Fanzine: si stava meglio quando si stava peggio?

Qualcuna si trova ancora in giro. Pochine, a dire la verità, forse proprio pochissime. Sono le fanzine – i giornaletti scritti, assemblati e diffusi dai fan più appassionati e motivati che vogliono parlare delle loro passioni, dei loro artisti preferiti e condividere quest’esperienza con altri come loro. E attenzione: non sto parlando delle webzine, che sono più o meno la stessa cosa concettualmente, ma nascono, vivono (e muoiono come mosche, perché il ricambio è rapidissimo) con il supporto di Internet; mi riferisco proprio al supporto cartaceo, ai fogli fotocopiati (a volte un po’ storti o sbiaditi), spillati assieme con la pinzatrice.
È un mondo, questo, ormai praticamente estinto – con pochi esemplari sparuti rimasti, che continuano imperterriti con un’attitudine al contempo eroica, ma a tratti anche figlia di un certo snobismo (non disprezzabile, ma sempre snobismo è – pari a quello di chi pubblica i dischi su cassetta, sapendo che i possessori di mangiacassette ormai sono come animali rari).

Tutta colpa di Internet? Sì, ma il concetto di colpa andrebbe mondato da connotazioni negative. Diciamo che l’avvento di Internet ha reso più rapido, frenetico se vogliamo, il network fra fan, per cui il supporto cartaceo, che in sé richiede molto tempo per essere assemblato e diffuso, diviene ridondante.

Per intenderci, l’elenco delle operazioni necessarie per creare una fanzine è, grossomodo: stabilire un menabò; contattare band e artisti per articoli e interviste, scrivere il tutto; impaginare – a scelta: con computer o alla vecchia maniera, per i più hardcore, con forbici e colla; fotocopiare dal master; assemblare le singole copie; pubblicizzare l’uscita del nuovo numero; evadere gli ordini e spedire o portare fisicamente le copie ai richiedenti. Senza contare la gestione delle copie lasciate in conto-vendita.
Tempistiche giurassiche, per appassionati abituati a sapere all’istante tutte le novità più fresche sugli artisti preferiti, ad ascoltarsi i dischi in streaming senza attendere la recensione da leggere per avere un’impressione, a leggere o ascoltare/vedere interviste fatte poche ore prima (oppure in tempo reale, in streaming). Nel tempo in cui il ciclo di nascita di una fanzine sarà concluso, gli interessati avranno già letto tutto – e più aggiornato – online. L’unico plusvalore eventuale, ma ovviamente è un bonus offerto solo dalle 'zine scritte dai fan più dotati, è l’eventuale commento – piacere, però, che risulta essere in declino, soffocato dalla bulimia informativa.

Quindi la fanzine è morta e ne prendiamo atto senza inutili e patetiche nostalgie (sono morte anche le VHS, i telefoni a gettoni e le cartucce Stereo8, eppure la vita continua). Detto ciò, aggiungerei anche un lunga vita alla fanzine, in quanto comunque espressione di una maniera differente di rapportarsi ai propri idoli, sicuramente più ingenuo e casereccio, ma che implicava un atto di devozione tangibile, reale, con tanto di lavoro fisico oltre che intellettuale. Per non parlare dei soldi spesi in fotocopie e francobolli, che di solito superavano ampiamente le entrate derivanti dalle vendite.

Si stava meglio quando si stava peggio? Non necessariamente. Si stava bene per quelli che erano i tempi che correvano. Ciò non toglie che, fra un update e l’altro di siti, il gusto di sfogliare un giornaletto di carta sia ancora percepibile. Per alcuni sarà quasi come maneggiare un reperto archeologico, per altri un tuffo nel passato. Insomma, l’ennesima madeleine per lo spirito... perché l’amore per la musica è fatto anche di questo, oltre che del presente frenetico.

[Andrea Valentini]

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