Cassette e nastri magnetici: a volte ritornano...

Cassette e nastri magnetici: a volte ritornano...

Il dizionario online Treccani le definisce così:

Contenitore in materiale plastico, di forma compatta e con dimensioni standardizzate, comprendente nel suo interno un nastro magnetico per la registrazione di segnali acustici (audiocassette) o di segnali televisivi (videocassette) mediante appositi registratori di uso comune per scopi amatoriali, denominati appunto registratori a cassette. Il nastro, con lo strato magnetizzabile di ossido ferrico o di biossido di cromo disposto verso l’esterno, è avvolto su due bobine; apposite fessure praticate su un lato della cassetta consentono il contatto del nastro con le testine di cancellazione e di lettura-registrazione appartenenti al registratore, il cui motore agisce sull’avvolgimento del nastro, in avanti o indietro, tramite l’una o l’altra delle due bobine. La struttura simmetrica della cassetta ne permette il capovolgimento in modo da consentire la registrazione su due piste distinte nei due sensi di avvolgimento del nastro.

Stiamo parlando, ovviamente, delle cassette – supporti audio che fino alla seconda metà degli anni Novanta hanno circolato copiosamente, soprattutto come mezzi di scambio di musica fra appassionati (i “nastroni” con le compilation per gli amici, i dischi registrati a chi non li aveva... ma anche i demo tape che inondavano redazioni di riviste e fanzine). Poi l’avvento dei cd-r e dei masterizzatori a costi abbordabilissimi ha definitivamente affossato la cassetta, che rispetto alla nuova tecnologia aveva costi superiori, una certa scomodità (riavvolgere il nastro, girare il lato) e una fragilità intrinseca (il nastro magnetico).
Ma da qualche anno si nota che hanno ricominciato a circolare i nastri e che – come del resto era logico che fosse – si è creato un certo ritorno di interesse nei confronti di quel formato, vuoi per la nostalgia dei “bei tempi”, vuoi per il solito fascino del modernariato. In ambito più underground, ad esempio, non è una rarità imbattersi in uscite su cassetta (provvidenzialmente accompagnate da “download code” per scaricare i file musicali – del resto possedere una piastra per cassette che consenta di ascoltarle non è più una cosa scontata come 25 anni fa, anzi...). E poi ci sono iniziative come il Cassette Store Day (che per ora ha avuto tre edizioni fra il 2013 e il 2015 – fra cui anche una italiana, che ha visto l’uscita di un libro a tema intitolato “Andare in cascetta”), omologo in tono minore del Record Store Day, di ormai chiara fama.

Certo non si tratta esattamente di un “ritorno”, come quello di cui si parla ormai da anni a proposito del vinile: le quote di vendita di cassette sono inesistenti (a parte qualche rara iniziativa speciale, come ad esempio quella dei Metallica che hanno ristampato il loro demo su nastro, nessun artista o etichetta di una certa dimensione fa uscire più cassette), ma esiste una community di appassionati che mantengono viva la fiamma – o fiammella. E non è certo un male, se ci lasciamo trasportare (specialmente chi ha vissuto l’epoca dei nastri in prima persona) dall’onda del ricordo: l’immagine delle ore passate a preparare i nastri per amiche e amici, le copertine colorate e decorate a mano cercando di copiare i logo delle band fedelmente, le tracce nascoste e non segnalate, gli errori di trascrizione dei titoli, il riavvoglimento del nastro con la biro, i demo e i bootleg scambiati per posta con i trader internazionali che sembravano sempre tesori esoticissimi... insomma, la nostalgia canaglia facilmente attanaglia (perdonate la rima baciata).
Ed è comprensibile anche il fascino esercitato dalla cassetta sulle generazioni più giovani: sono oggetti “caldi”, da scoprire, meno tecnologici e algidi rispetto al cd. Per non parlare della bellezza di una parete ricoperta di nastri, con le costine tute colorate e differenti una dall’altra, a creare un mosaico musicale, ma anche di vita.

Eppure come supporto per ascoltare la musica, le cassette sono oggettivamente datate: non tanto a livello di resa sonora (personalmente amo il famoso “rumore di fondo” supplementare che il nastro magnetico conferisce, come un tappeto che dà corpo, a ogni registrazione), ma per il fatto che le nostre vite sono, che ci piaccia o no, cambiate. Siamo abituati a comodità e rapidità di utilizzo molto maggiori.
Quindi, ancora una volta, la cassetta è morta, viva la cassetta. Magari come bellissimo memorabilia musicale, evocativo e piacevole da vedere (confesso di averne scatoloni pieni, che di tanto in tanto mi diverto a spulciare per il puro piacere di riscoprire dettagli, ricordare momenti e persone...). Ma non prendiamoci in giro: nessuno, veramente, si rimetterà ad ascoltare musica solo su nastro. Rassegnamoci.

[Andrea Valentini]

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