Perché è stupido disprezzare le cover band

Perché è stupido disprezzare le cover band

Come probabilmente ho già scritto qualche altra volta, incontro ogni anno che Dio manda in terra, per un seminario, o per un concorso, o per un laboratorio, centinaia di giovani aspiranti artisti, molti dei quali sono gruppi di musicisti, o “band”, come a loro piace chiamarsi.
Nella quasi totalità dei casi, quando il discorso va sulle opportunità di suonare dal vivo, parte una lagnosa lamentazione sul fatto che non ci sono locali che facciano suonare le “band” con pezzi propri, perché preferiscono far suonare le cover band.
Nella totalità dei casi, quando rispondo che i gestori dei locali fanno benissimo a far suonare le cover band e non le band con pezzi propri, si scatena la bagarre.
Ora, a me piace provocare reazioni, certo: ma sono sempre sincero. E se dico che i gestori dei locali fanno bene a far suonare le cover band e non le band con loro pezzi inediti, lo dico perché ci credo. E mi spiego.
I gestori dei locali non sono né enti di beneficienza né istituzioni culturali. Sono gente che tiene aperto un posto pubblico sperando che ci vada tanta gente e paghi tante consumazioni. E’ logico che la gente vada dove pensa di divertirsi; e per divertirsi la maggior parte della gente preferisce ascoltare canzoni che già conosce. Non sono suonate e cantate dall’interprete originario, è vero, ma va bene lo stesso; in fondo quelle canzoni, in quella situazione, sono uno strumento di divertimento e di socializzazione.
Un altro concetto che cerco di far capire ai gruppi che si lamentano perché i gestori dei locali non li fanno suonare è che probabilmente – e in molti casi ne ho già la dimostrazione, avendole appena ascoltate – le loro canzoni non sono belle canzoni. Anzi, spesso non sono nemmeno canzoni: sono “pezzi” – il che vuol dire che il pubblico di un locale non li può apprezzare immediatamente per ragioni di complessità melodica o di tortuosità di struttura. Quindi il pubblico non si diverte, e quindi il gestore del locale non è contento.
Il terzo concetto difficile da far entrare nelle zucche degli aspiranti artisti è che per suonare dal vivo bisogna esserne capaci. Molte cover band lo sono: vuoi perché hanno suonato certe canzoni tante volte e le hanno imparate, vuoi perché – appunto avendo l’occasione di esibirsi dal vivo con una certa frequenza – hanno acquisito anche una certa esperienza. La maggior parte delle “altre” band non lo sono: perché non provano abbastanza, perché pensano di essere già a posto così, perché (non è una colpa, ma è un limite) hanno avuto poche occasioni di sperimentarsi su un palco.
E allora, dico a queste band: perché non mettete in repertorio pezzi già noti, di musicisti o di gruppi già conosciuti? Perché non imparate a suonare bene una trentina di brani già popolari, e con quelli provate a proporvi al gestore di un locale? Così intanto vi guadagnereste, oltre a qualche soldo, una minima attenzione da parte di un pubblico interessato alle canzoni e non a voi; e poi, se le cose andranno benino, potrete provare a infilare fra le canzoni di altri anche una canzone vostra. Tanto il test è inequivocabile; se la gente si alza e va in bagno durante quella canzone, avete capito che non è una canzone che funziona. Se invece la gente rimane seduta e dà la sensazione di pensare che quella canzone la conosce, ma al momento non si ricorda “di chi è”, allora è un buon segno, la canzone funziona.
E dico altre due cose.
Uno: se fate musica, se vi piace la musica, abbiate rispetto per chi fa musica – qualunque musica faccia. Abbiate rispetto e anche ammirazione per le cover band, che spesso con la musica riescono a guadagnarsi onestamente da vivere, e che probabilmente avrebbero tanto voluto, proprio come voi, poter suonare pezzi propri, ma poi hanno scelto un’altra strada per ragioni rispettabilissime (soddisfazione di avere davanti un pubblico che applaude, necessità di pagare le bollette, onesta ammissione di non essere in grado di comporre canzoni apprezzabili).
Abbiate rispetto anche per chi ascolta musica diversa da quella che piace a voi; non avete la verità in tasca, non è detto che la musica che piace a voi sia migliore di quella che piace ad altri. Smettetela di tirarvela e di pensare che voi siete fighissimi perché vi piace il rock, e (per esempio) quelli che vanno nei locali da ballo – per suonare o per ballare – sono dei poveracci; loro potrebbero pensare lo stesso di voi, e avrebbero tante buone ragioni quante ne avete voi per considerare voi dei poveracci.
Due – e questa è l’argomentazione killer, con la quale vinco sempre, ed è una domanda secca: quante volte nell’ultimo mese siete andati, pagando, in un locale ad ascoltare una band che suona pezzi propri? La desolante risposta è mai, o quasi mai. E allora, se voi non siete disposti a spendere soldi per ascoltare una band come la vostra, perché altri dovrebbero essere disposti a spendere soldi per venire ad ascoltare voi?
Ma questo, quello del bacino potenziale di utenza per una band che suona pezzi propri, è un tema che tratteremo un’altra volta.

Franco Zanetti

PS il mio amico e collega Maurilio Giordana, che cura questo blog dedicato all'arte delle cover versions, e al quale ho fatto leggere questo articolo in anteprima, mi fa notare, giustamente, due punti importanti che non ho sottolineato: che i Beatles, tanto per dire, per tre anni hanno suonato cover prima di incidere il loro primo disco; e che "si può esprimere la propria originalità anche con una cover". Cosa, peraltro, non facile, e non da tutti.

 

 

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