Regno Unito, la discografia che domina le classifiche mondiali ma che non produce più talenti: vendite in flessione e mercato ucciso dallo streaming

Regno Unito, la discografia che domina le classifiche mondiali ma che non produce più talenti: vendite in flessione e mercato ucciso dallo streaming

Nel quadro generale della crisi che ha flagellato l'industria discografica negli ultimi quindici anni, e che solo recentemente ha lasciato il posto ad una leggera crescita, il Regno Unito sta rappresentando un caso tutto particolare: gli artisti britannici sembrano ottenere ottimi risultati nelle classifiche di vendita dei vari paesi del mondo, ma in casa non riescono a replicare tali successi (almeno negli ultimi mesi); i ricavi delle vendite hanno conosciuto una leggera flessione e gli artisti hanno difficoltà ad emergere in un mercato discografico dominato dallo streaming; infine, non si sfornano più cantanti in grado di imporsi a livello internazionale.

Secondo i dati diffusi dalla British Phonographic Industry (BPI), l'associazione che rappresenta le case discografiche nel Regno Unito (corrispettivo britannico della nostrana FIMI), i dischi pubblicati dagli artisti britannici nel 2015 rappresentano circa il 17% dei dischi venduti in tutto il mondo nello stesso anno: una crescita, considerando che nel 2014 le vendite di album britannici a livello globale si aggiravano intorno al 13%. Gli artefici di questo successo sarebbero - nell'ordine dal più influente al meno influente - Adele, Ed Sheeran, Sam Smith e gli One Direction. "25" di Adele ha venduto nel 2015 la bellezza di 15.000.000 copie in appena sei settimane (il disco, infatti, è uscito alla fine dello scorso novembre), "X" di Ed Sheeran ne ha vendute 7.730.000, "In the lonely hour" di Sam Smith 6.270.000 e "Made in the A.M." degli One Direction circa 2.400.000. Sempre secondo quanto riferisce la BPI, negli Stati Uniti i dischi di artisti britannici rappresentano il 17,6% di quelli acquistati nel corso del 2015, mentre in Canada il 22%. In Europa la quota è più elevata e comprende anche i dischi venduti nello stesso Regno Unito: 25,9%, vale a dire 1 ogni 4 album. Cifre niente male, insomma. Dice Geoff Taylor, presidente della BPI: "È estremamente incoraggiante che la musica britannica sia così richiesta in patria e anche all'estero grazie ai nostri brillanti artisti e alla continua innovazione e agli investimenti delle nostre etichette discografiche. Tuttavia, il fatto che i ricavi delle vendite della musica britannica abbiano conosciuto una leggera flessione dimostra che qualcosa si è rotto nel mercato della musica: ovvero che artisti ed etichette che investono nel mercato della musica non ricevono così tanti benefici come invece avveniva in passato".

Ma allora cos'è che non va? A cosa si riferisce Geoff Taylor quando dice che "qualcosa si è rotto"? I dati ufficiali diffusi dalla BPI dicono che nel 2015 nel Regno Unito sono state vendute 122 milioni di copie: in questa cifra rientrano anche i conteggi relativi ai dischi riprodotti in streaming (nel Regno Unito lo streaming è stato incluso nei calcoli di vendita dal 2014: 1.000 riproduzioni corrispondono ad una copia). Lo streaming, nel corso del 2015, è cresciuto addirittura dell'82% con 26,8 miliardi di canzoni riprodotte (quasi il doppio del 2014), superando le tradizionali copie fisiche e rappresentando il 54% del consumo della musica nel Regno Unito. È lo stesso presidente della BPI a lanciare l'allarme, facendo notare che chi ci guadagna dallo streaming non sono gli artisti ma le stesse piattaforme (che è un po' quello che dicevamo noi in questo articolo). Taylor è pessimista: "Le conseguenze saranno gravi", dice riferendosi alla crescita dello streaming, "sarà difficile per la maggior parte degli artisti guadagnarsi da vivere. Questo è sbagliato: la musica è preziosa. Il problema richiede un intervento urgente da parte dell'Unione Europea e anche il nostro governo deve intervenire".

Una situazione paradossale è rappresentata dalle performance degli artisti britannici nelle classifiche di vendita del Regno Unito: se oltre i confini sembrano andare piuttosto bene, ultimamente in casa non riescono a tenere testa a titani statunitensi come Beyoncé, Drake, Bob Dylan e Justin Bieber. La scorsa settimana, delle prime 30 posizioni della classifica degli album più venduti nel Regno Unito, solamente 12 erano occupate da dischi di artisti britannici. L'Italia, in questo senso, naviga in acque migliori: nella stessa settimana di riferimento, delle prime 30 posizioni della classifica dei dischi più venduti nel nostro Paese, elaborata dalla FIMI, ben 24 erano occupate da album di artisti italiani. Anche qui, c'è lo zampino dello streaming: Beyoncé, Drake e Bieber, nel Regno Unito, sono campioni su Spotify e dintorni e solo in pochi riescono a tenergli testa. I più pessimisti, come Lee Thompson (esperto di classifiche e industria discografica per il sito Record of the Day), temono che la musica britannica possa perdere lo status di influencer di cui ha goduto nel corso degli anni: "La nostra presenza perderà la sua importanza", dice l'esperto.

In un mercato discografico dominato dallo streaming, le nuove proposte hanno difficoltà ad emergere: succede così che gruppi o solisti sui quali si ripongono molte aspettative finiscano per rivelarsi delle mezze cartucce. È il caso dei 1975, di Jack Garratt, degli Years & Years, delle Haim e di Michael Kiwanuka: tutti vincitori del BBC Sound of - ad eccezione dei 1975 - il premio musicale che viene assegnato dai critici musicali britannici, tramite un sondaggio, agli artisti "da tenere d'occhio", non sono riusciti a replicare i successi degli altri vincitori dello stesso premio (Sam Smith, Jessie J, Ellie Goulding, Adele, Mika). Qualche numero: l'album di debutto di Jack Garratt, "Phase", ha raggiunto la terza posizione nella classifica di vendita del Regno Unito, ma ha speso solamente una settimana nella top 10 e appena quattro settimane nella top 40 (ora è fuori dalla top 100 - il singolo "Worry" non è riuscito a spingersi oltre la 67esima posizione ed è rimasto in classifica per sole tre settimane); con il loro primo disco, "Days are gone" (2013), le sorelle Haim hanno conquistato il primo posto della classifica britannica, ma sono poi calate vertiginosamente: l'album non si è spinto oltre le 100.000 copie vendute nel Regno Unito, piazzandosi all'84esimo posto nella classifica dei dischi più venduti nel 2013 e al 54esimo in quella dei più venduti del 2014. Lo stesso discorso vale per i 1975, che con il loro nuovo album hanno debuttato direttamente al primo posto in classifica (anche negli Stati Uniti), salvo poi precipitare: solo tre le settimane spese dal disco nella top ten del Regno Unito e solo 100.000 le copie vendute fino ad oggi.

Le nuove leve stanno cominciando a diffidare dalle major e preferiscono affidarsi ad etichette indipendenti: "Le major hanno creato un divario tra l'essere un musicista creativo e l'essere un semplice intrattenitore", dice The Anchoress, nome d'arte di Catherine Anne Davies. La cantautrice ha pubblicato nel 2013 l'album "Confessions of a romance novelist" per l'etichetta indipendente Kscope, è molto apprezzata dalla critica e nel corso degli ultimi anni ha suonato anche con i Simple Minds: "Non credo che le major siano consapevoli del fatto che la gente cerca artisti dotati di personalità: loro, invece, continuano a sfornare cantanti da karaoke". Punta il dito contro le major anche Clare Maguire, classe 1988: arrivata quinta nel sondaggio BBC Sound of 2011, quando aveva 23 anni, la cantante dice di non aver ricevuto supporto dalla sua etichetta (la Polydor) e di essere stata abbandonata. Il suo primo album, "Light after dark", uscito nel 2011, è riuscito ad entrare in top 10 ma subito dopo la sua pubblicazione Clare è entrata in rehab per risolvere i suoi problemi con l'alcolismo. Lo scorso marzo è uscito il primo singolo estratto dal suo nuovo album, "Stranger things have happened", ma il pubblico sembra essersi dimenticato di lei: "Le etichette preferiscono mettere sotto contratto persone che poi vengono lentamente private della loro identità", dice oggi la Maguire.

In tutto questo c'è anche chi riesce ad essere ottimista. Ben Mortimer, ex A&R (talent scout, in parole molto semplici) che negli anni ha scoperto gente come Jamie T e i Florence and the Machine e che oggi è co-presidente della Polydor, riconosce che nell'ultimo periodo non c'è stata proliferazione di nuovi artisti, ma si dichiara fiducioso nel futuro: "Le cose si stanno facendo più prospere e presto lanceremo nuovi talenti".

[di Mattia Marzi]

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