Cuore di metallo: Alice in Chains

Cuore di metallo: Alice in Chains

Anni Novanta. Esplosione del grunge. Un vero tsunami per il mondo del rock più sanguigno e duro. Ma anche per l’industria discografica mainstream che si trova a dover maneggiare band dalle sonorità sempre più dure, materiale che fino a poco tempo prima avrebbe bollato come “impubblicabile” o quasi. Fra i pesi massimi di questa epopea (insieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden) ci sono gli Alice in Chains, band di Seattle – come da manuale – nata intorno al 1987 e contraddistinta da un’anima più metal e oscura, rispetto ai compari di avventura. Il loro è un rock heavy, venato di tragedia... e purtroppo la suddetta tragedia non resta confinata al sound.

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Fra il 1990 e il 1995 gli Alice in Chains sfornano tre veri capolavori, dischi che segnano un’epoca e incontrano grande favore presso fan e critica: “Facelift” (1990), “Dirt” (1992) e l’omonimo “Alice in Chains” (1995). La loro caratteristica principale, che li rende speciali, è l’interazione fra il genio del chitarrista/compositore Jerry Cantrell e la voce personalissima (oltre che l’alone mistico che lo circonda) del cantante Layne Staley, uno che sembra nato per essere una rockstar tormentata, dotato di un magnetismo eccezionale. Ma anche incline a una sistematica e intransigente autodistruzione.

Proprio gli eccessi i Staley, ma anche degli altri componenti, portano al punto di rottura: la band nel 1996, all’indomani dell’uscita del terzo album si trova impossibilitata ad andare in tour. Troppi disaccordi interni, ma sopratutto troppe dipendenze e situazioni “estreme” da tenere sotto controllo.
Inizia così un periodo buio, intriso di guai, problemi e tragedie. Staley entra in una sorta di isolamento tossico, vede morire la propria compagna (a causa di un’infezione cardiaca legata all’uso di eroina); la band non si scioglie ufficialmente, ma entra in stato di quiescenza, per riemergere solo sporadicamente (un bellissimo unplugged per MTV, una raccolta, una compilation live... ma la mazzata finale giunge il 20 aprile del 2002: Staley viene trovato cadavere, vittima di un’overdose di cocaina ed eroina. Era ridotto a un fantasma, magrissimo e senza forze: aveva perso la voglia di vivere e fare musica.

Ma, fra il 2005 e il 2006 avviene una sorta di miracolo: gli alice in Chains trovano la volontà di risorgere come band e, reclutato il nuovo frontman William DuVall, tornano in pista. Da questa reunion scaturiscono due nuovi dischi – “Black Gives Wat to Blue” (2009) e “The Devil Put Dinosaurs in Here” (2013) – che incredibilmente, nonostante la pesantissima assenza di Staley, non fanno rimpiangere gli antichi fasti.

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