Francesco Guccini al Teatro Dal Verme di Milano: "Quando mi chiamano Maestro mi vien da ridere"

Francesco Guccini al Teatro Dal Verme di Milano: "Quando mi chiamano Maestro mi vien da ridere"

Quello che si è tenuto ieri sera, 11 aprile, al Teatro Dal Verme di Milano, non è stato solo un omaggio a Francesco Guccini e ai suoi cinquant’anni di carriera. Guccini si è ritirato da tempo dalle scene, come noto - non era quindi un concerto, ma un incontro con il suo pubblico, a pagamento (biglietti esauriti da tempo), con un'ora di musica finale eseguita dai Musici, la sua band. Un’intervista a cuore aperto che ha richiesto pochi interventi del giornalista Massimo Cirri (RadioPopolare, Radio2) chiamato a moderare l’incontro, di fronte ad un Guccini stanco ma lucido, sagace ed ironico come sempre.

Reduce dalla sua visita ad Auschwitz, in Polonia, dove ha rimediato un infortunio alla spalla destra (“Sono caduto come un vecchio coglione”), il cantautore emiliano si è presentato davanti al suo pubblico con un’infinità di aneddoti da raccontare. “Prima di parlare della mia prima cantata”, ha raccontato l’artista, “è giusto raccontare che da ragazzino mi sono rotto l’altra spalla, la sinistra. Già cominciavo bene. Avevo finito gli esami di ammissione di scuola, avevo detto a mia madre che sarei sceso a giocare e scavalcando il cancello caddi rompendomi l’omero. Feci tre mesi con il braccio teso ingessato. E’ un’abitudine che ho preso presto. Sono episodi storici. Dovete sapere che da piccolo oltre a non riuscire a dire correttamente la R, cosa che fa pensare agli imitatori essere sufficiente per imitarmi, mangiavo anche C e al suo posto dicevo la T. Alla vigilia di Natale i bambini facevano quella sceneggiata infame di cantare e recitare e poesie, io mi sono messo a cantare una canzone che mi aveva insegnato mia madre e che era e farcita di C. Quando iniziai a cantarla tutti si misero a ridere. Da professionista mi dissi: non la canto più. Arrivò persino il prete e mi diede un santino: ‘Se la canti ancora te lo regalo’. Io risposi: ‘Ne ho tanti di santini a casa’. Mia madre mi riempì di sculacciate”.

“Il primo strumento invece fu la chitarra”, ha continuato il cantautore, “Ai tempi ascoltavamo un po’ di tutto come si fa da giovani. Facevo cabò come dicono i modenesi, che significa marinare la scuola. Quelli coi soldi andavano al GUF - Gruppo Universitario Fascista, a giocare a biliardo. Io andavo in biblioteca a leggere i libri sul jazz. Per suonare Gerry Mulligan però bisognava saper suonare per davvero, così mettemmo su un complesso. Ognuno di noi aveva scelto uno strumento. Il più delizioso stava alla batteria, Alfio Cantarella, che poi ha suonato con l’Equipe 84 ed è diventato anche arrangiatore di alcuni miei dischi.  Victor Sogliani scelse il sax e Pierino Serafini il contrabbasso. Lo appoggiava al muro. Lo portava di spalla per tre piani, lo appoggiava e si sedeva a sentire le nostre prove. Io suonavo la chitarra, me l’aveva costruita un falegname. Non un liutaio. Un falegname. Poi per il resto ho sempre canticchiato. Le prima canzoni meglio dimenticarle. Quando mi chiamano Maestro mi vien da ridere. Maestro sì, ma di scuola elementare, mestiere che tra l’altro non ho mai fatto. Avevo iniziato subito a lavorare come cronista al Giornale dell'Emilia dove tenevo la rubrica Un giorno in Pretura che era molto divertente. Ho imparato a scrivere così. Si faceva il giro dei Carabinieri, della Questura e degli Ospedali, poi si scrivevano gli articoli di Nera. Il collega non sapeva scrivere e faceva scrivere a me perché diceva che dovevo farmi le ossa. Il capocronista invece quando non c’erano notizie mi diceva: ‘Guccini pompa, pompa’, così si scrivevano cose dal nulla. Dopo due anni mi diedero due settimane di ferie, lì al giornale. Quando andai a prendere la paga che era di 20mila lire me ne diedero solo 10: “Eh Guccini, sei stato in ferie per due settimane, qui non paghiamo anche le ferie...’. Ci rimasi molto male, poi trovai in giro un amico che disse che cercavano un cantante, andai a guadagnare di più, così e lasciai il giornale”.

Massimo Cirri, durante l’intervista, ha domandato poi a Guccini se davvero alcune sue canzoni sono nate in venti minuti: “Sì, certe canzoni le ho scritte velocemente, ma altre meno. ‘La Locomotiva’, per esempio, mentre scrivevo una strofa prendevo appunti per la strofa dopo. Ad un certo punto mi sono accorto che non c’era l’inizio per cui l’ultima parte che ho scritto è diventata l’apertura della canzone. Poi sono diventato più lento, ho smesso anche per quello. Dall'ultimo disco al penultimo sono passati cinque anni, qualcosa avrà pur significato. Adesso scrivo libri. Non ho mai paura della pagina bianca. Fatte due tre pagine però mi annoio, mi distraggo. Dicono son pigro. È vero. A volte dicono che sia veloce perché non sono profondo… Ho ancora voglia di scrivere ma di fare canzoni mi sa che non sono più capace”.

Guccini ormai si è ritirato dalle scene, dicevamo. La sua musica viene ancora portata in giro dai suoi "Musici”: Vince Tempera (pianoforte e tastiere), Antonio Marangolo (sax), Pierluigi Mingotti (basso) e Ivano Zanotti (batteria), e cantata da Juan Carlos Biondini, “Flaco”, che suona anche le chitarre: “Flaco dice che le mie canzoni sono difficili da cantare ma a me non sembra. Poi si impara a fare un po’ di tutto nella vita, grazie al cielo sono sempre stato intonato. A Barcellona di recente sono andato a registrare un brano in catalano, che non conosco per nulla, infatti mi correggevano sempre. C’è stata una serata a me dedicata, ‘Il nuovo che avanza. Omaggio a Francesco Guccini’, dove ho sentito cantare le mie canzoni in catalano, maltese, castigliano e maori. Molto interessante sentire ‘Ti ricordi quei giorni’ in maori… non c’ho capito niente”.

Sul palco sono poi saliti i Musici con Flaco (con l’augurio sincero da parte di Guccini: “Adesso sono cazzi vostri”), che in un’ora hanno eseguito alcuni brani del cantautore tra cui “Noi non ci saremo”, “La locomotiva”, “Eskimo” e “Cirano”. Un’ultima battuta di Guccini prima di lasciare il palco: “Se mi sento ancora un anarchico? Non saprei. Essere anarchico è avere anche una visione romantica della situazione. Non credo si possa essere anarchici nel 2015. 2016. No, 2015. In che anno siamo?”.

Prima di salutare il caloroso pubblico del Dal Verme, i Musici hanno chiamato sul palco Guccini, che gli ultimi brani se li è ascoltati seduto sul palco, di lato, appena fuori dalle quinte, comunque in ombra. La folla ha acclamato il proprio beniamino sperando che prendesse in mano il microfono per un’ultima canzone: “Vi ringrazio per il calore, ma oramai ho fatto un voto di non cantare più. L’ho rotto a Barcellona, quando ho cantato in catalano, e dopo un mese mi sono spaccato un braccio. Se tanto mi dà tanto…”.

(Daniela Calvi)

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