La questione Lucio Battisti: l'intervento di Renzo Stefanel

La questione Lucio Battisti: l'intervento di Renzo Stefanel

Dopo la pubblicazione di questo commento ho chiesto un contributo sul tema a Renzo Stefanel, giornalista e scrittore, appassionato e competente battistiano e autore di due libri sull'argomento: "Ma c'è qualcosa che non scordo. Lucio Battisti. Gli anni con Mogol" (Arcana, 2007) e "Anima latina" (No Reply, 2009, poi completato con una "storia e cronistoria" cinque anni più tardi).
Lo pubblico con molto piacere.
(fz)


Addavenì Battisti

Periodicamente, la questione Battisti riesplode. Individuando sempre lo stesso bersaglio: la vedova Grazia Letizia Veronese. Come ha già spiegato benissimo prima di me Zanetti, stavolta i motivi sono due: l’assenza dalle piattaforme musicali dell’opera di Battisti e l’uso pubblico del suo nome. Con in più una proposta: perché non costituire una Fondazione che si occupi della sua eredità artistica? Zanetti ha scritto cose che condivido in tutto e per tutto: le Fondazioni non sempre operano bene (anzi, aggiungo io, in Italia pochetto: ho letto e ascoltato tributi di pochezza imbarazzante, ma realizzati con nomi di cassetta nell’illusione che questo basti a tener viva la memoria del caro estinto); e la memoria di Battisti possiamo eternarla noi con un’opera di proselitismo minima e quotidiana al tempo stesso. C’è poco da aggiungere.
Qualcosa, però, forse sì: innanzitutto nessuno mi pare non pensi che se la signora Veronese si ostina così pervicacemente a impedire festival in memoria del marito, l’uso del suo nome, la diffusione della sua musica sulle piattaforme musicali o tramite la pubblicità e quant’altro, qualche motivo serio ce lo deve avere. Ovviamente non posso offrire certezze, ma opinioni sì. Una tale pervicacia mi pare corrisponda molto al carattere schivo di Battisti stesso, che non ha mai sopportato i fans, l’essere oggetto di una venerazione acritica, l’essere svenduto come una merce (basti ricordare le dichiarazioni polemiche contro il proprio status di star ai tempi di "Anima latina" o il percorso elitario intrapreso collaborando con Pasquale Panella). E ciò mi fa ipotizzare una sorta di ultima volontà espressa da Battisti stesso, un patto tra due sposi, uno costretto ad andarsene anzitempo, l’altra a rimanere qui, sola. E penso che quindi ci vorrebbe maggior rispetto per la sua posizione.
Dirò di più: in un certo senso mi spiace che la signora Veronese non abbia un maggior potere di veto. Che bello, se invece di limitarsi a vietare ingenui festival promossi dagli appassionati (magari per il sospetto che qualche pro loco ci voglia lucrare), potesse vietare una delle cose che fanno più male alla memoria di Battisti: i periodici e orrendi tributi televisivi in cui sprovveduti canterini, per quanto famosi, massacrano le due canzoni, interpretandole in modo banale sul tappeto di ancor più banali arrangiamenti! Quanto danneggiano, queste celebrazioni del cattivo gusto in musica, la memoria di Battisti? Sappiamo tutti come molte sue composizioni traggano quel quid in più che le eleva a capolavori tanto dalla sua interpretazione (quella voce così fuori dagli schemi del bel canto, così emotiva e quindi emozionante, quei toni rochi ottenuti magari stando sveglio tutta la notte apposta prima di registrare) quanto dagli arrangiamenti (certosini, maniacali, perseguiti con ostinazione e talora con l’aiuto di autentici maestri che un tempo abbondavano e oggi, ahimè, difettano). E che invito può trarre un sedicenne ad ascoltare anche Battisti, mentre passa vicino alla tv accesa che trasmette capolavori trasformati in banalità a sette note in modalità Auditel? E poi dicono che uno ascolta Guè Pequeno (per citare uno che per me è il Male in musica)…
Tenere viva la memoria? Certo, diversamente da Zanetti, l’assenza di Battisti da Spotify, Deezer e compagni briscola a me fa un po’ paura perché effettivamente gran parte dell’ascolto delle giovani generazioni passa da lì: voglio dire, anche se i ragazzi ascoltano altro, volendo con un click sono su Beethoven o Bach, tanto per vedere l’effetto che fa… Perché non potrebbe esserci anche Battisti? Ma prima di pormi questa domanda, me ne viene in mente un’altra: ma che dischi di Battisti ci sono in commercio? Non so, avete mai sentito parlare di rimasterizzazioni (pur controverse), edizioni critiche, pubblicazione di inediti (c’è stata qualcosetta qualche anno fa, per una serie uscita in edicola, ma si trattava di cose già ampiamente disponibili su Youtube…). Ma, pur supponendo che la signora Veronese vieti anche questo, avete mai visto una riedizione con un bel libretto che racconti storie e retroscena della creazione di questo o quell’album? Ha fatto qualcosa Mogol, spiegando i propri testi, ma nulla di più. E dire che la bibliografia biografica e critica su Battisti è sterminata: materiale ce n’è, esperti della materia pure, ma la discografia italiana latita alla grande, com’è suo tradizionale costume. E dire che nei Paesi anglosassoni un’edizione critica, un libretto che racconta particolari succosi e non gossippari, un bel book fotografico inedito non si negano neppure a un artista di terza fascia. Da noi, più che dire “il grande Battisti” non si fa. Fuffa, come sempre. Ecco, un po’ meno fuffa, un bel disco con librettone annesso (“CSNY 1974” ne aveva uno di 118 pagine con particolari incredibili e inediti) magari aiuterebbe a conservare e proteggere la memoria di Battisti, meglio e invece della solita raccoltona da autogrill.
Andiamo avanti a dirle tutte? I fan. Parliamo dei fan. Tra di essi ci sono persone splendide, appassionate, competenti, scrigni di sapienza. Ma ce ne sono altre che non si peritano di leggere una riga sull’artista (“A me basta la sua musica”. Bravo: e se basta davvero solo la musica per capire un musicista chissà perché 300 anni dopo ancora si scrive di Bach, e chissà perché alla pari di Battisti ci metti Gigi D’Alessio), che reputano i libri usciti sul loro musicista preferito “una bieca speculazione economica” (eh, già, a scrivere libri di musica son tutti diventati miliardari in Italia…), qualsiasi riedizione discografica una truffa (per principio, naturalmente: generalmente hanno ragione, ma, come ho accennato prima, almeno un paio di interessanti ce ne sono state). Come diffondi la memoria di un artista con quel genere di fan? Viene da pensare che Battisti e Veronese qualche ragione ce l’avessero…
E tornando sulle tv: avete mai visto un bel documentario su Battisti dopo le lodevoli trasmissioni prodotte da Michele Bovi? Io no. Un bel rockumentario come se ne producono a bizzeffe sempre nei soliti Paesi anglosassoni? No, perché anche il linguaggio, il modo di spiegare le cose, ha il suo peso. Un qualcosa come la serie “Classic Albums”, realizzata da Isis/Eagle Rock Entertainment, in cui chi c’era non racconta solo aneddoti (sempre graditi, peraltro), ma anche come si è arrivati a quella particolare soluzione sonora e, agendo sul mixer, fa ascoltare questa o quella parte che normalmente si perde nell’arrangiamento e ce ne spiega il valore e la genialità? Io non li ho mai visti. Voi?
Infine, e poi chiudo il pippone: signora Veronese, ma perché, proprio per evitare speculazioni, non crea un archivio consultabile del materiale che Battisti avrà lasciato? Non dico fantomatici inediti, ma appunti, spartiti autografi, materiale di lavoro, lettere ecc., tutte cose che sono un lascito artistico e non contribuiscono alla creazione di pellegrinaggi di fans sciamannati, ma solo di chi vuole capire di più. Si potrebbe anche fare una mostra, certo. Dipende dalla mostra, però. Avete presente cos’è “David Bowie Is”? Che evento culturale di primo piano è? Ok, Battisti non aveva la complessità di Bowie, ma siamo proprio sicuri che non si possa organizzare nulla di lontanamente, e ribadisco lontanamente, simile?
Alla fine, però, mi sa che nella paventata perdita di memoria battistiana del nostro Paese la signora Veronese ha le colpe minori. Sarebbero ben altre le cose da fare. Pensiamoci su, prima di lamentarci.
Renzo Stefanel

 

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