Radiohead, le prime impressioni su "A moon shaped pool"

Radiohead, le prime impressioni su "A moon shaped pool"

"A moon shaped pool", come ogni  nuovo album della band di Thom Yorke,  richiede un po’ di tempo per un ragionamento ponderato - l’abbiamo affidato al nostro radioheadologo di fiducia, Giuseppe Fabris, che passerà la notte ad ascoltarlo per scrivere una recensione che pubblicheremo nella mattinata di domani, lunedì (o oggi, se state leggendo queste righe appena svegli).

Azzardo così qualche riflessione a caldo, in attesa della recensione vera e propria: prima si raccontano alcuni (piccoli) misteri riguardanti la distribuzione del disco e dove lo potete (e dove non lo potete) trovare; poi si ricordano (brevemente) alcuni precedenti che potevano gettare alcune ombre sull’album. Ma, se volete, passate direttamente al terzo punto: la musica.

Spoiler: “A moon shaped pool”  ai primi ascolti suona decisamente meglio sia di “In rainbows”, sia di “The king of limbs”.

(Gianni Sibilla)    

La distribuzione: dove si trova il disco
Si è già detto tutto e il contrario di tutto sulle strategie di lancio del disco, e anche noi abbiamo già speso molte parole. Ultimi aggiornamenti: dopo la cancellazione da Internet della band, dopo i teaser ed i due video, questa volta ci hanno dato ben due giorni di anticipo, con un annuncio di venerdì  per l’uscita domenica sera alle 20. Altro che le “sorprese” di Beyoncé & Co…
Solo che poi è successo che Google Play ha messo in streaming l’album alle 19, salvo rimuoverlo poco dopo, ma ormai titolo copertina e tracklist erano stati spoilerati. Uno sbaglio o l’ennesima mossa di marketing?
4 minuti prima delle 20, il disco veniva lanciato dai social della band, che rimandavano ad un sito apposito, http://www.amoonshapedpool.com, e ad una pagina di puntamento ad iTunes e allo streaming su Apple Music.
Il disco è in vendita anche su Amazon e in streaming su Tidal - niente Deezer, Spotify - ovvero i servizi di streaming supportati da pubblicità. E, curiosamente, non c'è neanche Google Play, ovvero la fonte dello spoiler.

I precedenti: due album che hanno cambiato la storia (e un dubbio)
Ci sono due dischi che negli anni zero hanno cambiato la storia della distribuzione della musica: “Yankee hotel foxtrot” degli Wilco, che la band mise in streaming nel 2001 sul proprio sito, quando era senza etichetta. (Pensateci bene: in streaming. Nel 2001).
E “In rainbows”, che nel 2007 i Radiohead vendettero/regalarono direttamente dal proprio sito, senza ausilio di un’etichetta.
Solo che “Yankee hotel foxtrot” è un capolavoro. “In rainbows” è un disco “normale” dei Radiohead, il che vuol dire comunque nettamente sopra la media. Ma, dopo i voli pindarici del lancio di "The king of limbs" e di questo album,  il rischio era quello di fare la fine degli Ok Go, come  faceva notare il collega Andrea Girolami qualche giorno fa su Twitter. Ricordate? Video stupendi, canzoni così così: li ricordiamo per i clip, non per le canzoni.
Quindi tutto questo ci porta finalmente alla musica….Com’è “A moon shaped pool”? Marketing e distribuzione per un disco così così, oppure...

La musica - come suona "A moon shaped pool”
No. Gran disco. Che suona fin da subito come un lavoro meno “sperimentale” e decisamente meno elettronico dell’ultimo “The kings of limbs”. Anche più riconoscibile, se vogliamo, ma con grandi canzoni e una cura dei suoni e arrangiamenti da brivido: Jonny Greenwood colpisce ancora.


“Burn the witch” rimane forse la canzone meno interessante dell’album, con quei violini alla Coldplay, ma depressi.
“Daydreaming” (anche questa la conoscete già) è deliziosamente eterea, con un finale inquietante.
“Decks dark” due giri di piano semplici, uno sul canale sinistro, uno sul destro, e un finale in crescendo elettrico. Un impasto sonoro stupendo.
“Desert island disk” già suonata da  Yorke da solo, qua si apre con una chitarra acustica e la voce: rimane volutamente trattenuta, di un'energia compressa.
“Ful stop”: anche questa già suonata dal vivo (all'Austin City Limits nel 2012), parte con un beat scuro e inquietante, che sembra aprirsi solo dopo un minuto abbondante. La vera apertura, con due  chitarre incrociate, arriva solo dopo 3 minuti: è lì che diventa un classico brano alla Radiohead.
“Glass eyes” si torna ad atmosfere più rarefatte, con un brano sostanzialmente per piano, archi e voce.
“Identikit” Chitarre che si intrecciano fino ad un assolo finale da urlo, che ricorda i Television di Tom Verlaine.
“The numbers” parte con un piano, poi con chitarre acustiche che ricordano quasi i Led Zeppelin più meditativi. Una (bella) sensazione che rimane per tutto il brano, anzi aumentata dal finale di archi quasi alla "Kashmir".
“Present Tense”anche questa già suonata dal solo Yorke, parte con una chitarra arpeggiatae ritmi quasi latineggianti, con la voce di Yorke che si sdoppia con un effetto straniante, fino al finale, con batteria in controtempo, archi e coro: un altro arrangiamento magistrale.
"Tinker tailor soldier sailor rich man poor man beggar man thief” è la canzone più scura e inquietante, ricorda i momenti più ossessivi della band (come “Packed like”), ma con un’apertura di archi finale davvero notevole
“True love waits”: a suo modo, un classico del repertorio del gruppo, suonata dal vivo già pubblicata in una versione live acustica in “I might be wrong”. Trova una versione (definitiva?) di studio per piano, voce ed effetti: emozionante e degna conclusione.

 

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