Il manager dei Metallica: 'Youtube è il diavolo'. Ma la discografia può davvero farne a meno?

Il manager dei Metallica: 'Youtube è il diavolo'. Ma la discografia può davvero farne a meno?

Sedici anni fa erano stati i Four Horsemen in persona a lanciare la crociata contro Napster, riuscendo ad avere la meglio sulla piattaforma pioniera del peer to peer - per mezzo di una causa legale ancora oggi considerata come una delle pagine più controverse della carriera dei Metallica - e di fatto segnando l'inizio della fine per la creatura di Shawn Fanning. Oggi i colossi dell'heavy californiani sono virtualmente tornati sul luogo del delitto, se non altro per mezzo delle dichiarazioni del loro manager, Peter Mensch, figura di altissimo profilo sul panorama discografico mondiale che cura gli interessi di, tra gli altri, Red Hot Chili Peppers e Muse.

Intervistato dalla BBC, Mensch ha attaccato l'entità digitale che per popolarità presso gli appassionati di musica può essere considerata l'omologa di Napster dei giorni nostri, Youtube. Secondo l'agente il modello di business sul quale si basa il gigante acquistato da Google nel 2006 non sarebbe semplicemente sostenibile né per i suoi clienti né tantomeno per tutti gli artisti che fondino il proprio sostentamento economico sull'attività musicale:

"Non veniamo pagati per niente [da Youtube]. Se qualcuno non farà qualcosa, saremo fottuti. Finiti. Qualcuno spenga la luce. E' difficile convincere qualcuno a pagare per qualcosa che può avere gratis..."

Per la verità Youtube permette agli artisti di monetizzare lo streaming del proprio lavoro caricato sulla piattaforma - il caso più lampante è quello della violinista Lindsey Stirling, che accordatasi direttamente coi vertici della società di San Bruno ha potuto convertire le visualizzazioni generate dai suoi quasi otto milioni di follower che popolano il suo canale in 6 milioni di dollari solo lo scorso anno, ma il problema - agli occhi di Mensch e non solo - sarebbe quel value gap già rilevato dalla IFPI nel suo rapporto sull'andamento del mercato discografico mondiale nel 2015: mentre 900 milioni di utenti delle piattaforme di media sharing gratuite come Youtube l'anno passato hanno generato solo 634 milioni di dollari, i 68 milioni di utenti delle piattaforme streaming a pagamento come Spotify o Deezer ne hanno generati, nello stesso periodo, due miliardi. Uno squilibrio, questo, che inizia a pesare sui bilanci della discografia.

Nonostante non sia la prima volta che un esponente dell'industria musicale dimostri insofferenza nei confronti di Youtube, la società fondata nel 2005 da Chad Hurley, Jawed Karim e Steve Chen resta - insieme a Vevo, piattaforma della quale Google è azionista insieme alle major Universal e Sony, tra l'altro prossime alla rinegoziazione del contratto con Youtube - uno degli attori principali nelle dinamiche discografiche mondiali, soprattutto per quanto riguarda la promozione: al di là delle partnership strette negli anni con gli operatori sul mercato dell'intrattenimento dal vivo - come, per esempio, con la controllata dell'Anschutz Entertainment Group (AEG) Goldenvoice, società organizzatrice del festival Coachella, evento per il quale Youtube da qualche anno fornisce una copertura video in diretta - è bene ricordare come i primi dieci video più visti di sempre su Youtube, per un totale complessi di oltre un centinaio di miliardi di passaggi, siano tutti video musicali postati sui canali ufficiali - e quindi con l'approvazione delle case discografiche - dagli stessi artisti.

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