Max Pezzali: l’album come software da aggiornare e il problema di The Voice – INTERVISTA

Max Pezzali: l’album come software da aggiornare e il problema di The Voice – INTERVISTA

Dice che voleva “attualizzare un disco che ha ancora tanto da dare” e che oramai gli album sono come software che possono essere aggiornati di continuo. Jeans, felpa e maglietta nera, cappellino della squadra di hockey dei Los Angeles Kings e ai piedi un paio di Vans, Max Pezzali racconta “Astronave Max New Mission 2016”, il doppio che contiene la riedizione di “Astronave Max” del 2015, due inediti e un disco dal vivo registrato al Forum di Assago, con Emis Killa ospite in “Sei fantastica”. Si inizia parlando della collaborazione con Niccolò Contessa dei Cani e si finisce per discutere di talent, e di quel che manca a The Voice per creare veri talenti.

Oltre ad aggiungere due inediti hai rimesso mano alla track list. Come mai?
Non sono mai soddisfatto quando esce un album, perché magari ho lavorato in fretta all’ordine delle canzoni o alla grafica. E quindi mi sono tolto la soddisfazione di riorganizzare i pezzi in maniera diversa. E poi viviamo in un tempo in cui gli album sono strutture virtuali. Dobbiamo pensare al disco come qualcosa di mobile, di liquido. L’album è destinato ad essere come un software che viene continuamente aggiornato. Bisogna preparasi a un cambiamento radicale: anche gli album saranno oggetti in movimento.

La cosa interessante del singolo “Due anime” è che è scritto con Niccolò Contessa dei Cani.
Anni fa mi venne segnalato che una band quasi electro-punk di Roma, I Cani, facevano una cover di “Con un deca”. Pensavo fosse una parodia. L’ho ascoltata e mi sono reso conto che era una versione figa. Ci siamo conosciuti ed è nata una corrispondenza naturale tra nerd di varie epoche. Lui ha lo stesso approccio feticistico-tecnologico-meccanico alla musica che avevo io alla sua età, però con una padronanza musicale e delle parole che io non avevo. Abbiamo cantato assieme “Con un deca” e la loro “Corso Trieste”, che secondo me è una delle canzoni italiane più belle degli ultimi dieci anni. Mi trovo nella condizione anagrafica e di storia personale per dire: o vado avanti cercando di fare qualcosa di nuovo e che mi diverta o è meglio smettere. Quando scrivi interviene una sorta di memoria muscolare e ti viene naturale fare una certa progressione di accordi. Ma finisci per annoiare prima di tutto te stesso. E quindi o hai un ego gigantesco o cerchi stimoli nuovi. Ecco perché ho mandato il file della canzone a Niccolò e gli ho chiesto di sviluppare la canzone in modo differente.

È per questo che tempo fa hai detto che dopo “Astronave Max” avresti anche potuto smette di fare dischi?
Sì, perché questo non è un lavoro col quale arrivi alla pensione. La cosa più gratificante in assoluto, anche più dei concerti, è la costruzione di una canzone. Ecco perché non capisco i ragazzi anche di The Voice che dicono di realizzarsi cantando. Ma cantando cosa?

Poi hai deciso se andare avanti?
Sono sempre nella stessa fase. Penso solo al prossimo chilometro.

Questo è l’ultimo disco del tuo contratto discografico. Poi?
Si naviga a vista. Non c’è niente di più precario di fare il mio lavoro adesso. Bisogna andare avanti per progetti, per idee. Ci si muove quando c’è qualcosa che vale la pena di raccontare. Bisogna uscire dalla logica del produttivismo. Non ha senso fare un album all’anno, anzi, crea un problema alle etichette discografiche.

A proposito di Contessa, pensi che il pop diciamo mainstream migliorerebbe se ci fossero più scambi con autori e produttori diciamo indie?
Assolutamente sì. Ragionare per compartimenti stagni è un grande errore. Nel 2016, pensare che una cosa sia mainstream e un’altra no è una follia. Il livello qualitativo raggiunto dall’indie è incredibile. E lo è anche la capacità di creare empatia, solo che il pubblico non lo sa perché non conosce quella musica. Noi, il cosiddetto mainstream, non dobbiamo fossilizzarci sulle nostre cose in maniera conservativa, altrimenti arriveremo all’estinzione del pop. L’esplosione del rap degli anni scorsi è un segnale di ribellione a chi rifà sempre la stessa canzone, a chi ripete lo stesso schema, a chi confonde personalità e omologazione.

Si uscirà mai in Italia dalla divisione in compartimenti stagni? Guarda cos’è successo in questi giorni dopo l’annuncio della scelta di Manuel Agnelli di fare il giudice a X Factor…
Quando sei uno dei pochi che conosce e apprezza un artista ti senti élite, uno che ci capisce. Quando quella stessa cosa arriva a 100 mila persone improvvisamente non è più tua, ce l’hanno tutti. Perdi l’esclusiva su un mondo e quindi rischi di perdere la tua identità.

Il risvolto positivo di questo rapporto identitario è l’investimento emotivo nella musica. È anche da quello che viene il senso di tradimento…
Sì, però da appassionato di punk ’81-82-83 ricordo perfettamente la convinzione che noi nerd della musica avevamo una conoscenza che i jocks della scuola non avevano, ed era rassicurante. Eravamo diversi. È più facile difendere la tua diversità che confrontarsi. Vivi nel tuo piccolo mondo e il resto lo rifiuti. È quando i mondi diventano impermeabili che è un casino. E nel 2016 tutti i confini sono destinati a cadere perché oggi le cose sono permeabili.

Anche il secondo inedito “Con te” l’hai scritto con qualcuno?
Con Zibba, altro autore gigantesco. Esattamente come con Niccolò, avevo un pezzo che mi convinceva solo fino a un certo punto. L’ho mandato a lui per avere un punto di vista diverso. L’ha registrato chitarra e voce e me l’ha mandato con WhatsApp. Il testo racconta il fatto che l’essere umano non accetta mai la fine, anche di una relazione.

Questo modus operandi, intendo le collaborazioni nella scrittura con artisti più giovani, può essere un modello per il prossimo disco?
Assolutamente sì. È stato un bel cambiamento di prospettiva per me che non avevo mai collaborato a livello di scrittura. È una delle possibili vie d’uscita dall’idea di già sentito che ho nei confronti delle mie cose. Voglio proseguire in questo modo.

Questa riedizione sarebbe uscita se non avessi partecipato a The Voice Of Italy?
Probabilmente no. Viviamo in una realtà nella quale musica ed esposizione mediatica non sono più scindibili. Il fatto di esserci sempre influenza la scelta di mettere un disco sul mercato.

Com’è stata finora l’esperienza di The Voice?
Il valore aggiunto è stata la possibilità di confrontarmi con ragazzi giovani, con una realtà musicale diversa da quando ho cominciato io. Ma la voglia, l’urgenza di raccontare è la stessa.

A The Voice si imputa l’incapacità di far nascere veri talenti che abbiano una carriera dopo il programma. Tu come la vedi?
È difficile rifare un format fortissimo all’estero. Negli Stati Uniti è di fatto IL talent, lì si parla di Taylor Swift in giuria al posto del cantante dei Maroon 5. In Italia più del mero dato musicale conta l’aspetto sentimental-gossipparo. Il pubblico italiano ha bisogno di affezionarsi prima alla persona che all’artista e lo fa quando ci sono strisce quotidiane. È difficile creare empatia con un talento se lo si vede, quando va bene, per un paio di minuti, cinque volte in tutto. D’accordo, ci sono le schede di approfondimento, ma durano quindici secondi. Non c’è proprio lo spazio per fare vedere anche cosa interessanti che succedono.

È per questo motivo che, a differenza di The Voice, Amici ha creato qualche pop star?
Probabilmente sì, perché dà ai ragazzi un’esposizione gigantesca dal punto di vista del tempo passato in televisione, e arriva a farli conoscere come persone.

(Claudio Todesco)

 

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