Zucchero racconta “Black Cat”, il ritorno all’immaginario americano e le grandi collaborazioni – VIDEO - INTERVISTA

Zucchero racconta “Black Cat”, il ritorno all’immaginario americano e le grandi collaborazioni – VIDEO - INTERVISTA

È vestito completamente di nero. Ogni tanto fuma una Winston rossa e accompagna le risposte con sonore risate. Quando c’è da fare la nostra videointervista indossa il cappello. Parla di tutto, anche delle accuse di plagio. Zucchero Forncaciari è qui per raccontare del nuovo album “Black cat”, inciso in parte negli Stati Uniti con tre pesi massimi della produzione americana come Don Was, T Bone Burnett e Brendan O’Brien. Il disco, di cui saranno diffuse più versioni internazionali (tra cui una per il mercato anglo-americano con “Turn the world down”, versione di "Love again" scritta da Elvis Costello, una spagnola con un duetto con Alejandro Sanz, una asiatica con il chitarrista Tomoyasu Hotei - con cui andrà in tour in Giappone il prossimo anno), è suonato da musicisti strepitosi, tra cui Mark Knopfler in due brani. Com’è noto, Bono degli U2 è autore del testo di “Streets of surrender (S.O.S.)”.

Seguiranno dieci concerti all’Arena di Verona fra il 16 e il 28 settembre, uniche date italiane nel 2016, e un tour internazionale che prevede due show alla Royal Albert Hall di Londra il 20 e 21 ottobre. Gli chiediamo dello spirito dell’album, parliamo della sua dimensione internazionale, gli domandiamo che cos’è l’originalità. E lui, per spiegare che non c’è artista che non prenda da altri, risponde che “quando fai quel tipo di musica lì non c’è molta merda per far pallottole”.

Com’è che sei tornato all’immaginario del Sud degli Stati Uniti?
Dopo “Chocabeck”, che era un disco più intimo e legato alle mie radici, abbiamo fatto un tour in America, 38 date comprese New Orleans, Nashville, Memphis. Mi è venuta voglia di Sud, di storia, cultura, suoni, sapori, immagini di quei posti. Tornato a casa, mi sono fatto un film: le piantagioni, gli schiavi, le catene, i bidoni del gasolio, il suono dark delle chitarre suonate con lo slide, “12 anni schiavo”, “Il colore viola”, “Django unchained”. Era il suono che volevo. Tra i 40 brani che avevo scritto ho scelto quelli che meglio s’adattavano a essere trattati così.


E a quel punto hai scelto i produttori…
Mettendoli assieme m’è venuta un po’ paura. Non volevo un disco con tre suoni differenti e temevo ci potesse essere dell’antagonismo. E invece i tre sono amici, si rispettano, si aiutano. Come quando Don era impegnato coi Rolling Stones e ha chiesto a T Bone di assistermi nella registrazione della voce di “Streets of surrender”.
Hai scelto tre monumenti della produzione rock americana degli ultimi venticinque anni…
Questo è il quarto album che faccio con Don Was, ci chiamiamo fratelli, c’è stata subito chimica. Ha una cultura enorme, vuole sapere di cosa parlano i testi, sceglie il musicista giusto per ogni canzone. Mi fa sentire a casa. Brendan O’Brien ha una grande cultura sulle chitarre e sugli strumenti a corda. T Bone Burnett mi ha sorpreso. Una volta finite le registrazioni, lavora sulle tracce col suo fonico Mike Piersante e tira fuori un suono pazzesco, non sembra neanche più lo stesso pezzo di prima.


Il disco rimanda un po’ allo Zucchero di venticinque anni fa…
Sì, all’attitudine di “Oro, incenso e birra”. A quei tempi non avevo molto da perdere. Ero libero. Volevo fare quel tipo di musica lì, cantavo “Ho bisogno d’amore per Dio”, ci mettevo due accordi e il pezzo era fatto. Poi con gli anni, un po’ come tutti e non credere a chi ti dice il contrario, ho cominciato a chiedermi se i miei brani li avrebbero passati in radio. Questa volta, te lo giuro, me ne sono sbattuto. Ho 60 anni, ho fatto molto di più di quello che pensavo di fare, mi sono detto: fai un po’ quel cazzo che ti piace e lascia perdere Suraci e quell’altro che si fanno la guerra fra di loro. Fai il tuo disco, poi se te lo suonano meglio, sennò ciccia.


All’epoca di “Oro, incenso e birra” c’era più ingenuità, no?
C’era più libertà. Le radio commerciali passavano Peter Gabriel, Joe Cocker… Adesso, ragazzi, in radio non sento niente di tutto ciò.


Uno dei pezzi nuovi che entrano subito in testa è “13 buone ragioni”.
È uno slogan che avevo da almeno cinque anni. Mi piaceva l’idea di elencare a una ragazza 13 buone ragioni per preferire una birra a una come lei…

Una birra “e un panino al salame”…
Quello l’ho aggiunto adesso.


Ma lei, la ragazza di “13 buone ragioni”, chi è?
Sai, quando mi girano i coglioni e devo raccontare un certo periodo della mia vita parlo della mia ex moglie. Io mi facevo un culo come un paiolo per vivere di musica e lei mi diceva: ma chi ti credi di essere?


E ci scrivi ancora su dopo tutti questi anni?
Capiamoci, la protagonista della canzone non è lei, in quanto Angela, potrebbe essere anche un’altra in quella stessa situazione, ma non c’è nessuno che mi ha fatto girare i coglioni come la mia ex moglie. Sei giovane, ti sposi a 20 anni, fai subito una figlia, non hai un soldo, fai l’università e intanto guadagni qualche lira con la band, lei non fa un cazzo però si lamenta sempre e quando vai a suonare è possessiva e gelosa. Torni a casa e hai i tuoi cazzi perché devi mantenere la famiglia e lei, al posto di dirti “it’s gonna be alright” come nei film americani, ti dice: è questa l’ora di tornare?! Ma se non credevi in me, perché allora sei venuta con me? Purtroppo o meno male è stato un grande amore. Lancinante e distruttivo, ma da tutte e due le parti un grande amore.


A chi è dedicata invece “Ci si arrende”?
Mi sono immaginato di ritrovare Marzia, il primo amorino di campagna, quando facevo le medie nella bassa emiliana, e dirle: cazzo, non potremo più provare quelle cose perché non siamo più puri. Ci si arrende al fatto che non c’è più quella purezza.


Questo è il primo disco dei tuoi 60 anni. Come hai vissuto questo passaggio?
Non mi pesa. Ho la stessa voglia di far dischi e andare in tournée di sempre. Questa volta sarà dura perché per riprodurre certi suoni senza usare sequencer o computer avrò bisogno di due batteristi che suonano assieme come nel disco, una pedal steel, due tastiere, fiati, coriste… saremo in 13 o 14 sul palco.


Quanta energia metti nel tuo progetto di internazionalità?
Fu Eric Clapton, dopo avermi visto ad Agrigento nel tour di “Oro, incenso e birra”, a volermi come supporter del suo tour. Mi piacerebbe che il mondo vedesse questo show, mi disse. Io non ero mai uscito dall’Italia. Quando i giornali stranieri cominciarono a scrivere di questo “matto italiano dalla voce di cuoio” ho cominciato a nutrire qualche speranza. E allora ho ricominciato da capo. Mentre in Italia facevo gli stadi, all’estero andavo a suonare non per guadagnare, ma per andare in pari.


Ma quanto ti costa fare dischi come “Black cat”, negli studi americani, con produttori e musicisti così?
Grazie a Dio ho rinnovato il contratto con la Universal subito dopo l’uscita del primo best of, che aveva venduto 4 milioni di copie. E così ho potuto rinegoziare un contratto buono che prevede un budget sostanzioso per i recording costs. E comunque io sono capace di andare sempre over budget… Voglio che i sogni diventino realtà, sennò qual è il bello di questo mestiere?


Quanti altri album prevede il contratto con Universal?
Uno. Poi, un contratto così non l’avrà più nessuno…


Dentro a “L’anno dell’amore” c’è la musica di “I can hear you calling” dei Three Dog Night…
Certo, gli autori sono citati…


Parliamo di citazionismo, allora. Nella tua musica ce n’è, da “nato sotto un brutto segno” che rimanda a “Born under a bad sign” al “canto libero” di Battisti…
Però non mi sono ispirato a Battisti. So che c’è quella sua canzone, però mi sono detto: cazzo, allora non si può più usare l’espressione “canto libero”?


Però nella parte di pianoforte di “Partigiano reggiano” c’è molto “Cry me a river”…
Sono d’accordo con te, però non sono stato influenzato da “Cry me a river”, bensì da “Celebration” della PFM perché volevo fare un pezzo con dentro delle cose progressive. Quindi non so se “Celebration” è venuta dopo “Cry me a river” o contemporaneamente. Vedi, quando fai quel tipo di musica lì non c’è molta merda per far pallottole.


E allora che cos’è per te l’originalità?
Tutti hanno attinto a tutti. Non esiste artista che non sia stato ispirato da qualcuno venuto prima di lui. Lo ammette Paul McCartney. I Rolling Stones identici. Joe Cocker stesso… Il bello è essere ispirati da qualcuno e poi trasformarlo in qualcosa di tuo. Lo diceva Oscar Wilde che il mestierante prende in prestito, mentre il genio lo fa suo [la frase esatta è: il talento imita, il genio ruba, nda]. Ma non darmi del genio perché non vorrei passare per arrogante… Però questa cosa, a meno che non sia palese, dovrebbe essere considerata la norma ora che è stato scritto tutto e di tutto. Ti faccio io una domanda: tu preferisci un bel brano che ricorda qualcosa o un brano che non ricorda niente, ma che fa cagare? Perché non c’è alternativa. Trovami un pezzo originale…


Per trovare l’originalità bisogna uscire dal solco del pop-rock di matrice blues…
Forse per il mio gusto i capolavori melodici degli ultimi anni sono giusto “Hurt” nella versione di Johnny Cash e “The scientist” dei Coldplay che Willie Nelson ha rifatto in modo fantastico…


E quindi non credi nell’originalità assoluta nella musica popolare?
Non è mai esistita.


Effettivamente nel 1969 non c’era l’inviato di Striscia la Notizia che inseguiva i Led Zeppelin accusandoli di avere plagiato Howlin’ Wolf…
A fronte di quelli come Striscia la Notizia che mi hanno massacrato per un bel po’, come tanti altri critici, ho avuto una sola causa di plagio, per vedere se potevano prendere qualcosa dalla torta, da parte di un certo Michele Pecora, non so se hai seguito la faccenda su “Blu”. Mi ha fatto causa con tanto di legale coi controcoglioni, l’hanno persa contro un mio avvocatino di Venezia, che poverino poi è morto, che gli ha fatto la cronistoria dal Medioevo di quella scala discendente, ma nessun giornale e nessuna Striscia la Notizia l’ha mai riportato. Senti Morricone cosa dice dei plagi, senti Michele Bovi che ha scritto il libro “Anche Mozart copiava” dove ci sono gli elenchi, da Battisti a Hendrix, di quelli che hanno preso da altri e da dove provengono le loro cose. Non si può più parlare, dai, di originalità. Poi, nel contesto di una produzione di una ventina di album c’è qualche disco che ha delle diciamo così ispirazioni, ma vengono fuori anche gioielli che non somigliano a nessuno, nel mio caso “Diamante”. Nessun artista può dirsi di essere immune. Sennò son canzoni di merda e di quelle ne scrivo dieci al giorno.


Molti non credono sia vera la storia secondo cui Brian May ti avrebbe chiesto di entrare nei Queen. La spieghi bene?
Brian May è un mio grande fan, ogni cosa che faccio gli piace, e considera “Oro, incenso e birra” uno dei lavori più belli che compaiono nella sua discografia. Dopo che avevo cantato con loro al Freddie Mercury Tribute e al concerto per Mandela aveva l’intenzione di fare un tour con i Queen. Non aveva ancora trovato Paul Rodgers e lo chiese a me.


Di entrare nel gruppo, in pianta stabile?
Per il tour. Pensavo scherzasse. Chiesi anche a Roger, “We’re serious”, mi dissero. Il giorno dopo risposi che non me la sentivo: a parte la responsabilità e il confronto, non sono accreditato a diventare uno dei Queen, e poi avevo il mio mondo da portare avanti. Non ne vedevo il motivo.


Finiamo con Bono?
Quando sono salito sul palco con gli U2 a Torino a cantare “I still haven’t found what I’m looking for” senza grande preavviso mi ha ringraziato e chiesto come poteva sdebitarsi. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto avere un suo testo su un mio provino dove ripeto spesso la parola “surrender”. Per due mesi non ho sentito niente e allora ho scritto il mio testo italiano. Poi, tre o quattro giorni dopo i fatti del Bataclan, mi telefona da Parigi: sono rimasto scioccato, dice, forse ho trovato la chiave per parlarne. “Streets of surrender (S.O.S.)” cita Parigi, ma è un testo universale in cui Bono invita tutte le parti ad arrendersi e dimenticare l’odio.


Com’è avere a che fare con questi grandi personaggi? Li devi inseguire?
Con loro ho un rapporto alla buona, genuino. Mi sono sempre avvicinato come fan, non con un atteggiamento da star italiana. Quelli che hanno deciso di collaborare con me non sono stati inseguiti e nemmeno, come sostenevano certi critici, coperti di Ferrari. Con certi artisti la collaborazione continua da vent’anni, vuol dire che c’è del rispetto.

Inviterai qualcuno ai concerti dell'Arena di Verona a Settembre?
Sto ancora lavorando alla band, avremo 13 o 14 persone sul palco. Ci penserò a giugno, magari chiamerò qualche amico, ma comunque se ne parlerà più avanti. Magari succederà anche all'ultimo, a sorpresa: è giusto così.

(Claudio Todesco)

 

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