2015 si sono imposti sulle scene con il loro metalcore melodico, ricco di spunti radiofonici, molto energico, basato su un incessante duellare di chitarre e una voce spesso pulitissima. Ecco come il leader del gruppo, Matthew Tuck, racconta in poche pennellate la loro storia...

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- Eravamo quattro amici che suonavano pezzi di Nirvana e Guns N’ roses nel garage di mia madre. Poi all’improvviso abbiamo avuto la chance di fare sul serio, l’abbiamo presa al volo e non ci siamo mai fermati. È stato un viaggio incredibile, una cosa che mai avremmo pensato. È come se avessimo vinto la lotteria.
[Matt Tuck]

- L’evoluzione del nostro suono è stata un processo naturale. Abbiamo sempre lasciato che le cose fluissero, non abbiamo mai pensato troppo alle cose o analizzato troppo i dettagli. Se ci pareva buono e ci piaceva, lo tenevamo.
[Matt Tuck]

- Credo che la cosa più importante sia mantenere il controllo della situazione quando ci torviamo di fronte alla clasiche faccende rock’n’roll. In passato abbiamo fatto le nostre sciocchezze, parlo dle 2010, quando alcool e feste erano all’ordine del giorno. Personalmente, per me è cambiato tutto quando sono diventato padre. La band ha iniziato a esplodere globalmente, non eravamo pià solo un gruppo fra tanti, ci percepivano come un gruppo di successo nel metal e nell’hard rock. Credo che tutti abbiamo aperto gli occhi e ci siamo impegnati per dare il meglio, sul palco e sotto al palco. [...] La lezione più grossa che abbiamo imparato è che dobbiamo essere in buona forma fisica e mentale per fare ciò che facciamo: è una parte molto importante della faccenda.
[Matt Tuck]

- Saliamo sempre sul palco con l’idea di uccidere e penso che questa forma mentis sia fondamentale in ciò che facciamo e ci aiuta ad andare avanti. Ed è un bel po’ che siamo qui.
[Matt Tuck]

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