NEWS   |   Industria / 05/05/2016

Roberto Cenci: “I talent? Il problema non sono i giudici, ma il modo in cui viene fatto il casting”

Roberto Cenci: “I talent? Il problema non sono i giudici, ma il modo in cui viene fatto il casting”

E’ considerato uno dei migliori registi televisivi italiani di intrattenimento. Attualmente in palinsesto ci sono “L’isola dei famosi” e “Ciao Darwin”, ma nella sua lunghissima carriera si è occupato spesso di musica curando decine di eventi e di concerti, da Claudio Baglioni a Biagio Antonacci, da Renato Zero a Gianni Morandi. Il prossimo 28 maggio firmerà la regia dello show di Alicia Keys che aprirà la finale di Champions League allo stadio San Siro. Ma Roberto Cenci, diplomato in percussioni al Conservatorio, è anche e soprattutto un direttore artistico di programmi musicali: sua l’idea, la realizzazione e il casting di “Ti lascio una canzone” (Rai1) e “Io canto” (Canale 5), show di piccoli talenti da cui sono usciti Andrea Faustini o Il Volo. Fu Cenci ad intuire il potenziale televisivo e musicale dei giovani Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble e a unirli in un trio, poi lanciato da Tony Renis (che l’anno scorso ne rivendicò la paternità in un’intervista proprio a Rockol).

Cenci interviene in risposta alla polemica lanciata da Michele Torpedine, che ha recentemente aperto una pagina Facebook, la Torpediniera, per criticare l’attuale stato dei talent. Nell’intervista a Rockol di qualche giorno fa Torpedine ha identificato nelle giurie l’anello debole del  formato.

Cenci, il problema dei talent sono le giurie che non hanno competenze musicali?
No. E’ normale che chi va a giudicare sia scelto con criteri televisivi: i talent sono programmi TV. Non mi pare nemmeno che le giurie siano composte da cantanti a fine carriera, come sostiene Torpedine: Noemi o  J-Ax, per citare i primi che mi vengono in mente, non sono certo a fine corsa. Anche lo stesso Torpedine, se non ricordo male, è stato giudice di un talent: era presidente di giuria a Castrocaro, qualche anno fa. Ma non è questo il punto.

Cosa non funziona, allora?
A prescindere dal meccanismo di ciascun talent, la ricetta del successo è tutta nel modo in cui viene fatto il casting. Chi sceglie i cantanti dovrebbe avere una grande sensibilità sia televisiva che musicale: in questo campo non si può improvvisare.

Torpedine auspica un coordinamento tra le case discografiche per indicare possibili talenti e cambiare il sistema. Aiuterebbe?
E’ sbagliatissimo: se li indicassero le case discografiche, non sarebbero dei talent. I talent sono per la musica quello che Grande Fratello è stato per la TV generalista: una fabbrica di volti nuovi. Ad un certo punto questi programmi hanno la forza di cambiare un sistema: nel caso dei talent, la TV si fa carico di quell’attività di scouting che negli anni passati  le case discografiche non hanno potuto o voluto portare avanti. I talent servono proprio a dare l’opportunità a molti di quei cantanti che probabilmente hanno già mandato MP3 e CD alle case discografiche e non sono stati considerati.

A cosa servono i talent, allora?
Il talent oggi non è altro che un mezzo, una vetrina che hanno i ragazzi per farsi ascoltare. Poi sta alla lungimiranza di chi li nota in tv saperli valorizzare.

Però si dice che i talent non producano abbastanza cantanti di successo.
Non mi pare. "Amici" ne ha sfornati parecchi, da Marco Carta e Valerio Scanu, che hanno vinto Sanremo, ad Alessandra Amoroso ed Emma, gente che ha una bella carriera e vende dischi. Nel nostro piccolo, Casillo è uscito da “Io canto" e ha vinto Sanremo Giovani. Mengoni è forse l’artista più importante della discografia italiana degli ultimi anni, vende fior di dischi e riempie i palazzetti, e arriva da X Factor. Solo ‘The Voice’ è l’unico talent in Italia che non ha sfornato nomi.

C’è un modello da seguire?
Forse ci dimentichiamo che l’antesignano dei talent è stato Sanremo. Un signore che si chiama Pippo Baudo al Festival ha lanciato Bocelli, Giorgia, Ramazzotti, la Pausini, Vasco Rossi: quei ragazzi, allora, avevano solo quella come vetrina. Se ce ne fossero state altre, magari sarebbero passati anche loro dai talent. La realtà dei fatti è che Baudo, che si prendeva la responsabilità di scegliere i cantanti da mandare in onda, se ne intendeva sia di musica che di televisione.

Se il problema sono i casting, allora, come li farebbe oggi Cenci?
Quando ho fatto i casting per “Ti lascio una canzone” e per “Io canto” cercavo un’età stretta, tra i 10 e i 13 anni, e ho scelto di mirare alle scuole di canto. Se dovessi farli oggi li allargherei a più persone possibile, come fa X Factor. Ma il problema è quello che poi succede lì, nel momento delle prime selezioni: se non c’è sensibilità, se non c’è intuito televisivo e musicale, si fanno tanti sbagli.Non dimentichiamoci di Andrea Faustini: scartato tre volte ad X Factor Italia, preso solo alla quarta. Rinunciò per andare ad X Factor UK, dove lo presero al primo provino ed  arrivò in finale: questo ci dà il metro di chi l’ha ascoltato.

 

Rockol ospiterà volentieri eventuali altre repliche o sul tema lanciato dall'intervento di Michele Torpedine.

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