I Mau Mau raccontano “8000 Km”, un giro d’Italia in dieci canzoni – INTERVISTA

I Mau Mau raccontano “8000 Km”, un giro d’Italia in dieci canzoni – INTERVISTA

Quando i Mau Mau pubblicarono il loro ultimo album, nel 2006, in testa alla classifica c’era “Svegliarsi la mattina” degli Zero Assoluto, Spotify non esisteva e X Factor doveva ancora arrivare in Italia. Eppure, ascoltando il nuovo disco della band piemontese “8000 Km” il tempo non sembra passato. “Perché abbiamo un sound riconoscibile”, dice Luca Morino, “e quando ci ritroviamo la cifra sonora è la stessa. Ma non c’è alcuna nostalgia in questo disco. Anzi, c’è l’urgenza di raccontare il presente”. Fin dal titolo che si riferisce alla lunghezza approssimativa del perimetro della nostra penisola, “8000 Km” si presenta come una sorta di viaggio in Italia. Secondo Fabio Barovero, “il titolo è un contenitore che dà la possibilità di raccontare delle storie. Questa volta gettiamo uno sguardo sull’Italia, cosa che in passato non abbiamo fatto perché incuriositi dalle culture del mondo. Siamo esaltati d’amore per questo Paese e insieme conosci degli scempi che sono stati fatti. È un doppio sentimento tipico di noi italiani”.

“8000 Km” si apre con un tuffo nel passato remoto che offre i Mau Mau al loro meglio, impegnati nella ricerca di un’identità musical-culturale sfaccettata: “Briganti” racconta una figura leggendaria del brigantaggio nel Regno delle due Sicilie usando italiano e dialetto, mescolando il suono di chitarre acustiche, percussioni, violino e friscaletto siciliano, un piccolo flauto suonato da Sebastiano Nanè. “Dopo aver assistito ai festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia mi pareva interessante andare a recuperare storie della seconda metà dell’Ottocento che nei libri di scuola non ci sono”, spiega Morino. “Quando Michelina De Cesare si è data al brigantaggio, vicino a Caserta, si è fatta fotografare con i costumi della tradizione locale, fucile e pistola, una cosa inaudita per una donna di quei tempi, anche nel mondo dei briganti. È un’immagine che si trova su Internet assieme a un’altra foto: lei spogliata, torturata, uccisa e il cadavere esposto nella piazza del paese nel 1868. Quelle due foto rappresentano da una parte la ribellione, dall’altra la presenza del nuovo Stato”. Attraverso una storia di fine Ottocento, aggiunge Barovero, “raccontiamo il contemporaneo, dove le schifezze sono subdole e presto dimenticate. Quando alzi la testa finisci male”.

L’Italia raccontata dai Mau Mau è anche quella dell’Isola delle Rose cui dedicano l’omonima canzone. È la repubblica indipendente fondata da un ingegnere emiliano nel 1968 su una piattaforma al largo di Forlì, fuori dalle acque territoriali italiane, un’esperienza bizzarra e libertaria raccontata in articoli, libri, documentari, e romanzata da Walter Veltroni in “L’isola e le rose”. Nel giro di pochi mesi fu occupata dalla polizia e poi smantellata. “Noi la raccontiamo in una doppia chiave”, spiega Morino. “Da una parte c’è l’aspetto utopico, il luogo dove tutto è permesso, dove ogni cosa è come vuoi. Dall’altra c’è l’idea del paese dei balocchi dove ti perdi e quindi smetti di essere scomodo”. È un concetto simile a quello espresso in “Moira”, scritta prima della morte della regina del circo italiano. “È la rappresentazione di una burattinaia che fa la domatrice di uomini che si scannano fra di loro per il divertimento del pubblico. È quello che sta succedendo in questo Paese: ci si scanna su cose ininfluenti, mentre ai piani alti si prendono le decisioni importanti. Come nelle elezioni amministrative a Torino in cui promettono di eliminare i campi rom come se fosse la soluzione ai problemi della città o del Paese. I problemi sono altri, ma sono complicati e allora non li si affronta”.

Quando i Mau Mau iniziarono a incidere dischi, nei primissimi anni ’90, il pubblico cominciava ad apprezzare le cosiddette musiche del mondo. E anche loro, da Torino, andarono a mixare i primi due album negli studi Real World di Peter Gabriel, epicentro europeo di quel fenomeno. E oggi? “Di quella grande curiosità verso la musica del mondo è rimasto ben poco”, dice Barovero. “Anzi, le culture del mondo stanno scomparendo, spazzate via dall’omologazione, dal peggio della globalizzazione. E intanto, la musica creativa scompare dai grandi media dove sono presenti solo cose stereotipate, e a qualcuno fa comodo che certe musiche non passino. Fino ai primi anni Duemila per incontrare i tuoi coetanei dovevi andare in uno spazio fisico, magari accompagnato dalla musica. Da alcuni anni non è più necessario. La musica funzionale a una collettività ha perso il suo ruolo”. Gli fa eco Morino: “La musica è diventata un riempitivo dei nostri device. Spendiamo 600, 700 euro per uno smartphone, ma solo 10 euro al mese per ascoltare milioni di canzoni. Io con 10 mila lire compravo un disco alla settimana. Oggi non paghiamo chi fa musica, ma chi ce la fa ascoltare”.

(Claudio Todesco)

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