Prince, il giallo dell'eredità: perché il Purple One potrebbe aver lasciato molti meno soldi di quanto abbiano detto i giornali. E cosa potrebbe succedere adesso

Prince, il giallo dell'eredità: perché il Purple One potrebbe aver lasciato molti meno soldi di quanto abbiano detto i giornali. E cosa potrebbe succedere adesso

E' possibile che Prince, scomparso lo scorso 21 aprile all'età di 57 anni, abbia lasciato in eredità molto meno - probabilmente meno della metà - dei 300 milioni di dollari riferiti dalle principali testate americane: a riferirlo, ancora una volta, è TMZ, sito controllato da Time Warner che ha offerto, in questi giorni, la più puntuale e dettagliata - talvolta all'eccesso, arrivando a pubblicare la comunicazione d'emergenza inviata dal jet privato dell'artista all'aeroporto di Moline, Illinois, lo scorso 15 aprile - copertura della morte del Purple One.


Diverse fonti vicine a Prince, tutte ovviamente anonime, sostengono che le scelte strategiche in merito alla cessione degli asset principali della sua attività artistica - nel dettaglio, le licenze e le edizioni sul catalogo - abbiano portato la voce di "Sign o' the times" ad una situazione finanziaria molto meno florida di quando non raccontato dai media. Del resto, non è una novità: il cantante, compositore, multistrumentista e produttore era solito cassare con una regolarità disarmante qualsiasi offerta di monetizzazione del proprio repertorio, rifiutando sistematicamente - salvo rarissime eccezioni - accordi di sincronizzazione a produzioni televisive, cinematografiche e pubblicitarie, tenendo come unica fonte di reddito l'attività da vivo. Ma anche sotto questo punto di vista, spiegano sempre le fonti sentite da TMZ, non mancavano i problemi.


Prince era impulsivo, e rifiutava di cedere alla programmazione a medio e lungo termine: spesso le decisioni in merito a eventi dal vivo e tournée venivano prese con scarso anticipo, complicando irrimediabilmente il lavoro di addetti a promozione e comunicazione. Il nome, da solo, bastava a fare registrare ottime performance al botteghino, ma non sempre. Sommati ai costi di produzione, gli scivoloni dal vivo pare siano costati una fortuna al Purple One. Che, come se non bastasse, aveva una spiccata vocazione filantropica: aspetto del suo carattere, questo, del tutto apprezzabile, che però non contribuiva a far quadrare i conti.


Un aneddoto significativo, in merito, lo ha raccontato - come riferisce l'edizione australiana di Rolling Stone - Van Jones, attivista impegnato nel campo della sostenibilità ambientale e dei diritti umani che, circa dieci anni orsono, prese attivamente parte alla campagna varata da George W. Bush per il Green Jobs Act: al comitato promotore della proposta di legge arrivò a titolo di donazione un assegno anonimo da 50mila dollari. "L'ho subito rispedito indietro", ricorda lui: "Non prendiamo donazioni anonime da 50mila dollari: potrebbero essere di chiunque". Qualche giorno dopo, però, il misterioso mittente rispedisce l'assegno: "Non posso dire da chi vengono questi soldi, posso solo dirvi che il colore preferito di chi ve li manda è il viola [purple]".


Negli anni, Prince ha sposato diverse cause, tutte con entusiasmo: dopo essere diventato amico dello stesso Jones e aver aderito alla campagna Green for All, per l'avanzamento ambientale delle aree disagiate, l'artista di Minneapolis si è impegnato nella campagna #YesWeCode, per l'educazione tecnologica delle comunità urbane più povere, prendendo parte anche al movimento contro la discriminazione Black Lives Matter, scelta che lo portò a inviare personalmente dei soldi alla famiglia di Trayvon Martin, il diciassettenne disarmato ucciso a colpi d'arma da fuoco nel 2012 in una quartiere residenziale di Sanford, in Florida, da un abitante della zona, il vigilante volontario George Zimmerman. Così come, tre anni dopo, i proventi del concerto di Baltimora per la locale tappa del suo Rally 4 Peace vennero devoluti alla famiglia di Freddie Gray, venticinquenne afroamericano morto mentre si trovava in custodia della polizia in circostanze mai del tutto chiarite. "La sua causa era l'umanità", lo ricorda Jones, "La sua causa era valorizzare e innalzare le persone. E la cosa non finiva quando entrava in studio o saliva su un palco: era un genio che cercava di toccare il cuore della gente".


La conferma di un eventuale quadro finanziario non così florido, in caso di conferma, potrebbe toccare i fan di Prince non tanto sul lascito morale del loro beniamino - che nessuno ha mai messo in discussione - ma sulla gestione del suo patrimonio artistico: la sorella Tika e il marito Maurice Phillips, che hanno già manifestato l'intenzione di trasformare la residenza di Paisley Park in un museo dedicato agli ammiratori del Purple One, una volta appreso nei dettagli il quadro ereditario potrebbero optare per scelte diverse da quelle fatte dal congiunto mentre era in vita. Probabilmente facendo fruttare il repertorio di Prince - compresi le migliaia di inediti che pare siano rimaste "in mani sicure" - come mai era stato capace di farlo fruttare chi l'aveva firmato, ma altrettanto probabilmente tradendone lo spirito.

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