Radiohead: “A moon shaped pool” assente da Spotify. La guerra tra piattaforme e artisti e il ruolo del ‘windowing’.

Radiohead: “A moon shaped pool” assente da Spotify. La guerra tra piattaforme e artisti e il ruolo del ‘windowing’.

La coda si sta allungando pericolosamente. Nel recente passato furono Beyoncè (“Lemonade”) e Drake (“Views”). Prima ancora l’avevano fatto i 1975 e Gwen Stefani, Rihanna e i Coldplay, Dr Dre e Kanye West. E ora tocca ai Radiohead, forse protagonisti della madre di tutti gli affronti dopo che il loro nuovo singolo “Burn the witch” era comparso in streaming su Spotify pochi giorni fa e nessuno immaginava che l’album, uscito nel fine settimana, non ci sarebbe stato. E invece, Thom Yorke seguiva la sua agenda. “A moon shaped pool” è uscito su iTunes e Amazon (download), su Tidal e Apple Music (streaming) ma non su Spotify.

Perché?

La pressione sui servizi di streaming, attualmente una linea di ricavi ineluttabile per l’industria discografica, di recente si è concentrata soprattutto su Youtube e Spotify, risparmiando la concorrenza.

Apple, che pare assodato sia attualmente in fase di rivisitazione dell’intero servizio dopo una prima fase di integrazione al proprio interno di Beats Music, dorme tradizionalmente sonni molto tranquilli quando le si levano voci contro: mentre l’attenzione all’immagine e alla reputazione è spasmodica, con Tim Cook spesso pronto a schierarsi in prima linea, la preoccupazione sui profitti è meno che minima, dato che la musica è – dal giorno uno, da che Steve Jobs ne rivoluzionò la fruizione e la distribuzione  – un “loss leader” all’interno del suo modello di business, ovvero una divisione a cui è consentito di generare perdite poiché riesce a generare ritorni indiretti molto più che proporzionali altrove (nel caso di Apple, sulla vendita dell’hardware).

La seconda, Tidal, oltre a essere il new “kid on the block” che riesce ancora a fare la figura di Davide contro Golia e che si è posizionata come consorzio di artisti-padroni, vive di esclusive per antonomasia: sono lo strumento su cui Jay-Z punta per una crescita molto accelerata e, per quanto “drogata” dallo stratagemma, la crescita sta effettivamente avvenendo.

Youtube e Spotify, per contro, sono da mesi i bersagli prediletti di artisti di prima fascia che, auto-investitisi più o meno credibilmente del ruolo di paladini della categoria, protestano in modo veemente contro una politica di prezzo che non renderebbe possibile la decorosa monetizzazione delle carriere di artisti alle prime armi. A poco valgono le cifre, i documenti e le statistiche con cui i service provider cercano di dimostrare gli enormi flussi di denaro riversati sull’industria. Qui, forse, siamo di fronte a un tema di opacità nella rendicontazione e redistribuzione, ma è una questione seria da affrontare a parte. Quello che è certo è che mentre Youtube può fronteggiare la tempesta a bordo della corazzata Google (come per Apple, anche qui i ricavi veri stanno altrove: search e advertising), Spotify ha un problema molto pratico, soprattutto in virtù dell’enorme mole di investimenti e debiti che la rendono una tipica “too big to fail” e aumentano a dismisura la pressione nei suoi confronti.

Tornando all’ennesimo gran rifiuto, quello dei Radiohead, è plausibile che la vera motivazione risieda nella strategia del “windowing” che all’industria piace poco,  come suggerisce Andrea Leonelli sulla nostra versione UK. Il “windowing” consiste nel lasciare aperta una finestra di esclusiva riservata a una certa fascia di clientela, scaduto il cui intervallo temporale l’accesso (al brano, all’album) si estende poi dai soli utenti “premium” a tutta l’utenza. Spotify ha bandito il windowing, argomentando che la strategia (che risponde alla principale esigenza di non cannibalizzare le vendite fisiche e in download con l’immediata disponibilità urbi et orbi della nuova pubblicazione) non è vincente. Nel suo caso, Spotify sostiene che mettere a disposizione del grande pubblico un’opzione pari a quella destinata agli utenti premium (coloro i quali pagano un abbonamento e fruiscono di Spotify senza pubblicità) sia di stimolo alla futura conversione di una parte di essi in clienti paganti, con evidente beneficio per label e artsti, oltre che per sè. Lo dimostrerebbe la crescita di questa sua fascia di clienti, ormai ben superiore ai 30 milioni.

Anche a causa della sopra menzionata questione di opacità, è obiettivamente difficile capire se la posizione di Spotify possa essere effettivamente considerata laica (se vada, cioè, a beneficio dell’industria tutta) o se la sua sia una scelta soggettiva  e di convenienza, quindi poco condivisibile. L’analisi richiesta sarebbe di quelle sofisticate, ben più granulare di quanto poche righe sintetiche su comunicati stampa l’un contro l’altro armati possano raccontare. Occorrerebbe disporre di molti più dati, e di molto tempo.

E dunque che dire, se non che sono molto colpito da un fenomeno che so di afferrare solo in parte? Per ora mi limito a condividerlo.

Ma due cose le so.

Uno: non credo alle “missioni” da parte degli artisti (fatta eccezione per quella dei Blues Brothers, si intende). Quindi sono certo che Beyoncè e Thome Yorke sappiano fare bene di conto e non si siano schierati contro, bensì a favore di sé stessi. E che abbiano desunto che i mancati (temporanei) ricavi da streaming su Spotify siano ben compensati in altra forma.

Due: noto che la pressione su Spotify ora rischia di arrivare non più tanto dai suoi investitori, che a una exit non rinunceranno mai e sono disposti a prorogarne l’esecuzione per massimizzarne gli effetti, ma dai suoi clienti paganti, gli unici fatti fessi dalle legittime scelte degli artisti-attivisti.

Cercherò di collegarle.

(gdc)

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