"Oggi non paghiamo chi fa musica, ma chi ce la fa ascoltare". Parole sante...

"Oggi non paghiamo chi fa musica, ma chi ce la fa ascoltare". Parole sante...

“La musica è diventata un riempitivo dei nostri device. Spendiamo 600, 700 euro per uno smartphone, ma solo 10 euro al mese per ascoltare milioni di canzoni. Io con 10 mila lire compravo un disco alla settimana. Oggi non paghiamo chi fa musica, ma chi ce la fa ascoltare”.
L'ha detto Luca Morino dei Mau Mau nell'intervista a Rockol, e quando l'ho letto mi sono alzato in piedi in segno di rispetto. Mi sembra che in questa considerazione, e specialmente nella sua - mirabilmente efficace - ultima frase, sia concentrato il malessere della nostra epoca musicale.
Il nonsenso nel quale viviamo negli ultimi anni, quelli del download e dello streaming, è che c'è qualcuno che fatica per scrivere musica e registrarla, qualcuno che spende per registrarla e pubblicarla e promuoverla, e qualcun altro che - senza spendere, ma soprattutto senza faticare e senza rischiare - si fa pagare per far scaricare/ascoltare quella stessa musica riconoscendo a chi l'ha scritta, eseguita, registrata, pubblicata e pubblicizzata soltanto una piccola percentuale degli introiti che ne ricava lui.
Non vale solo per la musica, facciamo a capirci.
Vale anche per tutto ciò che sia digitalizzabile e fruibile via internet; vale per i film, per i libri, per i videogiochi.
E' la conseguenza di una malsana religione del "tutto gratis" che colpisce anche le persone che, come chi scrive e edita il giornale che state leggendo sul vostro computer o sul vostro tablet o sul vostro smartphone, lavorano senza che chi usufruisce del loro lavoro (voi lettori) sia chiamato a ricompensarle per esso.
E' la perversa deriva che ha ucciso i giornali musicali di carta. Un tempo - sembra siano passati secoli, ma è solo l'altro ieri - chi voleva ascoltare un disco doveva comperarlo (o farselo prestare), ma chi voleva poterlo ascoltare in qualsiasi momento gliene venisse la voglia doveva possederlo, e quindi averlo acquistato. Sicché per possedere un disco si spendevano dei denari, e c'era chi era disposto a spenderne anche per acquistare giornali attraverso i quali qualcuno lo informasse sui dischi appena usciti, per orientarlo nella scelta e aiutarlo a spendere meno e meglio. Altri tempi.
Adesso è tutto diverso. Ce ne siamo fatti una ragione, non si può fermare il progresso tecnologico, bisogna stare al passo con i tempi, bisogna sapersi reinventare, e via banalizzando. Ma quel che è davvero grave, e irrimediabile, è che chi può godere di un bene senza averlo pagato lo considera (inevitabilmente) di scarso valore. Così voi che ascoltate un disco gratis, o quasi - e quel "quasi" va in gran parte a chi ve lo fa ascoltare, come dice Luca Morino, e non a chi l'ha scritto suonato registrato... - siete indotti a valutarlo poco, perché l'avete pagato poco. E siete indotti a rispettare poco o niente noi che scriviamo (di musica, o di cinema, o di libri) e quello che scriviamo, perché leggere quello che scriviamo non vi costa nulla, o quasi (e il "quasi" lo date a chi vi permette di leggerci gratis: le compagnie telefoniche, i provider di internet, i costruttori di telefonini - che oltretutto, diversamente da quelli che vi fanno ascoltare gratis la musica, a noi non riconoscono nemmeno una piccola parte degli introiti che ricavano da voi).
Mi par di sentire una voce, laggiù in fondo, che ribatte: "Ma vi paga la pubblicità!".
Rispondo come Totò: "Ma mi faccia il piacere!"...

Franco Zanetti

 

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