“Sono il rock 2.0.”: Gianluca Grignani, dalla fabbrica di plastica a “Una strada in mezzo al cielo” – INTERVISTA

“Sono il rock 2.0.”: Gianluca Grignani, dalla fabbrica di plastica a “Una strada in mezzo al cielo” – INTERVISTA

“Ho tante cose da dire”, annuncia, e parte con un lungo discorso sulla libertà artistica e sulla miopia dei discografici. Sul fatto che ha cambiato staff, che adesso è il manager di se stesso, che i vecchi collaboratori “hanno fatto danni su danni”. Gianluca Grignani vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa e quasi sorvola per eccesso di foga il motivo per cui ha convocato la stampa: venerdì 6 maggio esce “Una strada in mezzo al cielo” in cui il cantautore lombardo rilegge in versione semi-acustica e occasionalmente con archi le canzoni dei primi due album, più un paio di altri vecchi brani (“Madre” e “Allo stesso tempo”) e l’inedito che dà il titolo alla raccolta, dedicato alla moglie e fotografa Francesca Dall’Olio. Il disco esce per festeggiare il ventennale di carriera discografica, che in realtà è caduto nel 2015. Ad aiutarlo nella rilettura di alcune fra le sue canzoni più amate ci sono Elisa, Carmen Consoli, Ligabue, Annalisa, Briga, Luca Carboni, Fabrizio Moro, Max Pezzali, Federico Zampaglione. In realtà del disco parla poco. Divaga molto. “Scusatemi se sono poco professionale”, dice. “Lo so che ho un atteggiamento scostante, anche in tv. Non sono uno showman”.

 

Perché ha deciso di rileggere le canzoni “Destinazione paradiso” del 1995 e di “La fabbrica di plastica” del 1996? “Sono i due dischi più discussi della musica italiana. Già all’epoca dell’esordio non m’interessava un cazzo di vendere dischi. Volevo arrivare piano piano, fare la mia musica, sperimentare. La musica non si impara così sul momento. Ecco perché non facevo concerti: sapevo di non essere all’altezza delle canzoni che avevo scritto. Mediando fra la mia concezione e quella del produttore Massimo Luca è venuto fuori il pop-rock di ‘Destinazione’. Le chitarre non sono le mie, sono troppo dolci. Me ne accorsi quando feci un viaggio a Roma per andare a ‘Non è la Rai’ con la Seat Ibiza di mia madre. Lo ascoltai in auto e una volta arrivato al casello pensai: ci sono tre, quattro canzoni belle, ma si poteva fare meglio. Tornai a casa col numero di telefono di Ambra in tasca, ma l’auto si fuse all’altezza di Roncobilaccio”. Nel 1995 il boom: “Salii sul palco di Sanremo e mentre scendevo mi era già reso conto che le rock star non esistono”. Una delle cose migliori del nuovo album è il rifacimento di “Falco a metà” con Luca Carboni. “L’ha cantata meglio di me, forse perché la sente di più. Ma non ci ho parlato molto, non lo conosco bene. Non sono suo amico, ma mi piacerebbe diventarlo”.

 

Nel 1996 arrivò “La fabbrica di plastica”, l’antitesi di “Destinazione paradiso”. “Il fatto che un ragazzino di 23 anni facesse uscire un disco così dopo aver venduto tre milioni di copie era una cosa folle. Creò scompiglio totale. La casa discografica [ai tempi la PolyGram, nda] voleva un Grignani patinato e io scalpitavo, non ci stavo dentro quel vestito. Loro cercavano di darmi un’immagine, io lottavo come un matto, non potevo diventare un altro per compiacere la casa discografica. Alla fine il contrasto divenne marketing. Mi padre mi disse di essere andato a una cena e di avere sentito Stefano Senardi [allora presidente di PolyGram, nda] dire: forte quel Grignani, è un ragazzino che fa tutto da solo e mi fa guadagnare un sacco di soldi senza spendere una lira”. Alcuni pezzi di quell’album oggi vengono rifatti, tra gli altri, con Annalisa (“Mi fa impazzire che abbiamo studiato fisica, si sente”), Fabrizio Moro (“Uno di spessore”) e Carmen Consoli. “Con Carmen faccio scintille, è sesso. Non dico che ci sono andato a letto assieme, eh? Dovremmo proprio fare un disco acustico di duetto, io e lei”.

 

Grignani parla a raffica. Intavola un argomento, divaga, parla d’altro, ritorna all’argomento iniziale, chiede di cosa si stava parlando. “Ai tempi volevo tirare fuori quello che avevo in testa e in Italia non c’erano persone che lo volevano fare e la casa discografica non volle farmi lavorare con John Leckie che aveva prodotto ‘The bends’ dei Radiohead, che adoravo. E quindi ‘Fabbrica’ l’ho fatto tutto io, errori compresi. Ero come un panettiere che vuole fare il meccanico. Sapevo che stavo facendo una cosa che avrebbe potuto cancellarmi dalla musica italiana, però ne parlò bene pure Bono degli U2. Mi resi conto che ero un artista e quindi dovevo esserlo farlo fino in fondo. Oggi ne sono consapevole e in più ho la maturità necessaria per non fare danni”. Mai pentito della sua scelta? “Solo quando ero ubriaco e mi dicevo: ma Gianluca, cos’hai fatto…”. Poi tira in ballo il chitarrista Massimo Varini “che se ne va in giro a dire che ha fatto lui le chitarre di ‘Fabbrica’ e invece le ho fatte tutte io. Le sue parti le ho dovute tagliare e ricomporre, lui è un musicista tecnico, era come mettere uno dei Bon Jovi in un disco dei Nirvana. Io non ho una visione tecnica della musica. Sento il suono, non sento le note. Una volta mi è apparso in sogno Jimi Hendrix. Mi dava una canna e mi diceva che sapevo suonare. Poi ho vomitato viola, purple haze. Da quella volta ho cominciato a suonare a modo mio”.

 

A proposito dei comportamenti sopra le righe dice che “non sono un musicista preciso, sono umorale, voglio emozionare, sono battistiano. Un amico è andato in giro a dire che sono il numero uno, ma che sono ingestibile, e tutti ci hanno creduto. Questa cosa mi ha fatto soffrire. Quella persona è stata al mio fianco per vent’anni, ma non gli interessava il lavoro, voleva fare quanti più soldi possibile. Per amicizia non sono stato in grado di mandarlo a cagare e per vent’anni ho subito. Ma qualche volta me lo sono anche andata a cercare, mi sono messo in situazioni difficili”. Ecco perché ammira Ligabue, che in “Una strada in mezzo al cielo” canta una strofa di “La fabbrica di plastica”: “Lui e il suo manager mi hanno insegnato cosa vuol dire avere capacità organizzative. E poi lui la cosa dei sogni infranti di chi vuole diventare una rock star l’ha detta più volte”. A proposito di “Rok star”, la canzone, nel disco è cantata con Briga: “È come un fratello minore. Non vedo l’ora di leggere il suo libro. Ho scritto due canzoni per il suo disco”. E infine cita Vasco, anche se non c’entra con l’album: “Mi chiamò una notte. Disse: firma un contratto con me. Scrissi in una canzone con un verso che parlava di ‘una mosca sul muro che mi osserva lo giro’, quella mosca era lui. Meno male che non ho firmato con Vasco, sennò non vivevo più”.

 

In dicembre Grignani porterà le canzoni di “Una strada in mezzo al cielo” dal vivo, con una band. Il nome del tour è Rock 2.0. “Sono io il Rock 2.0, è un nome che spiega che sono sia musicista sia uomo e dove in qualche modo compare il numero 20, come gli anni di carriera”. Sarà l’1 dicembre all’Alcatraz di Milano e il 3 all’Atlantico di Roma, le prevenite partono il 9 maggio. “Parto così, da quei due locali, e poi vedo. Non voglio fare il fenomeno, voglio vedere cosa succede. Spero ci saranno gli ospiti del disco, ma se non ci sono va bene lo stesso. La band la sto mettendo assieme, posso dire che ci sarà il percussionista Hossam Ramzy che ha suonato coi Led Zeppelin” (con Page & Plant, per la precisione). Intanto continuerà a suonare da solo. “È cominciato per caso, ho annunciato una data per voce e chitarra e il club si è subito riempito. Continuerò a farlo per tutta l’estate, annunciando i concerti su Facebook”.

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