“NON dica 33!”. Adele e Sony Music, o del passaggio da una indie a una major

“NON dica 33!”. Adele e Sony Music, o del passaggio da una indie a una major

Adele è attualmente in tour e per altri sei mesi macinerà ogni giorno ricavi su ricavi che si sommeranno a quelli già generati dai 19 milioni di copie vendute in 6 mesi dal suo ultimo album “25”. Pareva brutto, perciò, attirare l’attenzione sul suo futuro proprio mentre è in piena attività. Ma andava detto.

 

Ecco, dunque, l’ibrido che non scontenta nessuno: il leak istituzionalizzato. L’annuncio del suo passaggio da XL a Sony Music non è mai avvenuto, così come l’artista, il suo management, la sua vecchia e nuova label non hanno mai commentato la notizia. Ma i media britannici l’hanno data grazie a “una fonte” della multinazionale nipponica che, sembra di capire, non ha dato esclusive. Così tutti i quotidiani d’oltre Manica tra il 22 e il 23 maggio scorsi sono usciti con la stessa indiscrezione-bomba copincollata: “Ci siamo assicurati Adele, che è senza dubbio la più grande stella musicale della sua generazione. E’ una cosa enorme”, ha recitato la fonte anonima. Altre cose che abbiamo appreso attraverso lo stesso leak istituzionalizzato ma fuori dalle virgolette: il contratto – che la cantante si sarebbe procurata grazie al proprio manager Jonathan Dickins - varrebbe 90 milioni di sterline, sarebbe in capo a Columbia Records (che già gestiva Adele oltre Oceano) e garantirebbe a Sony Music l’esclusiva mondiale per i “prossimi” (tre..?) album.

 

La crisi discografica sarà anche finita, ma per investire 90 milioni di sterline occorrono motivazioni forti: perché, anche a fronte di prospettive di crescita buone, rischiare di appesantire un bilancio per scommettere su una voce, come si faceva in epoca pre-streaming, non è cosa di tutti i giorni, specie in un periodo dove la prospettiva più a lungo termine che il mercato conosca è quella della prossima trimestrale.

 

Ma tant'è, gli affari sono affari e i numeri la dicono lunga su quanto Miss Adkins possa essere desiderabile, agli occhi di una label. "19", il suo album di debutto, ha venduto all'incirca dieci milioni di copie in tutto il mondo nel corso della sua vita sul mercato: il botto, però, l'ha fatto "21", che tra il 2011 e la fine del 2014 di unità, ai quattro angoli del globo, ne ha smerciate la bellezza di trenta milioni. Poteva andare meglio? Sì: le stime più recenti ci dicono che "25", il suo ultimo disco uscito solo nel novembre scorso, fino ai primi mesi di quest'anno abbia venduto 19 milioni di copie sui mercati internazionali.

 

E anche ipotizzando un calo fisiologico nelle vendite - comunque sicuramente attenuato dal tour colossale che terminerà a metà del prossimo novembre - la progressione costante nel successo di pubblico è evidente. Vale poi la pena rilevare che da un investimento così pesante è lecito attendersi un ritorno abbondantemente superiore all’investimento. Secondo stime riferite dal Guardian il patrimonio accumulato da Adele dal suo debutto (nel 2008) ad oggi sarebbe pari a poco più di 80 milioni di sterline. Sony le starebbe offrendo 90 milioni, dunque, nella consapevolezza che l’artista, oltre che sé stessa, ha nel contempo arricchito molto la sua etichetta XL e che quindi quei 90 milioni sono una quota parte dei ricavi attesi dalla commercializzazione dei nuovi album dell’artista.

 

A questo punto, immaginarsi la scena dove gli analisti chiamati a corte nella war room consigliano all'amministratore delegato del colosso discografico di puntare tutto sulla voce di "Hello" è fin troppo facile. Basarsi però sulle vendite pregresse potrebbe essere parziale e fuorviante. Le parole chiave, qui, potrebbero essere tre: edizioni, “value gap” e… 33.

 

La Sony controlla per il 50% - la restante quota di azioni è di proprietà della fondazione intitolata a Michael Jackson - la Sony/ATV, big nel settore del music publishing che ha nel proprio portfolio, tanto per dire, le edizioni di quasi tutto il catalogo dei Beatles. E Adele, a differenza della quasi totalità delle popstar planetarie in vetta alle chart mondiali, firma o co-firma tutte le canzoni che finiscono nei suoi album. La questione, quindi, è di prospettive: ci sono contratti discografici - come quelli a 360° gradi che hanno caratterizzato la strategia di Live Nation negli ultimi anni - che più che nelle vendite degli album vanno a cercare i profitti nei concerti e nel merchandise. E altri – che sia il caso di Sony con Adele? - che preferiscono lasciare mani libere in materia di attività live e gestione dell'immagine, ma che vanno a blindare i flussi di reddito che sopravvivono, in caso di grande successo, anche alla trafila promozionale e live, cioè le edizioni.

 

Sony Music ha evidentemente inquadrato la ventottenne britannica come una macchina da istant classic, perché solo con canzoni capaci di sopravvivere allo slancio promozionale impresso dalla pubblicazione hanno le carte in regola per fruttare nel tempo grazie alle royalties, e probabilmente hanno ragione, dato che "Rolling in the Deep", "Set Fire to the Rain" e "Skyfall", benché piuttosto datate, ancora tengono banco, con discrezione, nei palinsesti radio e nelle playlist di molti. Quello di Adele è allora il colpo discografico perfetto? Potrebbe esserlo, al netto di due incognite.

 

La prima riguarda Adele, che alla XL Recordings è stata lasciata libera di fare quello che voleva, soprattutto riguardo ai ritmi di lavoro: solitamente, però, con le major è diverso, e gli accordi prevedono che ci sia scritto, nero su bianco, quanti dischi fare e in quanti anni, alla faccia di ansie da palcoscenico e voglie di maternità. Condizione, questa, che non sarebbe mai andata troppo a genio alla Adkins, che per fortuna davanti al fattore lavorativo ha sempre anteposto quello umano.

 

La seconda riguarda la Sony, che a fronte di una tale spesa preferirà non tenerla come il best kept secret del proprio roster. La promozione sarà serrata, la presenza sarà massiccia, l'esposizione sarà pressoché totale, e questo potrebbe essere il boomerang peggiore: Adele ha fatto fin dall’inizio della propria carriera della sua normalità un tratto distintivo, grazie al quale è riuscita ad entrare in profonda sintonia con un pubblico - quello generalista e musicalmente occasionale - solitamente irraggiungibile alle cantautrici di estrazione indie, anche bravissime. Ritrovarci la sua faccia sulle confezioni di cereali e vederla contemporaneamente sugli schermi televisivi sulle due sponde dell'Atlantico potrebbe rovinare irrimediabilmente l'incantesimo che quella ragazza così splendidamente normale è stata capace di costruire. Trasformando Adele in un altro Robbie Williams del quale la discografia, in primis, ha tutto meno che bisogno. Ricordiamo anche che Adele pochi mesi fa, probabilmente con il nuovo contratto già alla firma, non ha esitato a bacchettare Sony Music ai Brit Awards per il trattamento riservato alla collega Kesha, “imprigionata” da un contratto che la legava al produttore Dr Luke.

 

Tendiamo a credere che a Sony prema non spezzare l’incantesimo e che possa sopportare la congenita indipendenza e ritrosia di Adele e che, anzi, ne abbia messo in conto non solo la riservatezza, ma le inclinazioni artistico-srategiche, come quelle che più volte l’hanno convinta a limitare quando non ad azzerare la sua presenza sulle piattaforme digitali, evitando la cannibalizzazione del “value gap”, a vantaggio delle vendite fisiche. Aspettiamoci che si vada avanti così. Possibilmente con l’aggiunta di qualche clamorosa confezione speciale in vinile o con il supporto di profumatissime esclusive.

 

Adele, con i suoi tempi e in circostanze storiche molto ma molto mutate, sta per sperimentare un’esperienza alla Elvis ma senza il Colonnello a vegliare su di lei: dopo sessant’anni di rock e pop la guida agli errori di carriera da evitare dovrebbe essere ben scolpita nella pietra, no?

 

Insomma, il Diavolo veste indie o veste major? La mitologia esagerata che aleggia intorno alla purezza delle indie in antitesi alla pochezza delle major ci lascia da sempre freddini: le porcherie, lo vediamo ogni anno, non hanno geografia, così come i pezzi d’arte. Nella fattispecie, in questo preciso momento storico Adele e Sony potrebbero fare una buona coppia: staremo a vedere come si allineano gli astri. Ma un fatto è certo: perché tutto funzioni bene quella specie di progressione geometrica che pare segnare la discografia di Adele deve finire.

“19”, “21”, “25”… toccherebbe a “33”. Possibile?

Nah. Troppo tempo.

 

(Davide Poliani / Giampiero Di Carlo)

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