Prince e l’industria musicale: il lascito di un esploratore sempre insoddisfatto

Prince e l’industria musicale: il lascito di un esploratore sempre insoddisfatto

Vari tratti accomunano, in questo primo terzo del 2016 devastante per la musica, due icone come David Bowie e Prince, a parte la loro morte prematura: il genio, la versatilità, la creatività sono sicuramente alcuni di essi. Il filo rosso che li lega, tuttavia, è la relazione molto forte con l’industria musicale che li circondava e che hanno contribuito a forgiare: una relazione che ha segnato le loro carriere all’insegna della ricerca dell’indipendenza e della libertà. Un anelito che hanno però interpretato con modi molto diversi.

Laddove il Duca Bianco poneva il resto dei suoi colleghi ed i suoi interlocutori commerciali nella costante condizione di inseguire (i suoi cambiamenti), il Purple One spesso prediligeva la cifra del conflitto per manifestare la propria visione della discografia. Laddove Bowie pareva pattinare disinvolto sul rischio del cambiamento, Prince sembrava soffrirlo e denunciarlo usando la leva della pubblica opinione a suo vantaggio.

Nel suo ideale e implicito manifesto artistico, affascinante per il lettore e pericoloso per l’emulatore, svettano alcune mosse di carriera che hanno fatto epoca: non sempre efficaci e coerenti, spesso esplosive. Eccole.

 

TAFKAP

1993, Prince diventa “The Artist Formerly Known As Prince”. L’artista si sbattezza. Perchè? Per privare la Warner, sua etichetta, del bene più prezioso per commercializarne i prodotti, il suo stesso nome. Nella musica il marchio (con rarissime eccezioni) è l’artista e, al culmine di una lite che vedeva Prince soffrire per gli ostacoli che la label sembrava frapporre tra la sua irrefrenabile produzione e i suoi fans, l’artista sceglie tra lo sconcerto generale l’apparente autolesionismo. Ne scaturirà un marchio in forma di logo, crasi tra i simboli maschile e femminile – il “Love Symbol” - e una copertura mediatica come poche altre. Mossa saggia? Poco. Mossa dirompente? Molto. E inimitabile.

 

DARLING NIKKI E L’ADESIVO INFAME

E’ il 1984, anno di grazia di “Purple rain”, album della consacrazione. Tra i brani, nel testo di “Darling Nikki” tra l’altro si ascolta la frase: “Conoscevo una ragazza di Nome Nikki/Direi che si potrebbe definire un’amica di sesso/la incontrai nella lobby di un hotel che si masturbava con una rivista”. Tipper Gore, “second lady” americana co-fondatrice della discutibile associazione Parents Music Resource Center (PMRC)”, la ascolta dalla figlia: l’undicenne, fan di Prince, aveva appena comprato l’album. “Darling Nikki” scatta in vetta alla lista delle “Filthy fifteen”, le quindici canzoni più sudice secondo la PRMC, ed ispira il bollo d’infamia adesivo “Parental advisory”, lo sticker che avrebbe decorato nei decenni a venire le confezioni di album e CD. Non è una mossa personale e diretta, ovviamente, ma l’impatto culturale e di marketing della intera questione “parental advisory” sarà enorme, re-introducendo la censura nel pop. Che sarà brandita anche come leva di marketing. Chiedere al mondo dell’hip hop per referenze.

 

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Il numero verde chiamando il quale i fans di Prince potevano acquistare direttamente il suo nuovo album del momento, “Crystal ball”. La vendita diretta, possibile anche online sul sito di Prince love4oneanother.com, fu la sua prima disintermediazione della discografia. Nel 2014, per celebrare i 30 anni di “Purple rain” e ricavarne un lucroso cofanetto speciale, Prince avrebbe rifirmato con l’acerrima nemica Warner. A quel punto, tra ritiri dalle scene, autoesclusione da internet, gratuità assortite, l’artista avrà valutato che i prodotti fisici esclusivi ad alto prezzo potevano funzionare solo riattivando le leve della distribuzione e promozione originale, ed eccoci. Cinico, un po’ baro, contraddittorio sì ma sempre lucido.

 

TIDAL

“Se controlliamo le vostre risorse, possiamo provvedere a noi stessi: Jay-Z ha investito 100 milioni di dollari suoi per costruire la sua piattaforma. Dobbiamo mostrare solidarietà agli artisti che cercano di essere proprietari di ciò che gli appartiene”. Con queste parole Prince recentemente commentava la sua decisione di pubblicare su Tidal il suo trentatreesimo album “HitNRun Phase One”. Fino ad allora, dalla vendita diretta di “Crystal ball” all’album gratuito “20Ten” dedicato in esclusiva ai lettori e agli utenti del britannico The Mirror, passando per la pubblicazione del singolo “Stare” su Spotify nel 2015 dopo avere ritirato la sua musica dalle maggiori piattaforme di streaming, possiamo dire che Prince aveva esplorato qualsiasi opzione di distribuzione della sua musica digitale. Ma, cercando di leggere meglio nel vortice dell’apparente schizofrenia e incoerenza del genio di Minneapolis, si nota che aveva bene in mente che le barriere più alte andavano elevate a difesa del suo bene più prezioso – il catalogo, la sua miniera d’oro; mentre non era un problema alimentare piccole aste per la sua produzione inedita che, in tempi recenti, aveva bisogno forte di una promozione che Prince riusciva a far transitare dal format delle esclusive online.

(gdc)

 

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