NEWS   |   Italia / 28/04/2016

Da riscoprire: la storia di “Le cose della vita” di Antonello Venditti

Da riscoprire: la storia di “Le cose della vita” di Antonello Venditti

Per capire “Le cose della vita” di Antonello Venditti vanno dimenticati l’inno “Grazie Roma”, il superhit “Ci vorrebbe un amico”, l’ammiccante “In questo mondo di ladri”. Per capire “Le cose della vita” bisogna tornare al 1973, quando Venditti ha una carriera ancora tutta da inventare. Alle spalle ha un album in coppia con Francesco De Gregori, “Theorius Campus”, e un disco d’esordio titolato “L’orso bruno”, pubblicato in aprile dall’etichetta IT e prodotto da Vince Tempera, dov’è marcata l’influenza di Elton John. Passato alla RCA, che in quegli anni è la vera casa della canzone d’autore italiana, Venditti incide in due giorni e due notti “Le cose della vita”. È un lavoro istintivo, di pancia, una reazione a “L’orso bruno” che secondo l’autore era sovrapprodotto. Alla ricerca di un modulo espressivo più diretto e intimo, Venditti usa solo il pianoforte, suo strumento d’elezione, e un organo elettronico Eminent che permette di suonare suoni sintetizzati e che sarà usato da Jean Michel Jarre nel celebre “Oxygène”.

La voglia di mettersi alle spalle gli arrangiamenti dell’esordio lo porta a riprendere una traccia in romanesco del disco precedente, “E li ponti so’ soli”, e a rifarla con l’accompagnamento dell’Eminent. Ma “Le cose della vita” è soprattutto il disco di storie personali intrecciate al collettivo, è Venditti che trova la sua voce cantando un’Italia di operai e impiegati in cui si consuma un passaggio generazionale. È emblematica la canzone che apre l’album, “Mio padre ha un buco in gola”, un ritratto senza sconti della famiglia Venditti. C’è il padre Vincenzo che ha una ferita riportata nel corso della Seconda guerra mondiale, da cui il titolo della canzone. C’è la madre professoressa, o meglio una professoressa madre che gli ha dato sempre 4. C’è la nonna che cucinava con troppo amore. E c’è l’Antonello quattordicenne che pesa più di 90 chili, un ragazzo “grasso come un maiale” che per diventare uomo deve uccidere metaforicamente i genitori. “Venditti inizia benissimo e con ‘Mio padre ha un buco in gola’ scrive e interpreta una tra le più belle canzoni dei primi annui ’70”, scriverà Luigi Manconi nel libro “La musica è leggera. Racconto su mezzo secolo di canzoni” (Il Saggiatore), parlando di registro grottesco e di una gran varietà di toni e di colori.

Il tema generazionale torna qualche traccia più in là in “Il treno delle sette” dove Venditti immagina un’operaia che “chiede scusa per l’ignoranza” ed è conscia d’aver raccolto poveri frutti dal suo lavoro, perciò mette da parte i soldi per comprare libri per la figlia, affinché possa trovare un impiego migliore perché “la libertà è una cosa grande”. È un’Italia in cui i figli possono contare sul fatto che vivranno in condizioni migliori dei genitori e il ritratto che ne dà il cantautore è delicato e compassionevole. Ancora più importante per il Venditti che verrà è “Le cose della vita”, la canzone, una specie di manifesto poetico, uno dei pezzi che resterà dell’album, un dialogo col pubblico che nei modi anticipa il repertorio più sentimentale che verrà: “Per te che non mi stimi e non ti tocca quel che dico / non ho da dirti molte cose in più di quel che ho detto / continuerò a cantare le cose della vita”. La canzone esce anche su 45 giri abbinata a “Le tue mani su di me”. Quest’ultima sarà rifatta due anni dopo da Patty Pravo, come pezzo di chiusura dell’album “Incontro”.

L’audacia di Venditti si spinge fino a concepire il ritratto femminile di “Mariù”, spiata da lontano col sottofondo del ticchettio di un metronomo in un testo piuttosto osé per quegli anni: “Con le manine affusolate si titilla l’amore, le mutandine le tiene su a metà, la sua linguetta cerca, cerca con gran piacere il suo ditino, poi mi guarda in giù”, canta sei anni prima di “Albachiara” di Vasco Rossi. E visto che il ’68 non è poi così lontano, Venditti imbastisce pure una storia d’amore con conflitto di classe incluso, “Stupida signora”. E infine c’è un brano rabbioso e scomposto cantato in parte in dialetto, “Brucia Roma”, con un parallelo tra i tempi di Nerone e l’urbe contemporanea e parole libertarie, da uomo del popolo che contesta la classe degli intellettuali: “E vorrei sape’ dar professore che fine ha fatto Menenio Agrippa su Monte Sacro, lui combatteva pei diritti dei contadini e la plebe lo seguiva mentre moriva”.

“Le cose della vita” mostra il personaggio di Venditti in tutta la sua unicità: è dentro all’immaginario della sinistra italiana, ma lo interpreta da artista, calandolo in storie personali e osservazioni sentimentali. Musicalmente coraggioso – è pur sempre un esordio per una grossa etichetta arrangiato in modo scarno, anche con suoni inusuali di pianoforte preparato – il disco è assieme elitario e popolare. Una curiosità. Nel 2016 “Brucia Roma” diventa la canzone simbolo di un’iniziativa dei radicali. Nel corso di un incontro nel febbraio 2016 fra Venditti e Marco Pannella, il cantautore firma la ‘Dichiarazione di Roma per lo stato di diritto e il diritto alla conoscenza contro la ragion di Stato’ e cede i diritti disponibili di “Le cose della vita” a Radio Radicale, che lancia l’hashtag #RomaBrucia.

"Le cose della vita" di Antonello Venditti è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani. La rubrica settimanale Legacypedia, poi, ti permette di esplorare a fondo album e brani che hanno fatto la storia della musica. 

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